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19 novembre 2013

Gli scarabei della crisi

La crisi italiana, la crisi delle nostre imprese che cadono nell’insolvenza e nel fallimento con una sequenza impressionante è oggi sulla bocca di tutti. Chi cavalca anche populisticamente gli effetti della crisi ha fatto poco per contenerla. Era molto più scomodo parlare di crisi 6 o 7 anni fa, quando i sintomi nelle imprese erano già latenti ma molti preferivano voltarsi dall’altra parte e fare finta che tutto andasse bene. Ora non c’è più imbarazzo a dichiararsi in crisi e fare parte di una nutrita pattuglia di chi non riesce ad onorare scadenze e impegni. E’ di pochi giorni fa la notizia che anche una delle imprese più note del food italiano, la Parmacotto dell’ex presidente di Confindustria Parma Rosi ha dovuto piegarsi al carico di debito accumulato e chiedere la ristrutturazione al sistema bancario.

La crisi è diventata rapidamente un business per tutta una serie di operatori e professionisti, per la maggior parte dotati di pazienza e competenze nell’arte di stabilire un nesso vincente tra imprenditori che annaspano, banche che non sanno su quale dossier impegnarsi e non hanno mai una totale linea di coerenza e tribunali fallimentari che assumono interpretazioni contrastanti da città a città. Tuttavia in mezzo a questi operatori che operano in trasparenza si sono infiltrati anche una serie di operatori molto poco trasparenti che si inventano ogni giorno sistemi sofisticati per spolpare imprese in crisi a danno ovviamente dei creditori.  Come gli scarabei che spingono laboriosamente e con perizia palline di sterco di cui si nutrono, questi soggetti operano con il solo scopo di frodare qualcuno nel modo apparentemente più legale possibile.  Anche nella mia casella mail appaiono regolarmente proposte strane, che se dovessi andare a fondo sono certo mi metterebbero di fronte a limiti dell’ingegno perverso della finanza fallimentare, che preferisco nemmeno sfiorare.  A questa categoria appartiene anche quanto è descritto in questo articolo apparso sul Sole24Ore il 16/11 a firma di Ivan Cimmarusti, che sarà sfuggito a quasi tutti, ma a chi scrive è sembrato un esempio valido della mostruosità di chi si approfitta della crisi:

Il Geie a Londra occulta la ricchezza

Uno strumento di diritto commerciale europeo utilizzato illecitamente per nascondere i beni e lasciare a bocca asciutta i creditori, come lo Stato o i privati.
Questa è la doppia faccia del Geie, il Gruppo europeo di interesse economico: da una parte può far massimizzare all’estero i guadagni di imprenditori o professionisti che ne fanno parte, dall’altra può diventare un mezzo attraverso cui far sparire un intero patrimonio, celandolo in casse sicure.
A svelare questo “innovativo” sistema – al pari del Trust – è l’inchiesta “Disapparence by Geie” del Gruppo tutela entrate nel Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Roma, al comando del colonnello Cosimo Di Gesù. Perché questo modello, assimilabile solo per certi versi ad un consorzio (di due o più società o professionisti di diversi stati membri), potrebbe essere costituito da una “testa di legno” al solo scopo di fare falsi conferimenti economici in capo al Geie, spogliando di beni un ipotetico imprenditore che si trova oberato di debiti o, peggio, un soggetto legato alla criminalità organizzata. In sostanza, potrebbe essere «utilizzato quale mero schermo fittiziamente interposto per ostacolare l’identificazione della reale proprietà dei beni». Il Geie è stato istituito con regolamento comunitario del 1985. Consente a società o professionisti di diversi stati membri, di unirsi sotto un unico soggetto giuridico che opera secondo il settore di riferimento. Così, per esempio, ci potranno essere Geie composti da più avvocati o da più imprenditori edili, ma sempre di diversi stati membri. Tuttavia, com’è stato scoperto, i Geie potrebbero essere costituiti, attraverso l’uso di “prestanome”, da soggetti che, per legge, non ne potrebbero fare parte. È il caso appena svelato dalle Fiamme gialle, che hanno passato al setaccio i conti di un odontoiatra romano e della moglie, una dipendente pubblica, entrambi debitori verso l’Erario di 500mila euro, sottoposti a sequestro. I due sono stati iscritti nel registro degli indagati della Procura di Roma per sottrazione fraudolenta al pagamento d’imposte.
Nel corso delle indagini è saltato fuori un Geie, costituito nel 2011 a Londra che, formalmente, si occupava di locazione immobili. In apparenza nulla di strano, salvo poi trovare un filo che ha ricondotto il Geie all’odontoiatra. Esso, infatti, era composto da due società: una italiana che si occupa di rifinitura immobili (in cui l’odontoiatra e la moglie sono soci) e una britannica. Incrociando gli incartamenti societari è emerso che il legale rappresentate del Geie è lo stesso della società italiana, mentre quella britannica è risultata essere una «scatola vuota» amministrata da una fiduciaria controllata da una banca svizzera. In sostanza, il Geie non aveva alcun motivo d’esistere salvo avere, nelle proprie casse, beni immobili tutti situati in Italia per 11 milioni di euro, risultati essere tutti riconducibili alla coppia. Secondo la Gdf, dunque, «la costituzione del Geie è avvenuta al solo scopo di consentire allo stesso professionista di sottrarsi fraudolentemente al pagamento delle imposte attraverso la simulata alienazione del suo patrimonio immobiliare nel menzionato soggetto di diritto estero, costituito solo formalmente ed esclusivamente al fine di ottenere un effetto segregativo dei beni in esso conferiti».

Questi ed altri trucchi sono il repertorio degli scarabei della crisi che trovano terreno fertile in una certa tipologia di imprenditori nostrani che è sempre esistita e sempre esisterà. La storia dei GEIE fittizi è solo uno dei metodi con cui alcuni operatori avventurosi hanno studiato metodi per svuotare l’attivo di imprese in crisi e portarle alla procedura fallimentare senza beni che sarebbero spettati ai creditori.

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Pubblicato in: crisi d'impresa

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