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28 ottobre 2013

Il cavallo vorrebbe ancora bere, ma non va bene

Ecco l’esito del piccolo sondaggio sulle ragioni che stanno alla base della riduzione del credito alle imprese, che non ha tanto messo in discussione che la stretta ci sia stata (vedi grafico alla fine dell’articolo), bensì le vere ragioni che per una parte dei bancari/banchieri vanno attribuite alla scarsa propensione delle imprese a richiedere credito.

Il sondaggio ha raccolto per ora quasi 190 risposte e quindi non ha nessuna dignità o pretesa statistica, ma è pur sempre un indicatore fedele di cosa pensano i lettori del blog.

Sondaggio Imprese+Finanza - (per espandere il grafico cliccare)

Le cause del calo dei finanziamenti alle imprese sono state attribuite largamente all’atteggiamento adottato dalle banche in questi ultimi trimestri: per il 23% sono stati resi più rigidi i criteri di erogazione, mentre il 21% dei voti ha citato la convenienza delle banche a investire in titoli di stato e non in rischiosi prestiti alle imprese.  Intendiamoci sono entrambi motivi legittimi, visto l’impatto della crisi sulla rischiosità dei prestiti alle imprese da un lato e la necessità di fare profitti senza consumare capitale.  La motivazione legata al calo della domanda di finanziamenti non ha trovato molto riscontro, solo 12 voti su 186 e tenderebbe a sconfessare quel tipo di linea di difesa ancora oggi usata da alcune banche. Interessanti anche i 27 voti alla motivazione ‘diffidenza verso le imprese’ che conferma una mia impressione.

Stupisce invece il contrattacco dell’ABI che per bocca del suo presidente ha addirittura negato il credit-crunch, una frase finita sulla copertina dell’ultimo numero de il Mondo:

Modena, 19 ott. Chi parla di credit crunch o esagera volutamente o non ha presente i dati. Ne è convinto il presidente di Abi, Antonio Patuelli, che al road show dell’associazione a Modena, ricordato che nel 2012 “siamo quasi al massimo storico degli impieghi”. “In Italia siamo impegnati in prestiti che superano la raccolta bancaria e siamo in prossimità del massimo storico di prestiti erogati negli ultimi vent’anni” ha detto Patuelli contestando i “luoghi comuni” che si sentono nei talk show televisivi. Dicono che le banche devono ‘fare il loro dovere’ – ha aggiunto – ma questa è una giaculatoria che rispetto” a patto che ci si basi “su dati veri” e “non sull’antipatia di preconcetti di qualcuno che alla sera si permette in tv anche di commettere reati dicendo di volere entrare nelle banche con un mitra e l’elmetto”. Patuelli ha quindi, nel suo intervento, citato l’andamento delle banche nella concessione di prestiti. “Nel 1992 i prestiti ammontavano a 585 miliardi; nel 2002 erano quasi raddoppiati cioè 1.036 miliardi; dal 1992 c’è stata una crescita costante. Nel 2007, anno prima crisi, si è arrivati a 1.517 miliardi e alla fine del 2008 sono stati concessi 1.592 miliarsi di prestiti. Nel 2009 i prestiti sono stati 1.621, 1.754 nel 2010, 1.784 miliardi nel 2011 e nel 2012 si è registrato il vertice massimo con 1.797 miliardi”. “Siamo in prossimità della cima, del tetto massimo”.

Anche la tabella pubblicata dal Mondo temo faccia confusione tra impieghi totali e prestiti alle imprese, riportando cifre pari a 1.797 miliardi per il 2012 e 1.749 (agosto 2013) quando i prestiti alle imprese sono solo meno di 850, secondo le tabelle statistiche di Banca d’Italia. Da anni non comprendo questa linea di difesa dell’associazione bancaria, il credit-crunch è un fatto innegabile citato ripetutamente dallo stesso governatore della Banca d’Italia Visco, da Draghi e persino dal Fondo Monetario Internazionale. Sarebbe possibile, invece, sostenere che le banche abbiano validissime ragioni per restringere i criteri di erogazione del credito, oppure che sia stato erogato troppo credito in passato, visti gli evidenti squilibri tra debito e capitale proprio nelle imprese italiane. Solo queste due spiegazioni basterebbero a dare agli imprenditori da ‘luoghi comuni’ il senso di un cambiamento inevitabile e necessario. Negare il credit-crunch appare l’ultimo dei modi con cui il sistema bancario può recuperare un grammo di simpatia e considerazione oggi che ne avrebbe grande bisogno per affrontare sfide sindacali ed economiche. Ha ragione invece Patuelli quando dice “In sostanza si pretende che le banche diano un’azione di supporto a uno Stato fortemente indebitato e alle aziende sottocapitalizzate. Ecco perché non ne possiamo più di questa giaculatoria sul fatto che potremmo fare di più.” Tuttavia Patuelli ha abbastanza esperienza di banca per ricordare che le imprese italiane sono tutte nate sottocapitalizzate, sono cresciute sottocapitalizzate e imbottite di debito bancario (associato a fideiussioni personali e ipoteche). Tutto questo è andato bene fino al 2008 e nessuno si è preoccupato di fermarlo. Ora è arrivato il momento di farlo, ma forse con un certo acume e delicata gradualità.

