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24 maggio 2013

La famiglia è un valore, ma non per battere la crisi

Possiamo continuare a discutere in eterno sulle vie di uscita dalla crisi del nostro sistema economico e industriale, come è stato fatto ieri all’assemblea annuale di Confindustria, come viene fatto oggi a Piazza Affari dove si continua a fantasticare sulle quotazioni in Borsa, sul private equity, sull’apertura delle imprese al capitale, e magari sulle fantomatiche emissioni obbligazionarie, ma se non prendiamo atto della realtà da cui partiamo finiamo a farci altro male.

Una realtà fotografata benissimo nel rapporto annuale dell’ISTAT nel capitolo 2 – Il sistema delle imprese italiane: competitività e potenziale di crescita. Una fotografia che denuncia la struttura e i limiti di un sistema capitalistico familiare parossistico in cui nel 2011 il 72% delle imprese è a stretto controllo familiare, una percentuale che non cambia molto nelle PMI fino a 50 addetti, che scende al 50% tra i 50 e i 250 addetti e cala solo nell’impresa medio grande (vedi grafico)

Un sistema che per le sue dimensioni micro, frammentate non ha la scala dimensionale, ma neppure le risorse e le capacità intellettuali per replicare alle difficoltà poste da una crisi lunghissima, che sta devastando le lunghe filiere produttive a cui le piccole imprese erano inevitabilmente agganciate. E infatti la risposta alla crisi analizzata dall’ISTAT dimostra la povertà di scelte sulla piccola dimensione, che numericamente supera il 95% del totale.

Piccole imprese familiari che giocano disperatamente nella sola difesa del fatturato, che solo per il 35% stanno provando a cambiare la gamma di prodotto e per meno del 20% dei casi riescono a uscire da un mercato domestico terribilmente depresso. Basta questa fotografia per capire che il rilancio, anche industriale come vorrebbe il presidente Squinzi, passa per una completa rivoluzione dei modelli proprietari e manageriali e che su questo fronte sta la vera sfida economica delle istituzioni italiane.

Questo bellissimo grafico spiega cosa si intende per potenziale di crescita del sistema imprese, separando le imprese che stanno cercando di galleggiare e sopravvivere nel loro piccolo mercato locale, e quelle conservatrici ancora bloccate sul mercato Italia, rispetto a imprese più dinamiche o complesse. Guardate la misura delle bolle che rappresenta il numero delle imprese:

Secondo l’indagine ISTAT e la riclassificazione il 78% delle imprese, con una dimensione media di 5 addetti è in affanno e paralizzata nelle scelte. Le imprese conservatrici (17,3 addetti medi) sono l’8,6% mentre quelle dinamiche sono solo il 12,3% con dimensioni ugualmente contenute.

Il primo gruppo (“Piccolo cabotaggio”) include la grande maggioranza delle unita` produttive (circa il 78 per cento delle imprese) attive nella manifattura tradizionale, nelle costruzioni, nei servizi alla persona e di intrattenimento, nel commercio (soprattutto al dettaglio), nei servizi di alloggio e ristorazione. Si tratta di imprese di dimensioni ridotte (impiegano in media 5 addetti, rispetto agli 8 del complesso delle imprese), poco dinamiche, rivolte prevalentemente a un mercato locale (comunale o regionale) e con un’organizzazione aziendale molto semplificata: e` molto pervasiva la presenza di imprese a controllo familiare mentre sono pressoché  assenti esempi di gestione manageriale. Anche le innovazioni e la riorganizzazione dei processi sono limitati, al pari della integrazione nelle catene del valore, soprattutto internazionali. In questo contesto le imprese dichiarano di adottare soprattutto strategie di tipo difensivo, orientate al mantenimento delle quote di mercato. La performance e` complessivamente modesta: la produttività risulta inferiore alla mediana del sistema e a quelle degli altri gruppi, e tra il 2007 e il 2010 queste imprese hanno registrato la dinamica occupazionale più contenuta.

Con questa struttura non andiamo lontani, se non aggreghiamo imprese familiari nelle filiere, se non immettiamo talenti e competenze manageriali la sfida della competitività è persa in partenza.

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Pubblicato in: economia, PMI

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