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21 dicembre 2013

Un milione di imprese malate

Immagino che in molti non abbiano notato un articolo a pag.25 del Sole24Ore di lunedì.  La posizione dell’articolo e il titolo (“Una PMI su tre a rischio agevolazioni UE”) non attiravano l’attenzione.  Il contenuto, invece, leggendo i dettagli, è un’ulteriore conferma dello stato di grave debolezza del nostro sistema imprese.

Il punto di partenza è il tentativo da parte dell’EU di definire la linea di demarcazione tra imprese in crisi e non in crisi, perché alla prima categoria vengono riservati determinati aiuti, ma nel contempo viene negato l’accesso ai fondi previsti per le imprese sane.

Il fatto è che la definizione di impresa “in difficoltà” esclude che queste imprese possano essere beneficiarie di tutti gli altri aiuti. Al di là dei parametri utilizzati per definire un’impresa in difficoltà già presenti nel vecchio quadro regolatorio, a destare preoccupazione sono ora due novità: l’Indicatore E1 (rapporto debito/patrimonio netto superiore a 7,5) o l’Indicatore E2 (rapporto Ebitda/interessi inferiore a 1). Due criteri che “colpiscono” la gran parte delle Pmi italiane, caratterizzate da sottocapitalizzazione ed eccessivo indebitamento bancario.

Dunque ci sono 2 indicatori che definiscono un’impresa ‘in difficoltà’:

1) il livello di indebitamento rispetto al Patrimonio Netto, se superiore a 7,5 volte

2) la capacità di rimborso degli interessi passivi, se risultano superiori al margine operativo (Ebitda)

Ecco il punto cruciale nell’articolo:

A misurare il possibile impatto sulle imprese dei nuovi parametri comunitari è una simulazione elaborata da Donato Pulacchini, responsabile Unità competitività dei sistemi economici di Ervet (vedi tabelle). L’elaborazione, per settori e per province, è stata fatta sul campione delle imprese presenti nella banca dati Aida, che raccoglie imprese di capitali, attive e con valore della produzione superiore a 900mila euro, che non hanno il bilancio consolidato (cioè quelle che fanno parte di un gruppo e presentano un unico bilancio). E le simulazioni mostrano che ben il 35% delle imprese italiane rientrerebbe oggi in questa definizione, risultando pertanto automaticamente escluse dal beneficio di qualsivoglia aiuto di Stato.

Presi i bilanci delle nostre imprese che fatturano sopra 900.000, una su tre è troppo indebitata (o ha troppo poco capitale), oppure non genera sufficiente cassa per pagare gli interessi alle banche (non la quota capitale, ma solo gli interessi). Una su tre.

«Le nostre imprese – osserva Pulacchini – non sono tutte “malate”, tutt’al più “malaticce”, quindi non sono tutte da mettere sotto l’egida degli aiuti per il salvataggio, ma neppure non possono non ricevere agevolazioni che le aiuterebbero a uscire da situazioni di difficoltà non gravi».

La stima di Pulacchini, però rischia di essere prudenziale. «La percentuale del 35% – sottolinea infatti Marco Nicolai, professore di Finanza aziendale straordinaria presso l’Università di Brescia -, già di per sé da non sottovalutare, potrebbe aumentare se si considerasse che la simulazione è stata limitata alle sole società di capitali attive e con valore della produzione superiore a 900mila euro. Se la simulazione fosse estesa all’intero panorama delle imprese, includendo le società non di capitali e le imprese con volume della produzione più contenuto, il dato potrebbe peggiorare.

A prescindere da disquisizioni semantiche tra ‘malata’ e ‘malaticcia’, anche quest’analisi su dati oggettivi (il bilancio) conferma la preoccupazione che nasce dalla constatazione che 1/3 del sistema produttivo oggi è in condizioni finanziarie tali da essere a rischio di riduzione del credito e di insolvenza. Questo significa qualcosa nell’ordine di 1.000.000 di micro, piccole e medie imprese. Qualsiasi persona di buon senso capisce che per affrontare questo numero enorme (dal quale si sono prodotti i 100 miliardi di sofferenze delle banche) occorrono misure eccezionali, straordinarie. Ecco perché l’idea proposta degli ospedali da campo, meglio se sotto una regia pubblica o istituzionale (non in termini di contributi ma di metodo di recupero) è probabilmente l’unica soluzione rimasta per curare le nostre imprese malate.

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Pubblicato in: crisi d'impresa

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