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Pubblicato in: banche, credito
  1. Una tradizione plurimillennaria fà sì che ogni Santa Messa inizi con il confiteor ovverosia con la confesssione dei propri peccati (in parole, opere ed omissioni). Mi pare l’unico ragionevole punto di partenza per un cambiamento (conversione el lessico cristiano) vero. Il resto, come dicono a Napoli caro Patuelli, è solo “ammuina”, termine nato in ambito marinaro e non igienico in contesti in cui la nave rischia seriamente di affondare.

  2. ieri al comitato Crediti della banca per cui lavoro abbiamo esaminato una richiesta di affidamento di una impresa del ns. territorio che fattura da tempo circa 5 milioni di euro l’anno, con una forte percentuale di export e che ha sempre ottenuto ottimi risultati reddituali fino ad alcuni anni fa. Da almeno tre anni il conto economico è negativo e, per conservare i clienti ed il fatturato è costretta a lavorare con margini ridottissimi, che vengono erosi da costi generali ed oneri finanziari.

    L’impresa vantava un’ottima patrimonializzazione ma si sta riducendo per effetto dei risultati economici negativi.

    Noi abbiamo concesso comunque la linea di credito richiesta perché riconosciamo all’imprenditore capacità, onestà, energia, tenacia e confidiamo che possa superare il momento negativo.

    Ho chiesto ai colleghi del comitato se non pensano che l’euro a 1,35 / 1,40 sul dollaro non possa avere responsabilità per questo stato di cose. Questa mattina, sul sole 24 ore, a pag. 8, un commentatore del quotidiano economico si chiede se alla BCE, per affrontare questo problema, manchi qualsiasi strumento, persino quello della parola e degli annunci.

    Le ho già riconosciuto un forte apprezzamento per le sue analisi e per la sua competenza in materia di imprese e di politiche creditizie delle banche.

    credo però che, al di là delle ns. specifiche competenze e responsabilità, dove naturalmente dobbiamo cercare di fare del ns. meglio, almeno come cittadini abbiamo il dovere di chiedere ed il diritto di pretendere che Governo e Parlamento affrontino anche questo problema e si chiedano se gli Stati del Sud Europa non stiano pagando un prezzo troppo alto per un’Unione Monetaria che avvantaggia alcuni (pochi) Paesi e distrugge l’economia ed il tessuto sociale degli altri.

    • Un bel commento, di cui ti ringrazio molto. Ci fa vedere che in banca -in questo caso una piccola banca credo- c’è ancora coraggio.
      Sono troppo scettico sulle capacità di questo governo, e di quelli passati, nell’immergersi nei problemi dell’economia e delle imprese, troppo distacco, troppi gravi errori in sequenza. Anche quando dicono di curare gli interessi delle piccole imprese, stanno solo pensando alle grandi.

      Piuttosto mi incuriosisce la decisione di concedere il fido, coraggiosa ma mi domando quanto basata sulla probabilità di un’inversione di tendenza del mercato in cui opera quell’impresa. Il segnale dei margini ridottissimi è negativo e non di buon auspicio per il futuro. Onestà energia e tenacia potrebbero non bastare se l’imprenditore non trova strade e modi per ricreare margini, profitti e flussi di cassa. E proprio questo è il confine che la banca non ha il coraggio di superare… Mettere il naso in casa dell’impresa, per aiutarlo a vedere meglio e a fare cose diverse, magari con persone diverse. E’ chiedere troppo a una BCC?
      FB

  3. Non sarei così sicuro che queste cose debbano competere agli uomini (e alle donne) di una BCC. Magari fare domande all’imprenditore, evidenziare eventuali contraddizioni o elementi di debolezza, fornire dati sul settore, se non già conosciuti . . Molto più difficile dare suggerimenti sul business. Servirebbero competenze molto verticalizzate, non disponibili nelle banche di credito ordinario, neppure in quelle di medio grandi dimensioni. Aver disperso le competenze delle banche specializzate nel credito a medio e lungo termine alle imprese è stato demenziale ma questo è un altro dei regali che ci ha fatto la cultura economica dominante: quella che si è formata sulle veline di Goldman Sachs e sorelle. Così, oltre ad aver contribuito a riempire le imprese di derivati truffaldini, si presenteranno come salvatori, quando ci saranno solo le rovine di quella che era un’economia avanzata e fiorente.
    E in Banca d’Italia si preoccupano della governance delle banche popolari, magari per favorire un’altra ondata di fusioni e incorporazioni che omologheranno ancora di più il sistema, fino a farlo diventare un grande supermarket di prodotti finanziari e di linee di smobilizzo crediti

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