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9 ottobre 2013

Le Reti e le paure degli imprenditori

Nel mio post ‘10 scomode verità per le PMI che resistono‘ -che ha avuto un’ulteriore diffusione grazie alla pubblicazione su LINKIESTA– avevo inserito un commento sulla scarsa propensione dei piccoli imprenditori a valutare serie forme di aggregazione per aumentare la loro scala dimensionale e proteggersi dai rischi di un mercato spietato. Queste le mie precise parole:

ai piccoli imprenditori stanno dicendo che se restano piccoli non vanno da nessuna parte, che non possono fare innovazione, che le banche li abbandoneranno al loro declino e questa temo non sia una menzogna né una minaccia a vuoto. Però nessuno spiega loro come diventare più grandi facendo alleanze. Solo una gran cassa sulle Reti d’Impresa -come se la parola fosse già la soluzione. Fare reti e alleanze non è facile per molte ragioni. Ma va fatto, soprattutto per ridurre i costi, per comprare meglio e avere potere contrattuale con le grandi imprese che vogliono volumi, esercitano potere contrattuale e poi pagano male. Oppure chiedono a fine anno indietro il 5% del fatturato come ha fatto recentemente Mondadori. Mettersi insieme vuol dire cambiarsi la testa, accettare opinioni altrui, gestire il migliore compromesso. Non è lo sport preferito dei piccoli imprenditori, da sempre navigatori in solitario, ma va fatto.

Nonostante tutto qualche migliaia di imprenditori possono smentirmi avendo creato o aderito a reti di imprese o raggruppamenti. Eppure il problema da me sollevato deve essere reale se ha spinto Stelvio Pietrobono a scrivere questo ottimo articolo sul bel portale Reti di Imprese.it, che vi invito a leggere:

CAUSE CHE SI OPPONGONO ALLA DIFFUSIONE DELLE RETI D’IMPRESE

Con­tat­tando molti impren­di­tori della PMI ed avviando il dis­corso delle mag­giori pos­si­bil­ità di busi­ness che essi avreb­bero entrando in rete d’imprese, gen­eral­mente avverto la loro resistenza a val­utare questa  favorevole oppor­tu­nità. Da qui, l’esigenza pro­fes­sion­ale d’intercettare ed inda­gare, sin­teti­ca­mente, i motivi di tale oppo­sizione, motivi che cos­ti­tu­is­cono osta­coli da super­are e che lim­i­tano lo sviluppo di strate­gie rivolte all’aggregazione delle reti d’imprese.

Pro­cedo all’individuazione  di tali ostacoli.

La resistenza dell’imprenditore ad aggregarsi

L’imprenditore della micro e PMI è gen­eral­mente  troppo indi­vid­u­al­ista, perché:

  • teme l’aggregazione, pen­sando che con essa possa perdere gran parte del potere ges­tionale in seno alla pro­pria azienda o, addirit­tura, ha tim­ore di non poterla più gov­ernare, in asso­luto, “con­seg­nan­dola ad altri”;
  • teme di offrire il fianco “alla curiosità” dei col­leghi impren­di­tori con i quali dovrebbe entrare in rete, curiosità lesiva dei suoi inter­essi e delle sue conoscenze oper­a­tive (know-how ) che ritiene dover man­tenere segrete;
  • teme l’assoggettamento alla volontà altrui nelle scelte di mer­cato, che ha sem­pre effet­tuato in asso­luta autono­mia, senza fil­trarle attra­verso l’opinione di alcuno.

L’imprenditore della micro e PMI, soli­ta­mente, dimostra di avere pre­con­cetti verso l’aggregazione di reti d’imprese, pre­con­cetti che dovrebbe super­are senza pre­sun­zione, acco­stan­dosi al prob­lema aggrega­tivo non con spir­ito di rifi­uto, bensì con voglia di apprendi­mento e  conoscenza. L’ impren­di­tore ha l’obbligo morale, oltre l’interesse per­son­ale, di acquisire una mag­giore cul­tura d’impresa per arric­chirsi d’informazioni, indis­pens­abili per val­utare la bontà dell’ipotesi aggrega­tiva, e non solo. Ciò, a tutela della pro­pria azienda che è “bene comune”,  nel senso che da essa trag­gono sos­ten­ta­mento dipen­denti e col­lab­o­ra­tori. Inoltre, l’imprenditore  deve riflet­tere sul fatto che ogni impresa ha vitali col­lega­menti con l’indotto di rifer­i­mento al quale crea van­taggi eco­nomici e ne riceve.

Sia ben chiaro che la scelta aggrega­tiva non va con­sid­er­ata come un optional a dis­po­sizione, bensì è un’opportunità di crescita che, a volte, può divenire scelta essen­ziale di soprav­vivenza per l’azienda. Chi si oppone con­cettual­mente  alla rete d’imprese deve  aver chiaro che  tale aggregazione non assomiglia  per nulla  alla fusione e, da essa, si può recedere per con­tratto. Inoltre, nella rete d’imprese, le aziende coop­er­ano ad un prog­etto comune ma con­ser­vano la  loro indi­vid­u­al­ità giuridica e l’autonomia pat­ri­mo­ni­ale, oltre  a quella eco­nom­ica e finanziaria.

Va da sé, che  le aziende  che entrano in rete devono orga­niz­zarsi, model­larsi, adeguarsi, nonché abit­u­arsi , a vivere una sin­er­gica espe­rienza ges­tionale fori­era d’innovazione, di nuove oppor­tu­nità, di nuovi mer­cati, di ulte­ri­ori ed inediti prodotti. Il tutto, pro­durrà ben­efici che giover­anno al conto eco­nom­ico di ogni azienda parte­ci­pante alla rete. Questi ben­efici si tradur­ranno in miglio­rati costi, aumento dei ricavi e con­seguenti mag­giori utili.

