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29 settembre 2013

Io sto con Zingales

Potente j’accuse di Luigi Zingales sulle colonne del Sole24Ore di oggi, attacco al capitalismo italiano che colluso con politica e quell’incrollabile lato oscuro delle cosiddette ‘banche di sistema’ ha saputo gestire molto male tutto ciò di cui si è impadronito.

[…] E il consociativismo è rimasto per volontà proprio di quegli imprenditori e manager che si atteggiano a vittime. Cresciuti nel consociativismo, costoro non sembrano in grado di operare al di fuori di esso, e quindi tendono a perpetuarlo. Il consociativismo è una cultura che piace a chi sta al potere. Consociativismo significa innanzitutto consenso con il potere. Il consenso riduce la competizione ed elimina la responsabilità individuale: se siamo tutti d’accordo, siamo tutti corresponsabili, ovvero nessuno è responsabile. Il concetto di accountability (rendere conto ad altri di come il potere viene usato) non esiste neppure nel nostro dizionario. Senza accountability il potere logora solo chi non ce l’ha.

Perciò questi imprenditori e manager sono anche carnefici. Non solo in questa politica ci sguazzano, ma la sostengono e riproducono. Riva non finanziava forse Bersani? Ligresti non era un amico di La Russa (dopo esserlo stato di Craxi)? Bazoli non è forse lo sponsor di Prodi e il compagno di gite in barca di Piero Fassino?

A fronte di questo capitalismo malato, esiste un capitalismo sano, fatto di imprenditori che competono sul mercato mondiale nonostante il peso fiscale di uno stato ipertrofico e inefficiente. Con rare eccezioni, questo capitalismo sano è fatto di imprese medie e piccole, che rimangono tali non per l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma per sfuggire ai taglieggiamenti della politica. Molte di queste imprese non solo resistono, ma anche, a fatica, si espandono. Per quanto ancora? In un mercato globale è difficile competere con una palla al piede. O ci liberiamo della palla o questa ci tirerà a fondo. È venuto il momento di ribellarsi, non per difendere i capitalisti nostrani, ma per salvare il nostro capitalismo morente dai capitalisti incapaci siano essi italici o foresti.

Su questo argomento bruciante io sto con Zingales, sto con imprenditori non collusi che competono e lottano. Sono piccoli, anche quando li chiamano medi, e a volte sono brutti, ma sono sani, puliti e coraggiosi. E non mi piacciono tutti gli altri, che ho pure incontrato sulla mia strada e che hanno cercato di fare leva su altri fattori che non fosse la loro capacità.

Spero che Zingales resti con un piede in questo paese malato, per continuare a denunciare i nostri errori con la stessa forza e senza paura. Ne abbiamo bisogno.  Per chi non conosce bene il pensiero di Zingales, ripubblico un suo video, alla convention di Renzi a Firenze nel lontano 2011, perché la meritocrazia non appartiene a nessun partito politico, ma al partito del progresso.

http://youtu.be/CRGEFzHSVEQ

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Pubblicato in: economia, PMI, politica
  1. bellissimo post. sono pienamente d’accordo!
    Ti segnalo un convegno – l’ho postato anche su linked’in un po’ di giorni fa’:- “La patologia del debito: fermare la giostra si può?” a Milano in corso Italia 10 alle 14,30 di giovedì 10 Ottobre.
    http://formazione.ipsoa.it/convegno/418446/convegno-gratuito-la-patologia-del-debito-fermare-la-giostra-si-puo
    Se pensi di esserci, fammelo sapere, mi farà piacere incontrarti.
    A Simone

  2. Condivisibile, ma… dare sempre la colpa alla “palla al piede” del “peso fiscale” ha un po’ stufato.Vogliamo proprio sostenere che la causa della sostanziale irrilevanza delle aziende italiani sui mercati globali sia dovuta solo a imprenditori collusi coi politici e alla pressione fiscale? Autocritica, mai?

    • Caro Marco,
      sono d’accordo con te. Il macigno fiscale oggettivamente svantaggia le imprese tricolori, ma non si spiegherebbe perché alcune ottime imprese, con ottimi manager che producono ottimi piani industriali riescono a stare ai vertici mondiali nei rispettivi settori. Politica e fisco non aiutano ma neppure impediscono.

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