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3 gennaio 2014

Bilancia commerciale e salari reali sono agganciati

Interessante la lettura di un articolo del think tank economico Bruegel sul tema della performance relativa dei paesi euro (“Export and unit labour cost adjustment: close association in EU15“). Articolo che mette in luce la correlazione tra la performance sull’estero dei vari paesi e il costo reale del lavoro unitario (vedi definizioni di entrambe le variabili in basso).

Il grafico punta il dito al centro del problema della crescita italiana: il costo unitario del lavoro, il cuneo fiscale, l’argomento che dovrà presto andare al centro del tavolo politico.

Da notare che la posizione tutt’altro che buona dell’Italia nel periodo 2000-2007 non si riferisce solo al costo unitario del lavoro, ma anche alla performance export che essendo al netto dell’import risulta lievemente superiore solo a quella della Francia. Le performance recenti di Spagna, Portogallo e Irlanda -e per certi aspetti anche di UK- sembrano avere una giustificazione nel confronto tra i due grafici e anche il peggioramento della Germania dai super livelli della fase 1 potrebbe essere attribuito a un costo del lavoro che è sostanzialmente cresciuto tra i due periodi esaminati.

Perciò spingiamo pure sull’export ma ricordiamo che senza affrontare la questione del costo del lavoro sarà come girare con il freno a mano tirato. Non ci sono scorciatoie che possano lasciare in pace il sindacato.

 

Source: Updated dataset of Darvas (2012a) for real exchange rates and author’s calculations for export performance using data from Eurostat and national statistical offices. Note: 14 of the EU15 countries (EU members before 2004) are included; Luxembourg is not included due to missing data. An increase in the real exchange rate indicates real appreciation of the ULC-based REER calculated against 30 trading partners: 23 EU countries plus Australia, Canada, Japan, Korea, New Zealand, Norway and the United States (Croatia, Cyprus, Luxembourg, Malta and Romania are not included among the EU countries due to missing data). The REER considers the business sector excluding construction, real estate and agriculture, and was calculated using constant 2008Q1 sectoral weights in order to limit the impact of compositional changes on the REER. See Darvas (2012b) for further details. Export performance is a measure of export market share at constant prices: the ratio of the volume of exports of goods and services to the weighted average volume of imports of goods and services of 40 trading partners, using country-specific weights for each country. The 40 partners include the 30 countries against which the REER-ULC is calculated plus Brazil, Croatia, Cyprus, Iceland, Luxembourg, Malta, Romania, Russia, Switzerland and Ukraine. Export performance is measured as the change from the beginning to the end of the period, ie from 2000Q1 to 2007Q4 (measured as 2000Q1=100) on the left hand panel and from 2008Q1 to 2013Q2 (measured as 2008Q1=100) on the right hand panel. Since REER changes impact export performance with a lag, we relate export performance to the average REER during the period considered, ie the average of 2000Q1-2007Q4 (as 2000Q1=100) on the left hand panel and the average of 2008Q1-2013Q2 (as 2008Q1=100) on the right hand panel.

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  1. Posso far notare che UEM significa Unione monetaria europea? Dalle figure si direbbe che ogni gruppo ha continuato ad andare per la sua strada. Con i paesi dell’area ex marco favoriti oltre ogni ragionevolezza dalla relativa (rispetto a quello) debolezza dell’euro e con gli altri sfavoriti dalla forza dell’euro rispetto alla struttura delle loro economie? Con gli alamanni che fanno l’asso pigliatutto contando sul funzionamento secondo Fleming della coppia inflazione- tasso di cambio: e nessuno che protesti. Per un po’ fa comodo disciplinare i sindacati. Ma ora …?

  2. Tanti, troppi squilibri in quell’Unione così incompleta…
    Detto questo il problema del costo del lavoro e della produttività italiana rimane al centro del tavolo.

  3. Produttività italiana che non ha mai avuto niente da invidiare a quella tedesca in tutti i momenti storici in cui non abbiamo avuto cambi fissi (euro o aggancio fisso nello SME credibile).
    Direi che non e’ la produttività la causa dei nostri problemi, bensì e’ l’euro a creare all’Italia un problema di produttività’

  4. Anche qua si diffonde il virus cattivo del ritorno alla lira.. certo il modo più efficiente per mantenere lo status quo di logge, sette, mafiette.. chiuderci dentro i confini con la nostra bella valuta, i potenti al loro posto a puntare il dito verso il nemico straniero (Cina, Germania. ..), la popolazione con un inflazione al 20 o 30 % e il potere di acquisto in caduta libera, un po come a Cuba o altri paesi sudamericani.
    Tenere aperti i confini porta il cambiamento, la concorrenza ed il progresso, per un settore che soffre ci sono altri che fanno boom (notata la quotazione di moncler?).
    agganciati all euro ci sono civiltà, regole ed un non scontato e forse faticoso progresso, in una parola il cambiamento, fuori probabilmente la miseria e qualcosa di simile alla dittatura.