Infine,  è  ben certo che cre­ativ­ità e grinta, preziose qual­ità riconosciute agli impren­di­tori della micro e PMI ital­iana, ver­ranno  raf­forzate, generando ulte­ri­ore val­ore aggiunto se svilup­pate nell’ambito dell’aggregazione di rete d’imprese.

L’opposizione dei dipen­denti ad aggregarsi

I dipen­denti  della PMI  sono nor­mal­mente  dif­fi­denti verso l’aggregazione per :

  • sfidu­cia  nei con­fronti del nuovo  “sis­tema oper­a­tivo” rap­p­re­sen­tato dalla rete d’imprese, in quanto ritenuto com­p­lesso; questa sfidu­cia, che spesso si tra­duce in appren­sione, deter­mina il nascosto tim­ore di non essere all’altezza dei nuovi, futuri compiti;
  • angos­cia derivante dal temuto ris­chio di perdere “il potere sul lavoro”, rap­p­re­sen­tato dall’autonomia deci­sion­ale con­quis­tata nel tempo attra­verso la dimostrazione del sogget­tivo val­ore, appor­tato al ciclo di pro­duzione azien­dale e, quindi, pre­oc­cu­pazione di perdere il con­quis­tato apprez­za­mento dell’imprenditore e  dei suoi ausil­iari.

Il Rifi­uto dell’imprenditore e suoi ausil­iari all’aggregazione

C’è da ril­e­vare il fatto che, prima di dar vita all’aggregazione della rete d’imprese, i parte­ci­panti alla rete stessa erano, quasi sem­pre, con­cor­renti tra di loro e, quindi, avver­sari che com­pete­vano sul mer­cato. Entrando in rete, con­trari­a­mente a prima, diven­tano part­ner. La dif­fi­coltà di accettare questo muta­mento non è sem­plice, ma neanche dif­fi­cilis­simo. Occorre, per­tanto, che l’imprenditore ed i suoi ausil­iari  non rifiutino  in modo pre­con­cetto l’aggregazione ma si ori­entino ad un com­por­ta­mento col­lab­o­ra­tivo e sin­er­gico, com­pren­dendo che lo stare in rete pro­duce van­taggi ai sin­goli parte­ci­panti e nulla toglie ad essi. Inoltre, l’imprenditore ed i suoi ausil­iari,  non devono temere il cam­bi­a­mento strate­gico ges­tionale che, in ottica di una sola azienda, è col­le­gato ad un tempo di breve-media durata, men­tre, in ottica di rete d’imprese, è dilatato al lungo peri­odo; lo sposta­mento in là del tempo deter­mina sì mag­giore dif­fi­coltà di pre­vi­sione ma non  mag­giore preoccupazione!

Superati gli osta­coli indi­cati, ne esiste un altro rap­p­re­sen­tato dal: Ris­chio di scarsa autorev­olezza dei man­ager alla real­iz­zazione del prog­etto di rete

Il prog­etto di rete d’imprese,  per essere attuato, richiede un capace, intenso ed appro­pri­ato impegno sia dei  man­ager che dei quadri. Infatti, i man­ager,  essendo pre­posti alla direzione azien­dale ed i quadri,  essendo “cinghia di trasmis­sione” tra man­ager  ed impiegati-operai, hanno la del­i­catis­sima  fun­zione di garan­tire  l’equilibrio del nor­male fun­zion­a­mento  tra i diversi set­tori dell’azienda. Per­tanto, diri­genti e quadri, devono possedere una riconosci­uta autorev­olezza per amal­ga­mare e coin­vol­gere, con entu­si­asmo, tutte le maes­tranze alla con­di­vi­sione degli obi­et­tivi da rag­giun­gere. Soltanto dopo aver ottenuto questa  coe­sione ‚diri­genti e quadri si assi­cur­eranno l’apporto pos­i­tivo ed uni­tario della forza lavoro, indis­pens­abile per poter con­cretiz­zare, in modo vin­cente, l’implementazione del prog­etto di rete.

 

In passato ho sostenuto più volte che le vere aggregazioni si fanno saltando l’ostacolo e mettendo insieme le imprese, andando dal notaio a firmare atti di fusione o di creazione di nuove società di capitali, imparando a convivere con qualcosa di meno del 100% di quota societaria e che le Reti di Imprese sono un ‘ibrido’ che serve solo ai timidi indecisi che devono ancora superare le paure elencate da Pietrobono nell’articolo.  Ma ciò che dice l’autore è che nella sua esperienza incontra resistenze anche al fidanzamento, non solo al matrimonio e allora il problema è grosso.

Dalla mia piattaforma di osservazione dico che le piccole imprese non possono correre veloce, né andare lontano con la finanza scarsa che hanno a disposizione. Le banche, lo devo ripetere sino alla nausea toglieranno altro credito (avete visto il dato di agosto? -4,6% sul 2012) e non avranno grande affetto per piccole imprese indebitate che crescono poco e non hanno progetti per farlo. Aggregazioni, Reti, accordi sono uno dei percorsi da valutare e prendere. Certo serve coraggio e visione. Non è per tutti.

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  1. Caro Bolognici,
    Eppure, solo associandosi, potrebbero cercare di far barriera all’enorme, dinamico, organizzato mercato della contraffaziione.
    Proprio per combattere il mercato del falso, avevo proposto V.I.E. Vetrine Italiane all’Estero. Un progetto pensato dopo aver valutato dall’estero/estero il greve danno della contraffazione; ma sembra che non interessi nemmeno alle uffici ed consorzi preporsti.
    Buon lavoro,
    Armando

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