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15 giugno 2013

Esami di maturità in banca

Per tantissimi studenti è il momento di tensione prima dei temuti esami di maturità. Uno spunto per fare qualche prova d’esame anche tavolo del credito, dove non ci sono testi di studio ma solo osservazioni che possono derivare dalla frequentazione di così tante situazioni di crisi di PMI.  Osservazioni e anche qualche schema che si presenta con grande frequenza. Come agli esami ci sono test e domande.

La materia di studio è quella di imprese in crisi finanziaria, che rappresentano un problema per sé stesse e per le banche, costrette a subirne la crisi e a vedere i propri crediti deteriorarsi. Come detto più volte le imprese entrano in crisi finanziaria alla fine di un lungo percorso che attraversa diversi esercizi. Lo schema tipico delle crisi d’impresa è rappresentato nella figura 1:

Fig.1

Per quattro anni consecutivi, dal 2009 al 2012 il fatturato delle imprese in difficoltà cala -con la sola eccezione della ripresina nel 2011- mentre il debito finanziario (praticamente solo verso banche nelle PMI) continua a crescere.

Test n.1: cosa implica questo grafico?

Risposta: la risposta esatta è che con tutta probabilità il calo prolungato del fatturato sta portando in zona negativa i margini netti e l’impresa, in funzione dell’andamento del circolante, sta bruciando cassa. Senza un’ immissione di capitali da parte dei soci i flussi di cassa negativi si scaricano sull’indebitamento che continua a crescere, comportandosi in modo opposto al fatturato. Alla fine del lungo periodo fatturato e debiti finanziari sono a livelli molto vicini.

Fig.2

Test n.2: cosa racconta nel secondo grafico l’andamento del debito bancario a breve, rispetto all’andamento dei crediti commerciali?

Risposta: tenendo conto che la gran parte dei finanziamenti a breve sono scoperti di conto (pochi) e anticipi fatture (molti) il grafico induce a pensare che le banche stiano finanziando qualcosa che va ben oltre i volumi di fatture emesse, di crediti verso la clientela (sono in bilancio questi numeri), ma quasi certamente il magazzino o altri crediti (IVA? e persino qualche fatturina abusiva) e questo di per sé dovrebbe fare nascere parecchi interrogativi, soprattutto se non ci sono stati particolari investimenti.

In numerosi casi di imprese in crisi questi due andamenti delle principali variabili di bilancio sono facilmente visibili.

Tuttavia all’esame verrebbero bocciati in molti perché sono molti i casi di crisi nei quali praticamente tutte le banche coinvolte non hanno capito e non hanno fatto le giuste domande all’imprenditore, non hanno vigilato sull’andamento dei conti e soprattutto non sono mai intervenute per tempo a frenare la crescita del rapporto tra debito e fatturato, sollecitando l’impresa a correggere la traiettoria. Nell’altro campo gli imprenditori hanno lasciato che le cose procedessero verso un punto di non ritorno inevitabile senza comprendere che andavano fermate molto prima.

Tante insufficienze

Questo è andato avanti per anni, non per mesi ed è il principale motivo per il quale si può spesso dire, nei tavoli in cui si discute di ristrutturazioni del debito, che vi sia una certa dose di corresponsabilità tra il debitore e il creditore nell’avere ritardato la manovra correttiva. Il problema è che se alle imprese si possono attribuire moltissime responsabilità di tipo industriale per scelte sbagliate o non fatte per tempo, è invece più comprensibile che in materia finanziaria fossero impreparate e incapaci -specie se piccole- di prevedere le variabili importanti, come la generazione di cassa.

Chi invece sta dall’altro lato del rapporto banca-impresa aveva in qualità di creditore un diritto/dovere di intervenire, di prevedere i guasti finanziari che poi si sono generati. In banca si mastica finanza e si dovrebbe avere una certa dose di capacità di fare consulenza finanziaria. Invece per lo più si sono venduti derivati, mutui con garanzie dei confidi o della SACE, si sono alzati i tassi e le spese ma non si è mai andati di fronte a un imprenditore a dire ‘scusi, le faccio vedere che la strada su cui la sua impresa è avviata è finanziariamente pericolosa’.

