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26 settembre 2013

Il sindacato fa i conti in banca

Con la lettera scritta al Corriere ieri Susanna Camusso ha fatto un deciso passo in avanti, intimando al governo di definire, tenendo conto dell’apporto dei lavoratori, una politica industriale che offra una guida al paese e consenta di evitare quanto sta avvenendo rumorosamente in questi giorni su Telecom e Alitalia, e molto più silenziosamente in migliaia di altre imprese. Alcuni passaggi della sua lettera meritano di essere ripresi:

Mentre i vertici istituzionali del Paese diffondono l’idea che la crisi è finita e sta iniziando la ripresa, viviamo quotidianamente il dramma della chiusura di decine di attività produttive, della distruzione di migliaia di posti di lavoro, dell’impoverimento di milioni d’italiani….

[…] Non è mia intenzione sollevare scudi di nuovo protezionismo per difendere un’italianità di maniera. Nell’Unione Europea e nel mercato globale sarebbe inutile e antistorico. Ma il Paese deve interrogarsi. Quale sviluppo è possibile senza una rete e un’azienda di telecomunicazioni capace di guidare l’agenda digitale? Come immaginare una politica dei trasporti senza poter contare su una capacità produttiva di riferimento? Quale il ruolo di un sistema bancario che pur assorbendo risorse pubbliche per sé si nega ai processi di ricapitalizzazione delle imprese e disdetta i contratti? Sono solo alcuni esempi di cosa potrà accadere nel prossimo futuro e dell’impossibilità di determinare una ripresa in assenza di quegli asset strategici e delle grandi imprese industriali. Per non parlare poi della perdita di occupazione, competenze, professionalità.

Il riferimento al sistema bancario non è casuale perché proprio in quel settore si è appena aperta la battaglia campale tra categoria (ABI) e le organizzazioni sindacali, già aperta su numerosi casi di banche con programmi di forte riduzione del personale (es. MPS, Unicredit, Intesa) diventata ora definitiva dal momento in cui ABI ha dato disdetta del contratto collettivo con alcuni mesi di anticipo. I sindacati dei bancari FABI, Fiba-Cisl e Fisac-CGIL sono in assetto di guerra, i comunicati che escono dalle loro sedi sono infuocati in questi giorni, il presidio sulle situazioni delicate di Banca Marche, Popolare Spoleto, CARIGE è attivo e continuo.  Non solo, ora il sindacato è passato al contrattacco e ha cominciato a fare i conti in tasca alle banche pubblicando uno studio sulla redditività delle prime 7 banche italiane volto a dimostrare che le cose non vanno poi così male come le banche sosterranno quando la delegazione guidata da Francesco Micheli si presenterà al tavolo delle trattative con pressanti richieste di riduzione di sportelli e personale. Prodotto ISRF Lab lo studio mette in fila una serie di grafici inframmezzati da commenti. Presi da questo studio ecco alcune tavole significative, nell’analisi dei risultati usciti dalle semestrali 2013:

Con questa tavola lo studio sottolinea come la componente finanziaria e straordinaria dei proventi finanziari (derivanti dal carry trade su titoli di Stato e dai buyback di obbligazioni a forte sconto) abbiano contribuito notevolmente a tenere in piedi i bilanci delle banche nel 2012 e inizio 2013.

Lo studio, cauto nei commenti e oggettivo nell’uso dei numeri, è già stato utilizzato dal sindacato per contestare le posizioni della controparte bancaria sostenendo che in fondo le cose non vanno così male come i banchieri vogliono far credere quando chiedono tagli massicci del personale necessari sull’altare della redditività ridotta all’osso.

In realtà lo studio evidenzia in pieno il forte calo di redditività, che giustamente attribuisce all’impatto di sofferenze-rettifiche nette che derivano dalle ‘note criticità presenti nell’economia reale del paese.’ Sul fronte dei ricavi riconosce un calo del margine d’interessi ma sostiene che nel primo semestre 2013 si vede una leggera ripresa dei ricavi, motivo per cui le richieste di forte riduzione della forza lavoro non sarebbero del tutto giustificate.

Ma proprio ieri il presidente di MPS Profumo ha sferrato un nuovo attacco e nell’audizione parlamentare ha affrontato lla questione del nuovo piano industriale con queste secche affermazioni (fonte Reuters):

L’attuale modello organizzativo delle banche italiane e della stessa Banca Mps richiederebbe un livello di redditività troppo elevato per poter remunerare il capitale necessario quindi è insostenibile e va cambiato in modo radicale.

Lo ha detto il presidente di Banca Mps Alessandro Profumo in una audizione parlamentare.

“Oggi per convincere un azionista a comprare le nostre azioni devo promettergli un ritorno dell’11%”, ha detto.

“Noi abbiamo bisogno di capitale per operare. Oggi in Mps la situazione è un po’ patologica, ma parlando in generale abbiamo bisogno di redditività molto alta per poter attrarre investitori e quindi il modello non è più sostenibile e andrà cambiato in modo radicale”, ha aggiunto spiegando che la strada è quindi quella “di una disintermediazione accompagnata, per avvicinare il mercato del debito e le Pmi”.

Le analisi dei bilanci bancari fatte dal sindacato non portano sostanziali sorprese, ma la battaglia che sta iniziando tra banche e sindacati per definire come sarà l’assetto delle banche del futuro ha molte sfaccettature, in cui il taglio del personale e delle filiali -che oggi appare inevitabile- si mescolerà con molte recriminazioni sulle capacità e gli emolumenti dei vertici bancari che hanno guidato le banche nell’ultimo decennio e con altrettante discussioni, speriamo costruttive, su come ridefinire la professionalità dei bancari per il futuro. Stiamo parlando di 300.000 lavoratori con un rischio di esuberi del 10-20% del totale. Non un problema da poco, destinato a condizionare il comportamento delle reti bancarie nei prossimi mesi. Il posto in banca non è più sicuro, ma come sarà il bancario della prossima generazione?

 

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