Postato:

18 febbraio 2013

Revoche e effetto domino sulle imprese in crisi

Uno scambio di opinioni avvenuto su twitter alcuni giorni fa e provocato da un post sul blog del prof.Alessandro Berti -che di rapporti tra banche e imprese mastica molto e bene- mi porta a fare alcune riflessioni sulla questione assai delicata del credito problematico (versione bancaria) delle imprese in difficoltà finanziaria (versione industriale).

Lo spunto sollevato dal prof.Berti è molto preciso: le banche sono troppo lente nell’uscita dal credito verso imprese pericolanti (o forse già decotte) per motivi affettivi, o storici o anche meno nobili. Così facendo peggiorano la propria situazione, perché mantengono in bilancio crediti con scarsa probabilità di rientro, che presto o tardi finiranno nella cesta della biancheria sporca, altrimenti chiamata delle ‘sofferenze‘. Se lo dice, argomentandolo, Berti c’è da crederci, non è casuale visto che ha un piede in tante banche piccole e uno in casa sua.

Dalla parte della difesa su twitter qualche imprenditore e qualche esperto ha obiettato che le richieste di rientro, sicuramente in forte aumento, hanno l’effetto di fare precipitare situazioni aziendali in bilico e in alcuni casi anche oltre il limite ragionevole colpendo imprese ancora sane, a causa del tasso di insoluti in crescita.

Nel mezzo chi vi scrive, che vede con un occhio imprese a pezzi, con pochissime speranze di sopravvivenza, proseguire senza prendere coscienza che la chiusura è l’unica scelta intelligente e con l’altro occhio bancari distratti, che non si accorgono delle crisi se non quando chiamati dai professionisti della crisi, oppure bancari aggressivi oltre misura nell’ansia di recuperare crediti in tempi brevi verso aziende già dissanguate.

Nel mezzo di questo campo da battaglia, in cui non c’è il terzo tempo come nel rugby, perché i contendenti si detestano e non vanno a bersi una birra insieme dopo, le cose sono maledettamente complicate dagli insoluti. Sì perché sono spesso gli insoluti la causa delle crisi, come è successo alla piccola impresa che qualche giorno fa di fronte alle ultime notizie mi ha chiamato per dirmi di avere perso le ultime speranze. Cioè banche e imprese si stanno molte volte scazzottando perché altre imprese non pagano o non pagano per tempo e questo è un fenomeno vastissimo e gravissimo. In parte è dovuto ai fallimenti e ai concordati che generano mancati incassi, in parte alla pessima abitudine di alcune imprese di ricorrere a pratiche scorrette per avere liquidità dalla banca a tutti i costi, anche senza fatture vere. E’ questo il terrore che serpeggia nelle filiali bancarie: finanziare oggetti finti e la segnalazione degli insoluti, che ora si sta estendendo informaticamente anche agli anticipi fatture e non più solo alle ri.ba, è il campanello d’allarme che fa scattare revoche di fidi e richieste di rientro.

Salomonicamente permettetemi di dire che sbagliano entrambi, anche quando credono di avere ragione. Sbaglia l’impresa che messa alle corde cerca di fare fessa la banca, perché il gioco delle tre carte è illegale e non dura a lungo, prima o poi i nodi vengono al pettine, ma anche perché non si rende conto che falsificando le carte danneggia un’intera categoria di colleghi imprenditori, sospettati di essere furbi anche quando sono a posto con la coscienza.

Sbaglia la banca, e con essa il bancario aggressivo –avevo anticipato che sarebbe diventato una guerra sociale tra poveri– perché revoche e richieste di rientro vanno gestite con molta attenzione e maggiore comprensione. Anche con un po’ più di buone maniere, se posso dire per esperienza diretta. Ad alcuni funzionari di banca andrebbe spiegato meglio che se il credito non è garantito, tirare la corda con violenza può solo spingere l’impresa verso una procedura concorsuale che renderà quel credito vuoto, forse 1/10 del suo valore facciale, per quanti avvocati e recuperatori si mettano a scrivere carte.

