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28 ottobre 2013

Banche italiane solide o fragili?

Pareri contrastanti sul prossimo esame da parte delle autorità di vigilanza europea sui bilanci di 128 banche europee, tra cui sono comprese anche 15 banche italiane, come scrive Repubblica il 23/10:

Bce avvia valutazione banche Ue.Draghi: “Non facciamo sconti”

[…] Tre gli elementi della ‘grande prova’: la verifica della valutazione del rischio, dal punto di vista quantitativo e dal punto di vista qualitativo, con l’inclusione dei rischi fondamentali come liquidità, ‘leverage’ e finanziamento; la verifica della qualità degli asset per rafforzare la trasparenza sulle esposizioni delle banche (l’esercizio include l’adeguatezza degli asset, la valutazione del collaterale e i requisiti relativi); lo stress test per valutare la capacità di reazione dei bilanci agli scenari di stress. Tali elementi, ricorda la Bce, “sono strettamente interdipendenti”.

La valutazione si fonderà sul riferimento dell’8% common equity tier 1. I dettagli sullo stress test saranno annunciati in coordinamento con l’Eba. La valutazione complessiva si concluderà con la pubblicazione dei risultati aggregati, a livello di paese e di banche “insieme con le (eventuali) raccomandazioni per le misure di supervisione”. Ciò avverrà “prima che la Bce assuma il ruolo di supervisore nel novembre 2014”.[…]

Se si legge l’articolo preso dal Sole24Ore del 24/10/2013:

J.P. Morgan: banche italiane preparate per l’esame europeo

«Le banche italiane sono perfettamente preparate per la verifica dei bilanci bancari della Bce, visto che nel worst case scenario i fondi pubblici da utilizzare per ricapitalizzare le aziende di credito italiane sarebbero minori dell’uno per cento del Pil». È il giudizio che si legge nel rapporto Highlights from the 2013 Imf/Wb annual meetings redatto dagli esperti di J.P. Morgan securities subito dopo l’assemblea annuale del Fondo monetario.
Le banche italiane, annota la banca americana, seguono gli standard prudenziali più rigorosi d’Europa: se i mutui italiani fossero misurati con gli attuali standard europei i crediti deteriorati sarebbero più bassi di circa un terzo (vale a dire sotto il 9% invece che sopra il 13%). Inoltre, si afferma nel rapporto, il rapporto di copertura dei non performing loans delle banche italiane sarebbe del 20% più elevato se si adottassero gli standard usati dalle altre grandi banche europee: gli accantonamenti sfiorerebbero il 60 per cento invece del 40 per cento circa.
Un altro elemento che viene evidenziato dal rapporto JP Morgan è che i rapporti patrimoniali delle prime cinque banche italiane (quelle che controllano il 65% del totale degli attivi bancari) e anche quelli di altre aziende di credito italiane sono «elevati e crescenti».
Non basta: come viene ricordato nel rapporto, secondo le autorità italiane le banche italiane detengono nei loro bilanci solo l’8 per cento dello stock dei titoli di stato italiani e la loro esposizione sta scendendo. Quest’ultimo è un aspetto importante, rimarcano gli economisti di JP Morgan, perchè in futuro l’avere in portafoglio titoli del debito sovrano potrebbe non essere più completamente privo di rischi ai fini prudenziali.
Va rimarcato, a questo proposito, che nel comunicato stampa della Bce di ieri non viene fatto nessun riferimento a variazioni di ponderazione del rischio connesso ai titoli del debito sovrano. Anzi, poiché per la valutazione del capitale valido ai fini prudenziali, il riferimento della Bce è alla definizione di capitale in vigore nel 2014, questo implica che viene mantenuta l’attuale struttura leggera di deduzioni dal patrimonio prudenziale.

Se invece leggiamo quanto scritto dall’agenzia di rating Moody’s oggi le cose suonano in modo diverso, secondo quanto pubblicato da Reuters:

MILANO, 28 ottobre (Reuters) – Il requisito di un common equity Tier1 all’8%, parametro minimo fissato dalla Bce per la nuova fase di valutazione della solidità delle 128 banche europee, è negativo per il credito delle obbligazioni junior delle banche italiane vicine o al di sotto di questa soglia, o con una bassa qualità degli asset.

E’ quanto si legge in un report dell’agenzia di rating Moody’s. “Sarà difficile per queste banche colmare la carenza patrimoniale con risorse private, fattore che aumenta la possibilità di un intervento pubblico e in definitiva di un bail in”, ovvero del contributo da parte degli obbligazionisti. Più esposti a questa eventualità, spiega Moody’s, sono Carige, Popolare di Milano, Credito Valtellinese, Mps e Banco Popolare . Moody’s riconosce che, nel confronto con le controparti europee, le banche italiane beneficeranno dell’armonizzazione della definizione dei non performing loan ai criteri Eba, paramentro che Banca d’Italia ha già fatto proprio, a differenza di altre autorità di controllo di altri Paesi. “Questo beneficio tuttavia sarà presumibilmente compensato da un più esteso scrutinio delle misure di ‘debt forbereance’, definite dall’Eba come l’estensione di concessioni ai creditori in difficoltà”, avverte però Moody’s.

Dunque se le banche italiane siano pronte o meno a questo nuovo test di solidità con criteri europei non riusciamo a capirlo. Di certo non sorprende che MPS e Carige possano avere dei problemi a superare l’esame, ma che anche BPM, Banco Popolare e Creval siano in zona rischio questo è un fatto che desta qualche ulteriore preoccupazione per la tenuta complessiva del sistema.

Molto si giocherà sulla omogeneizzazione dei criteri di valutazione, per le quali Banca d’Italia e ABI si sono spese ultimamente nel rimarcare come le banche italiane adottino criteri decisamente più prudenziali sul fronte di calcolo delle sofferenze e degli accantonamenti. Qualora queste banche non dovessero passare il test si riaprono i giochi degli aumenti di capitale e verranno messi in discussione gli assetti proprietari delle popolari, già attaccati ripetutamente nei discorsi del governatore Visco senza alcun apparente risultato, anzi. Mentre per MPS che già sta subendo una cura da cavallo e soprattutto per Carige che è alla ricerca di capitali ingenti (800-1000 milioni) il punto di domanda porta in direzione di un vero e proprio salvataggio e nazionalizzazione con il dubbio del possibile sacrificio che potrebbe essere imposto agli obbligazionisti, schema che sembra prevalere oggi in Europa quando si parla di salvataggi bancari.

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  1. Ringrazio ancora una volta l’ottimo Fabio Bolognini per aver introdotto, con l’ultima frase dell’articolo, quel sottile cambiamento (da bail out a bail in) che si sta sottotraccia affermando in Europa e che rischia di trasformare le vicende bancarie citate, da oggetto di discussione più o meno tecnica a oggetto di perdite reali nei portafogli di tante famiglie italiane.

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