Nella massa il fenomeno descritto con i due grafici della finta impresa è lo stesso evidenziato nei grafici della Banca d’Italia che illustrano addirittura l’andamento dei principali indicatori nel periodo 2004-2008 di un campione di 1300 imprese lombarde poi andate in crisi tra il 2009 e il 2012:

Si può dire evidente il tentativo della Banca Centrale di fare un po’ di ripetizioni per il prossimo esame.

 

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to “Esami di maturità in banca”
  1. magari la banca ha provato ad uscire, ed ha comunicato al “sordo imprenditore” ma non ci e’ riuscita.
    L’imprenditore accusava la banca di non sostenerlo………

  2. Caro Domenico,
    qui mi aspetto un dibattito più serrato e onesto, soprattutto da chi come te non ha timore di confrontarsi e non si lascia guidare dalle solite frasi paludate nelle uscite pubbliche, ma mette sul tavolo le cose come stanno (ho letto il tuo ultimo intervento sul tema).
    Io non credo più alla banca che abbia comunicato, perché in nessuno dei casi di crisi che ho affrontato in questi anni ho avuto la minima evidenza che una sola delle banche avesse fatto qualche tipo di intervento al momento giusto (3 anni fa) e nella direzione giusta. Anzi ho visto quasi sempre lo stupore di chi non si era reso conto di quanto in crisi fosse l’impresa, misto a qualche ingiustificato risentimento. In altri casi si notano manovre felpate in uscita con trasformazione del breve in piano di rientro, che sono però sempre prive di una spiegazione seria sulle ragioni della ritirata (di solito è ‘la Direzione’ che ha deciso così, al di sopra della volontà della filiale).
    L’imprenditore certamente può percepire nella ritirata la colpevolezza di chi ha sostenuto e ora non vuole farlo più e allora l’unico metodo serio e professionale sarebbe quello di sedersi un’ora con lui e dimostrargli che la decisione è basata sulla previsione che il rischio del suo mancato rimborso è salito a livelli fuori misura. Lo aiuterebbe almeno a capire cosa fare con le altre banche che sono rimaste.
    Tuttavia prima ancora di arrivare a quel punto -tenuto conto che un cliente è meglio tenerlo e salvarlo che perderlo anche sotto il profilo della redditività- la banca potrebbe svolgere quel ruolo che manca all’imprenditore e al suo commercialista, vale a dire aiutarlo a fare un piano di correzione e metterlo di fronte alle necessità di fare scelte industriali che devono essere fatte per ridurre i costi o aumentare i ricavi.
    Purtroppo sappiamo tutti e due che il personale bancario non è stato né formato, né addestrato a farlo in questi anni e i risultati si vedono.
    La mia battaglia personale continua, perché se non si comincia oggi a farlo, tra 5 anni saremo ancora a parlare di occasioni perdute.
    Nelle aule di formazione si parla di teoria, di analisi di bilancio, ma non si insegna (tantomeno si da una motivazione per farlo) ad uscire e a comunicare con gli imprenditori su questa lunghezza d’onda. Nelle aule di formazione mandate professori universitari (che non conoscono le piccole imprese e gli artigiani) o formatori noiosi che non riusciranno mai a stimolare direttori e gestori a fare un lavoro molto più concreto e appassionante di quanto facciano oggi. Scusa la franchezza, ma da uomo libero me la posso permettere.
    con stima

  3. Io credo che l’imprenditore debba essere affiancato anche da altre professionalità che possano sostenerlo nel formulare il piano industriale.
    Dalle banche non mi aspetto interventi innovativi su questo fronte, proprio per tutte le carenze che hai illustrato, ma credo che siano sensibili all’imprenditore che si presenti a discutere delle sue strategie.
    Concordo sui professori universitari che non si sporcano le mani, ma qui si va a toccare lobbies e centri di potere.
    Ottimi grafici, come sempre molto chiari

    • Sicuramente l’imprenditore potrebbe trarre giovamento dall’affiancamento di professionisti nella costruzione dei piani, ma occorre anche domandarsi quanti professionisti siano disponibili a lavorare a tariffe compatibili con le tasche di piccoli imprenditori e artigiani, che non sono profonde.
      Non è mai giusto fare di un’erba un fascio, ma mediamente -almeno per la mia esperienza- c’è ancora poca sensibilità a leggere piani industriali, nonostante tanti slogan. Però è qualcosa destinato a cambiare in meglio. Speriamo che i tagli dei costi in banca non colpiscano questo aspetto della formazione.

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