Sbaglia soprattutto, e perde, il sistema italiano che non ha ancora capito che revocare un fido, se può apparire come un’operazione legittima, produce spesso l’effetto di fare fallire un’impresa, la quale non pagherà i debiti verso altre imprese che finiranno nel medesimo tritacarne creando altri problemi ad altre banche. Un effetto a catena che si sta diffondendo molto pericolosamente in Italia, in cui il primo colpevole è lo Stato che non ha pagato 90 miliardi ai suoi fornitori.

Il sistema sbaglia perché non vuole affrontare il problema per ciò che è, perché ogni singola banca che corre a ritirare fidi lo fa consapevolmente sperando di essere la prima e sapendo di danneggiare i colleghi di altre banche, secondo la vecchia abitudine che l’ultimo resta con il cerino in mano.

Se il sistema bancario prendesse una buona volta atto di questo rischio ‘sistemico’ forse potrebbe trovare soluzioni diverse per evitare l’effetto domino sui crediti delle imprese, cercando soluzioni collegiali e più orientate a salvare tutto ciò che si può salvare di piccole imprese e piccoli crediti a rischio, che sommati tutti insieme hanno prodotto voragini nei bilanci bancari e continueranno a farlo nel 2013 ora che i concordati in bianco sono stati resi disponibili con regole sbagliate. Certo è più difficile e impegnativo sedersi a ragionare rispetto a scrivere una delibera di revoca e messa in mora. Nel contesto di oggi è infinitamente più intelligente, questo va detto.

Quanto alle imprese la mancanza di cultura della gestione delle crisi finanziarie è spaventosa. Un repertorio di rimedi sbagliati, di decisioni tardive, di vera e propria ignoranza sui metodi di gestione delle crisi. Anche in questo caso il sistema ha fallito, il sistema associativo che per anni ha evitato la parola ‘crisi’ e di fare lezioni di salvataggio ai propri associati, oggi si trova solo a raccogliere cocci e magari organizzare un bel convegno sulle nuove procedure fallimentari.

Per chi, come il sottoscritto, si è sgolato per 6 lunghi anni sui pericoli della crisi delle PMI, sia con le banche che con le associazioni, non c’è neppure la soddisfazione di dire ‘ve lo avevo detto’, ma solo una grande delusione.

more

Ti potrebbe interessare anche :


  1. Posso firmare pure io questo pezzo?
    Incredibile, oggi a pranzo ad un banchiere ho detto esattamente quello che ora leggo qui. E nella stessa sequenza! Sono impressionata!
    Aggiungo solo un’altra considerazione, che fa aumentare la mia tristezza. In questo periodo, reso ancora più funesto dalla squallida campagna elettorale, mi sento rispondere da più parti, che se vince uno o vince l’altro l’Italia riparte e le imprese rinascono.
    Io credevo che la magia fosse tutta e sola nei film di Walt Disney e invece…..
    C’è un’ignoranza grassa a tutti i livelli, che affligge questo Bel Paese. Se non si investe sulla formazione e sulla cultura degli imprenditori, dei manager (politici e d’impresa, pubblica e privata) e dei ragazzi, la vedo molto molto dura.

  2. Sono io impressionato dei tuoi pranzi con i banchieri ! E cosa ti ha risposto?

    Non c’è nulla sul tavolo di quasi tutti i partiti che possa fare ripartire le imprese e fermare questa mattanza.
    Le imprese dovranno cavarsela da sole, ancora una volta, e sarebbe già moltissimo -come chiedono a gran voce tanti imprenditori- se lo Stato non le intralciasse con una burocrazia appositamente pervasiva. Qualcosa è contenuto nell’Agenda Digitale per il paese, ma deve ancora partire tutto, quindi non vedo tempi brevissimi. Non è come entrare in un negozio e comprarsi un tablet per lavorare meglio anche fuori dall’ufficio.
    Sui buchi culturali degli imprenditori nostrani posso solo dire che non credevo che le cose fossero così gravi. Però credo che ci siano in Italia grandi risorse per rimbalzare, se fossero bene indirizzate.

  3. se gli “indirizzatori” fossero onesti e puri nelle intenzioni

  4. il sistema associativo ha molte pecche ma….. forse è l’unico, che ha cercato di fornire da decenni un sistema di orientamento e di accesso al credito, anche di consolidamento passività, per le micro piccole imprese.
    Dov’era la marea di commercialisti, preoccupati quasi esclusivamente di dare una consulenza alle aziende solo “fiscalmente orientata”?
    Oggi però spuntano come funghi gli esperti e gli studi specializzati in ristrutturazioni del debito… e in laute parcelle..

