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19 aprile 2013

E’ l’export la vera debolezza dell’Italia

Contrariamente a quanto è stato spesso pubblicato e vantato, la debolezza del sistema economico italiano risiede nella cattiva performance della bilancia commerciale, dell’export.  Questa è la sentenza limpida che emerge da uno studio recentemente pubblicato da Goldman Sachs (“Italy’s export weakness and the need for structural reforms”).

La tesi sostenuta nel paper scritto dall’analista Dirk Schumaker è in sostanza questa:

– il debole andamento economico dell’Italia rispetto agli altri paesi dell’area euro è un fenomeno che ha radici lontanissime, addirittura prima dell’introduzione dell’euro e si tratta di problemi strutturali dell’economia;

– la debolezza italiana è particolarmente evidente nella performance sull’export, condizionata da bassa produttività, presenza nei settori a bassa tecnologia, imprese di piccola dimensione poco integrate nelle filiere internazionali;

– la piccola dimensione media delle imprese italiane limita fortemente la capacità di esportazione e di espansione sui mercati internazionali;

– la riforma del mercato del lavoro non è sufficiente per sbloccare la propensione alla crescita dimensionale delle imprese.

Alcuni grafici nel rapporto di Goldman sachs aiutano a capire il significato della tesi sulla debolezza del sistema-Italia:

Il rallentamento generale dei flussi export italiani si manifesta già alla fine degli anni ’90 (dal 1995 al 2008 509% di crescita contro 80% dell’area euro) ma la grande differenza si può notare nella bassa capacità di approfittare della crescita dei mercati emergenti come si vede nel grafico 4, dove la differenza tra Germani, Francia e Italia è imbarazzante. Proprio la crescita delle esportazioni tedesche verso la Cina è una delle ragioni della forte ripresa dell’economia tedesca.  La zavorra della competitività italiana è il costo unitario del lavoro, come mostra il grafico successivo

Goldman Sachs punta poi il dito sulla incapacità italiana di entrare in contatto con le filiere globali del commercio:

Il commercio mondiale è cresciuto a un ritmo molto superiore rispetto alla crescita del PIL globale negli ultimi decenni. Questa crescita sproporzionata del commercio riflette l’emergere di filiere di fornitura che sono globali nella loro essenza. Poiché le barriere e i costi degli investimenti all’estero sono crollati, le imprese hanno collocato in modo crescente le fasi della produzione all’estero, rendendo la produzione dei beni sempre più separate geograficamente. I paesi le cui società sono state meno capaci di integrarsi in queste filiere globali beneficiano meno della crescita del commercio internazionale e dell’importanza crescente dei mercati emergenti in questo processo.

Infine sulla storica discussione sulle dimensioni microscopiche delle imprese italiane, il rapporto di Goldman Sachs è molto secco:

La differenza nella performance export dell’Italia dipende in modo determinante dalle dimensioni delle imprese. L’export italiano sarebbe del 25% più elevato se le imprese italiane avessero in media la taglia delle imprese tedesche.

Non solo quindi piccolo non è bello, ma tutta la magia delle imprese italiane capaci di stare all’altezza dei concorrenti esteri sui mercati export è purtroppo, nella media, un’altra bugia, una finzione da cui dobbiamo riscattarci in fretta. Se possibile.

 

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  1. L’Italia e le famose pmi italiane non sanno esportare. Questa è la chiave di volta di tutto il discorso. Parlo delle piccole. Che sanno produrre ottimi prodotti, di elevata qualità, di gusto e design, di prestigio, di articoli customer tailored. Ma che non sanno vendere. Che fino a tre anni fa si vendevano da soli, che erano cercati dai clienti. Adesso per sopravvivere bisogna vendere e a differenza di chi in 4 ore di corso, t’insegna tecniche di vendita e di internazionalizzazione, vendere è la più complessa attività aziendale. Ancora più difficile del saper produrre. Vendere poi in territori più ampi delle province è ancora più difficile. Ci sarebbe un modo per farlo e riscattare quella fama e assoluta bugia che le pmi non sono “capaci di stare all’altezza dei concorrenti esteri sui mercati export “. Anzi ce ne sarebbero due. La prima dovrebbe partire dalla volontà e dall’intelligenza di Imprenditori illuminati di fare rete coi prodotti complementari ,condividendone l’impegno di una risorsa commerciale capace e preparata. La forza commerciale del “pacchetto completo” , chiavi in mano, smentirebbe immediatamente la bugia. Un buyer straniero apprezza maggiormente (anche per fattori logistici e pratici) aver a che fare con un’unica voce che gli dà soluzioni, prodotti, assistenza e dedizione invece che avere a che fare con 3-4 realtà diverse, con 3-4 persone diverse. Ma fare rete tra le imprese sembra essere scalare una montagna troppo alta. I pochi che ci riescono però stanno lavorando anche in questo momento. La seconda possibile soluzione è quella di fare Sistema Paese come fanno i nostri competitors internazionali. So che allo stato delle cose non abbiamo un Paese (nel senso istituzionale del termine) per cui parlare di sistema è parlare del niente. Ma sarà fondamentale che chiunque assuma la guida del Paese rifletta su come si muovono a livello internazionali stati come la Francia, la solita Germania e altri. In caso di grandi trattative di lavori che coinvolgono tante realtà produttive, anche piccole, è direttamente qualcuno del Governo che va a trattare e si rende garante della fornitura.

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