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3 ottobre 2013

Banche e imprese, si cambia ma come?

Siamo ancora nel pieno del lungo processo di stretta credito alle imprese. I dati trasmessi da Banca d’Italia mostrano cali nell’ordine del 4% anno su anno, le associazioni di categoria, in particolare quelle che curano le micro imprese, lamentano sempre più esplicitamente il danno procurato agli associati. Ma banche e imprese devono andare avanti e le prove di dialogo procedono su due livelli: uno altissimo in cui i vertici bancari trasmettono intenzioni e suggerimenti, uno più terra-terra in cui imprenditori e direttori di filiali si incrociano su un terreno in cui fioccano più no che sì, con le più svariate motivazioni non tutte brillantissime.

Rimaniamo sul livello alto per decifrare cosa stia cambiando nell’opinione dei vertici bancari, prendendo le ultime dichiarazioni dei vertici di Intesa e Unicredit. Il presidente di Intesa Gian Maria Gros-Pietro ha recentemente indicato una strada molto nobile, commentata da Dario Di Vico nel suo personale blog:

Tra banche e imprese, che in Italia sono unite nella buona e cattiva sorte, “c’è un paradigma da cambiare”. L’affermazione è da prendere sul serio perché viene da un centauro, metà banchiere metà attento studioso dell’impresa. Gian Maria Gros-Pietro, infatti, oltre ad essere uno dei più stimati economisti industriali è anche il presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo. Al convegno milanese della rivista L’Industria Gros-Pietro ha fatto da mattatore sostenendo che le banche devono passare da “partner finanziario a partner strategico delle imprese”. A rendere necessaria questa trasformazione concorrono, tra le altre, almeno due considerazioni di fondo: a) il processo di aggregazione delle banche italiane ha rimescolato profondamente i gruppi dirigenti periferici diminuendo però competenze e conoscenza del territorio; b) la crisi ha mutato i comportamenti degli imprenditori ma i piccoli sono rimasti legati al rapporto fiduciario con il proprio commercialista. Le banche, dunque, per Gros-Pietro devono “rivedere la politica creditizia portando al centro la relazione con il cliente-impresa”. Come? Valorizzando la professionalità del personale che concede il prestito e utilizzando nella definizione del merito di credito non solo le informazioni hard (fatturato e bilancio) ma anche quelle soft (brevetti, tecnologie, risorse umane).
La banca, in sostanza, deve saper “offrire consulenza” in modo da individuare per le imprese prodotti finanziari disegnati su misura e nuovi investitori, come possono essere i fondi specializzati nelle piccole e medie aziende.

Il neo amministratore delegato Carlo Messina intervistato dal Sole oggi si rifugia nella classica interpretazione della banca per il paese, non indica ricette ma sottolinea come la banca sia rimasta vicina a famiglie e imprese anche in questa crisi:

Faremo la nostra parte, continuando a essere erogatori di credito al sistema economico e offrendo consulenza sugli investimenti. Già lo stiamo facendo, come dimostrano i dati. Il totale del credito accordato a famiglie e imprese italiane è di 420 miliardi, che è pari a poco meno di un terzo del Pil italiano. E nei primi otto mesi dell’anno abbiamo concesso 24 miliardi di credito a medio e lungo termine, prevalentemente a famiglie e pmi.

Pur prendendo per buoni i 24 miliardi dichiarati da Messina, si deve anche fare i conti con i numeri del bilancio di Intesa che parlano di un calo degli impieghi nei primi 6 mesi del 2013 di circa 17 miliardi (vedi tavola) che Graziani si è dimenticato di raffrontare nell’intervista. 24 mld erogati e 41 ritirati?

Ma il punto non è nei numeri del credito, che esprimono il passato, bensì’ nel ‘paradigma‘ citato da Gros-Pietro. Cosa significa cambiare?  Sentendo Federico Ghizzoni, CEO di Unicredit qualcosa si muove:

Dopo l’edilizia, l’approccio sistemico, organizzativo e di marketing, sarà sperimentato su altri settori produttivi. E questa volta diventerà di filiera: «Stiamo mettendo a punto un nuovo sistema di valutazione del rischio – spiega ancora il ceo di UniCredit – che ci consentirà di giudicare un’impresa non soltanto sulla base dei dati passati, ma di proiettarne la situazione nel futuro e soprattutto di valutarne le ricadute sul distretto o la filiera in cui è inserita». In pratica, uno strumento in più di cui saranno dotate le filiali per evitare gli effetti a cascata di un credito mancato e al tempo stesso per cogliere tutte le opportunità di un nuovo impiego.

Finalmente si vede qualcosa di significativo: le banche stanno provando sistemi che possano rimediare ai difetti del rating di Basilea2, troppo orientato alla lettura dei risultati e dei bilanci passati e quindi poco efficace nell’identificare le prospettive , anche di capacità di rimborso di un’impresa. Questo è il vero cambio di paradigma: gestori più preparati come auspica Gros-Pietro e sistemi che li aiutano a discernere tra imprese che ce la fanno e imprese che stanno affondando.

Tutto possibile, se le banche decidono di fare investimenti in formazione e in tecnologia per usare soft e hard data che sono disponibili e che aiutano a capire il profilo di rischio di un’impresa. Su questa linea valga com prova quanto presentato nel Banking Summit 2013 da Fabrizio Guelpa, head of industry research di Intesa SanPaolo:

Guelpa e Ghizzoni sembrano parlare la stessa lingua e le loro parole aiutano anche a comprendere quelle finali di Gros-Pietro. Forse abbiamo individuato una strada in cui il dialogo banca-impresa sia costruttivo e promettente nell’esprimere giudizi e voti per poi erogare credito. Le banche possono accumulare, estrarre e catalogare informazioni importanti, da distribuire poi alla rete commerciale per fare bene il mestiere del credito, della banca. Se poi le imprese vorranno aiutare le banche a completare il set informativo con tutto ciò che la banca non può trovare da sola, tanto meglio, ma gli imprenditori si preparino a giudici più competenti. Speriamo presto.

 

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