    Concordo con i rischi dei concordati in bianco o preconcordati, tuttavia una cosa positiva il legislatore ha inserito: l’art. 236 bis della legge fallimentare che punisce i falsi nelle attestazioni di piani e accordi di risanamento/ristrutturazione.

    • Grazie per il commento. Se posso precisare ‘alcuni’ sistemi associativi hanno fatto qualcosa a livello locale e concreto. Molti non hanno fatto nulla per prevenire il fenomeno e a livello centrale nessuno ha mai messo il problema in agenda. Del resto basta leggere i tre (non uno ma tre) manifesti o agende firmati da Confindustria, Rete Imprese Italia e ABI per constatare che l’argomento credito e soprattutto ‘credito difficile’ non è mai menzionato. Eppure ciò che io racconto qui è vita normale in tantissimi casi, quindi perché fingere di non vederlo, salvo poi lamentarsi per le troppe sofferenze (da un lato) o per le banche insensibili al grido di dolore delle imprese (dall’altro)?

      Gli esperti spuntano perché questo è un mercato, che prima non c’era o non era così grande, ed è normale. Il problema è aiutare il cliente -che in questo caso è già in difficoltà- a discriminare ciarlatani e venditori di fumo dai veri professionisti e anche in questo qualcosa di più si poteva fare (la Regione Lombardia lo sta facendo ad esempio). Mi capita di incrociare su internet esperti delle ristrutturazioni. A parte alcuni che arrivano anche a copiare articoli, tra cui i miei, mi viene da sorridere quando vedo la gamma dei servizi che taluni offrono, praticamente tutto lo scibile della finanza e già lì si capisce che la specializzazione e la serietà non abita là, ma tant’è il mondo gira così ed è colpa di un imprenditore se sceglie male i suoi consiglieri. Tempo e modo per verificare ce n’è sempre.

      Infine concordo anche io sull’ultimo punto: la moralizzazione dei concordati avverrà solo grazie a quel pericoloso articolo, anche se qualcuno già mi dice che le attestazioni compiacenti (pur di mettere in tasca qualche decina di migliaia di euro) non sono finite.

  5. Mi permetto di dire la mia. Seguo le PMI come docente in corsi di formazione che conduco per associazioni varie dopo essere stata imprenditrice per 15 anni. Io avevo la fortuna di essere laureata in economia, ma quasi tutti i piccoli imprenditori sono tecnici o uomini (o donne) di prodotto,
    Manca TOTALMENTE la cultura imprenditoriale e manageriale anche nei suoi livelli più basilari.
    Incontro regolarmente imprenditori (neanche tanto piccoli: mi viene in mente un rivenditore di mobili con una superficie di vendita di 3500 mq) che non hanno idea della differenza tra costi fissi e costi variabili e non sanno cosa sia il margine di ontribuzione.
    Imprenditori che “fanno i prezzi” a caso e non hanno idea di come monitorare la concorrenza. che non sanno competere.
    che finchè non c’è la crisi, vanno avanti per forza dinerzia, ma quando spirano i primi venti di crisi di mercato o di insoluti (o non possono più contare sul non-fatturato, ammettiamolo…) crollano perchè non sono veri imprenditori.

    se non si cambia la testa degli imprenditori c’è poco da fare;
    se le banche fossero previdenti investirebbero nella formazione ai propri clienti. Peraltro, con la formazione finanziata non dovrebbero neache pagarla loro, nè gli imprenditori, ma lo stato stessao che invece oggi incamera tutti i fondi non utilizzati per la formazione…..

    come anche io predico sgolandomi da anni.

    e come ho scritto qui, un anno fa, sul Corriere

    http://nuvola.corriere.it/2012/03/24/commercialisti-e-banche-come-possono-aiutare-i-piccoli/

    voce di uno che grida nel deserto…chi era, Fabio????

Leave a Reply

Twitter Users
Enter your personal information in the form or sign in with your Twitter account by clicking the button below.