    • Questo non è un blog sul ritorno o meno alla lira, x me il tema qui e’ un’altro. Ad ogni modo, x quel poco che conta, condivido veramente poco del tuo commento. Sulla presunta inflazione post euro ti rimando all!’inflazione italiana del 1993 post SME, sul deficit di democrazia ti invito a leggere l’ultimo libro di Luciano Barra Caraciolo che argomenta il tuo esatto contrario, sulla casta, la corruzione, gli sprechi ecc consiglio di leggere Bagnai.
      Sulle frasi sulla civiltà , il progresso ecc… semplicemente vedi grecia, Portogallo, disoccupazione europea, disoccupazione giovanile, riforma HARTZ…. Ecc.
      Infine x una azienda che vola in borsa (citi Moncler) sono migliaia le imprese che hanno visto evaporare i loro fatturati.
      Qui si parla di rapporti fra imprese e banche, casomai ti invito ad indagare il legame fra calo export, aumento dl’import, calo dei fatturati, riduzione maestranze, calo del reddito disponibile, deterioramento del credito, calo propensione al risparmio e aumento dell!’indebitamento e contrazione del credito.
      Chiamalo pure virus….. X me invece è la contrapposizione tra 2 visioni: mercantilista, deregolamentata , dal lato dell’offerta e pro capitale (la tua) e quelle interventiste keynesiane. Aggiungo che nel breve periodo (le imprese chiudono ora!!, le banche non erogano ORA!!), le prime politiche sono completamente inefficaci.
      Un saluto

      • apprezzo i temi sollevati e il tentativo di sottrarsi alle polemiche su euro vs. lira, che stanno inquinando eccessivamente molti dibattiti in rete, al limite del parossismo e della faziosità. E spero che come dice l’amico Grossetano si riesca in questo piccolo angolo a stare entro i confini tematici dello sviluppo delle imprese e di un sano/migliore rapporto con il sistema bancario e finanziario in genere.
        Mi limiterei ad osservare che le due visioni sono pure sul piano teorico, ma non lo saranno mai nell’applicazione pratica e magari la ricetta migliore sarà una combinazione delle due. Il problema è che oggi non abbiamo né ricetta, né medici propalati e determinati.
        Su questa strada effettivamente è difficile che le imprese possano migliorare (leggete gli articoli di oggi sul Sole a proposito di credit crunch, pagamenti mancati e crisi) e che le banche possano raccapezzarsi una volta tanto su a quali imprese darlo e perché. Da questa prospettiva una mezza scelta sarebbe certamente meglio che un continuo rimando.
        Sono invece un po’ scettico sui rilievi fatti sulla produttività. Non sono un economista, ma tutto quanto mi è capitato di leggere indicava un pesante arretramento della nostra produttività e non credo sia solo un fatto di gabbia valutaria.
        Se la nostra produttività derivava dalle svalutazioni competitive degli anni ’70-90 non mi sembra molto sana…e infatti si è rivelata tale appena siamo stati sotto controllo.

        • Sulla produttività (cito testuale):
          http://3.bp.blogspot.com/-wKzub4JKMuc/Ur8B5ohjdnI/AAAAAAAAAsg/NYTV3cTRfMo/s1600/BR_02.png
          “…Le due principali crisi debitorie dell’ultimo secolo (quella del 1929 e quella del 2008) sono state precedute da periodi più o meno lunghi nei quali i salari in termini reali (il potere d’acquisto dei lavoratori) erano stagnanti, mentre la produttività media del lavoro (la quantità di prodotto per addetto) aumentava…”.

          Le banche vanno male xke le aziende vanno male (costi rigidi e fatturati in contrazione). I fatturati mancano x assenza di domanda interna x crescita disoccupazione e x le politiche di rigore nel bilancio pubblico x tentativo di centrare il rapporto deficit/pil e ancora peggio dal 2015 con il fiscal compact.
          In sintesi: manca la domanda aggregata.
          Infine, da bancario, condivido fortemente le preoccupazioni x possibili strette creditizie (sopratutto sul MLT) e sull’esistenza ormai di incentivi perversi che possano spingere in questa situazione le banche ad atteggiamenti pro-ciclici nel tentativo di non restare “bloccate” in nuove posizioni non performing.
          Aggiungo qui in coda il mio grazie all’autore di questo blog x i temi trattati e la visione di insieme data (banche e imprese).

  5. da ex-bancario condivido le stesse preoccupazioni, che tuttavia sembrano originare da una bassa capacità di valutazione e discriminazione del rischio a breve e a medio lungo. Non sorprendente se si considera il forte sotto-investimento degli ultimi 10 anni in formazione e in capacità di analisi e sfruttamento dei tantissimi dati a disposizione, per superare il forte limite pro-ciclico insito nell’uso meccanicistico del rating.
    L’effetto di questa persistente cecità è pienamente visibile nei colloqui quotidiani tra imprese e banche a cui capita di assistere.

  6. Sottoscrivo l’apprezzamento per l’autore del blog e raccolgo l’invito a non cadere in faziosità che non sono nella natura di questo spazio.
    Mi limito ad osservare che le aziende che si espandono non sono “UNA” bensì un po tutto il mondo che vive di export, dall agroalimentare alla moda ecc ecc.
    l annata di borsa ci dice che le aziende tornano sul mercato dei capitali con nuove quotazioni in serie (saldo attivo di aziende quotate per la prima volta da anni) che per le eccellenze italiane questo è stato un anno di profitti da record (prada ferragamo tod’s ferrero luxottica ecc ecc ) che persino il tanto vituperato sistem bancario si è ricapitalizzato per decine di miliardi..
    in sostanza ci sono mondi che arretrano, altri che crescono, banche che falliscono altre che acquistano sportelli, pur in un momento estemamente complesso per la nostra economia.
    penso che anche per le pmi una visione globale sia sempre piu necessaria, allora l apertura potra diventare un opportunita e non solo una minaccia

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