Postato:

21 aprile 2013

Piccole imprese: prima la crescita, poi l’export

Il paper di Goldman Sachs che ho commentato nel post precedente è stato ripreso in contemporanea da diversi giornali, che hanno preferito sottolineare la critica di stampo ‘politico’ alle riforme bloccate dai partiti della sinistra e dal sindacato che hanno impedito alla piccola impresa di crescere dimensionalmente.

Tuttavia il messaggio contenuto nell’analisi della banca d’affari era più ampio e neppure tanto innovativo. In fondo che l’Italia stia perdendo competitività nei confronti del mondo è qualcosa che avevamo capito anche senza statistiche o grafici. Che il motivo della nostra ridotta capacità di competere fosse legato agli alti costi del lavoro, dovuti anche alla quota di fiscalità che si applica, non è di per sé una sorpresa. Pertanto il messaggio più importante consegnato dall’analista di Goldman Sachs è proprio quello sull’export: una cifra usata da molti economisti e commentatori in Italia per contestare la crisi delle imprese, per citare eccellenze che complessivamente non ci sono, come ci mostra GS. Abbiamo perso la sfida dell’export, abbiamo mancato l’esplosione dei consumi nei mercati emergenti. Le imprese che hanno fatto bene su questo fronte esistono ma sono troppo poche, perché…abbiamo troppe piccole imprese o imprese troppo piccole.

Il commento di oggi arriva in sequenza su quello di venerdì e offre una conferma ancora più sorprendente all’analisi di Goldman Sachs, ma questa volta proviene dagli analisti di Intesa SanPaolo che da tempo coltivano un database di oltre 46.000 imprese di ogni dimensione e che stanno analizzando le chiavi di lettura nelle performance assai diversificate delle imprese di questo campione.

All’interno del campione i ricercatori guidati da Gregorio de Felice hanno estratto due sottocampioni, simili per numero (ciascuno pari al 10% del totale), ma con performance opposte nel periodo 2009-2011. Le imprese eccellenti hanno aumentato il fatturato di oltre il 35% nel periodo e hanno avuto margini operativi sempre superiori a 5 volte gli oneri finanziari nei 3 esercizi.  Per contro le imprese peggiori hanno avuto un calo di fatturato e durante il triennio in almeno un esercizio hanno avuto il MOL inferiore agli oneri finanziari.

Per questi due gruppi di confronto Intesa ha provato a determinare le componenti ‘soft’ del successo e dell’insuccesso, quali il tasso di innovatività, di certificazione qualitativa, la scala dimensionale e la proiezione sui mercati export. Arrivando a conclusioni che sembrano confermare l’analisi di Goldman Sachs e andare persino oltre:

All’interno del tessuto produttivo italiano, inoltre, è presente un nucleo significativo di imprese che è stato in grado di registrare brillanti performance, con ottimi risultati sul piano della crescita, della redditività e dell’equilibrio finanziario. Pur nella specificità di ogni percorso aziendale e di ogni storia di impresa, alcune strategie sembrano affermarsi come un denominatore comune delle imprese eccellenti.

Si tratta, ancora una volta, di azioni tese a rafforzare la capacità innovativa, l’efficienza organizzativa e produttiva e una maggiore attenzione all’ambiente. La dimensione e l’appartenenza ai diversi settori non sembra precludere a priori il raggiungimento di risultati di eccellenza.

Tuttavia, emerge come per le imprese di piccole e piccolissime dimensioni la proiezione internazionale, sia solamente commerciale che con proprie strutture, possa rivelarsi una strategia rischiosa e costosa, con impatti negativi sulla possibilità di raggiungere performance eccellenti. Tale penalizzazione è particolarmente evidente per le imprese che appartengono ai settori tradizionali, punto di forza del Made in Italy. Al contrario per le imprese più  grandi e più strutturate un profilo di internazionalizzazione più spinto si è rivelato un fattore facilitatore.

Facciamo attenzione ai risultati della ricerca perché dicono che una corsa indiscriminata all’esportazione da parte delle piccole imprese NON è la soluzione dei loro problemi. Ci sono piccole imprese che esportano ma hanno pessimi risultati, perché la loro modesta scala, la loro disorganizzazione produttiva e spesso anche commerciale genera costi (molto spesso poco compresi) che sono abbondantemente sottovalutati.

Su questo punto dovrebbero riflettere molto anche quelle banche che si sono avventurate in programmi massicci di educazione e affiancamento alle piccole imprese per svilupparne i muscoli della internazionalizzazione, anche attraverso dosi di consulenza impartita da società esterne. Le imprese prima devono crescere di mentalità, poi di dimensione e poi finalmente possono affrontare i mercati esteri. Se non vogliono crescere di apertura mentale lascino perdere l’export, potrebbero farsi molto male. Se non vogliono crescere di dimensione provino a usare le Reti di Imprese per avere almeno un surrogato, ma facciano qualcosa.

more

Ti potrebbe interessare anche :


  1. Che per competere sui mercati internazionali occorre essere particolarmente “robusti”, non tanto come dimensioni, ma come cultura e managerialità, questo è verissimo.
    E che occorre prima dotarsi di strumenti e capacità gestionali, ancora di più.
    Però valuterei con attenzione i dati relativi alla distribuzione delle performance per classi dimensionali.
    La numerosità della classe più grande (>50) è nettamente superiore a quella più piccola. Occorrerebbe analizzare anche la distribuzione dei dati all’interno delle singole classi.
    Intuitivamente, poi, nelle piccole imprese l’export non è frequentemente il business principale: fonti ISTAT rappresentano fatturatati medi di export per azienda molto bassi. Quindi le cattive performance potrebbero essere influenzate anche dalla produzione per i mercati interni.
    Infine, qualità, innovazione, etc. accompagnate da una elevata flessibilità (che riconosciamo alle piccole anche se spesso è una caratteristica disordinata, non efficiente) sono ciò che chiedono appunto alle più piccole delle nostre aziende gli operatori esteri.

Leave a Reply

Twitter Users
Enter your personal information in the form or sign in with your Twitter account by clicking the button below.