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30 gennaio 2013

La banca nazionale con filtro

Al netto delle vibranti discussioni sulle responsabilità nello scandalo dell’operazione Antonveneta e dei contratti derivati occultati dalla precedente gestione MPS (Mussari-Vigni-Baldassarri) che attraversano la Banca d’Italia, la CONSOB, gli organi societari, lasciando molte perplessità visti i documenti della vigilanza che sono stati pubblicati da LINKIESTA, una parte della polemica si sta focalizzando sulla opportunità di nazionalizzare la banca, visto che la salvezza finanziaria dipende dalla sottoscrizione di obbligazioni ‘speciali’ da parte dello Stato italiano, i famosi Monti-bond.

Cominciamo a dire che chi vuole avere un quadro preciso di cosa stiamo parlando può leggere il post di Bimbo Alieno (Facciamo luce sui buchi del Monte Paschi), continuiamo dicendo che se Monti e Grilli reclamano che si tratta ‘solo’ di un prestito e pure costoso (il 9% d’interesse annuale, che potrebbe salire nel tempo) dall’altra parte si può ben sostenere che 1) non è affatto chiaro se il prestito possa essere rimborsato e 2) che qualora non fosse rimborsato in contanti potrebbe esserlo in azioni della banca, trasformando lo Stato da salvatore-creditore ad azionista pieno. Poi poniamoci l’interrogativo di cosa significhi nazionalizzare MPS. Non si può neppure tacere che il primo salvataggio della banca da parte del Tesoro con i Tremonti bond allo Stato e ai cittadini è già costato perché la banca non ha pagato interessi per 2 anni, avendo registrato perdite e non utili. Se questa regola fosse applicata alle imprese, il 40% non avrebbe pagato interessi alle banche sui mutui e le banche sarebbero saltate su una mina. Tanto per chiarire.

Per quanto riguarda l’ipotesi di nazionalizzazione siamo nel campo delle opinioni, a cui contribuiscono con proclami i politici come Pierluigi Bersani che invoca poteri commissariali per il presidente Profumo (non credo che l’oridnamento bancario preveda poteri commissariali, ma la nomina di un commissario), o come Oscar Giannino e la Lega che chiedono l’immediata nazionalizzazione e successiva privatizzazione (finito il risanamento s’intende) che però non spiegano le finalità ultime di queste scelte.

La mia opinione conta meno del due di picche ma è questa:

Opzione 1. MPS resta banca commerciale

se nazionalizzare MPS significa assumerne la gestione strappandola all’attuale consiglio di amministrazione e ai soci che questo rappresenta (in primis la Fondazione MPS) può forse essere un modo per troncare l’incestuoso patto tra politica e banca reclamato a gran voce dai liberisti, ma occorre subito dopo chiedersi per fare cosa di MPS e con chi.

Perché se lo scopo è solo quello di ripulire la banca, renderla efficiente e poi metterla all’asta sul mercato internazionale comunque occorre una strategia, un management e tanto tempo. Derivati e tangenti a parte la banca è inefficiente, elefantiaca e costosa. Se l’elefante MPS deve tornare a danzare per essere attraente per un investitore, rimanendo una banca commerciale (famiglie e imprese) con una quota importante del mercato italiano, tanto vale lasciarla nelle mani della coppia Profumo-Viola. I due manager hanno esperienza del settore, voglia di scuotere la pianta (altrimenti non avrebbero accettato la sfida impossibile) e hanno già cominciato l’opera sfidando sindacati e resistenze interne. Credono nel piano industriale che stanno raffinando e sarebbero solo contenti di liberarsi di eventuali ingerenze politiche. Di fatto questo tipo di nazionalizzazione significa solo costringere la Fondazione a ridurre la propria quota e non esprimere alcun membro del consiglio di amministrazione, una circostanza che potrebbe benissimo diventare clausola per la concessione del finanziamento salvataggio. Lasciamo lavorare Profumo e Viola sul piano. Hanno esperienza di situazioni complesse, entrambi conoscono il business molto bene con il giusto mix di competenze passate (retail e corporate per Profumo, finanza e asset-management per Viola). Devono accreditarsi nello sbandato popolo dei dipendenti che oggi non li ama ancora, ma presto potrebbe vedere nei due manager la ragione di una riscossa orgogliosa. Se questa opzione piace allora diamo loro supporto senza tirare fuori ogni due per tre le indagini fiscali o le dietrologie. Lo Stato gli dia il mandato di ripagare 3,9 miliardi e aggiunga anche qualche opzione sul plusvalore di rivendita della banca, a cui oggi rinuncia con la versione dei Monti-bond. Vuole usare la Cdp per un’acquisizione strategica? Lo faccia ma con obiettivi trasparenti di way-out.

Opzione 2. MPS diventa braccio dello Stato

se nazionalizzare MPS fosse invece un modo per stravolgere il destino della banca -visto l’obbligo di salvataggio- trasformandola in un veicolo dello stato per garantire una migliore intermediazione del credito le cose sarebbero profondamente diverse. Strategia diversa, finalità diverse e quindi management diverso o ri-orientato. Non è il caso di scandalizzarsi rivedendo le ombre del passato, delle 3 banche possedute dall’IRI, siamo in un mondo profondamente diverso, immersi in una crisi finanziaria e creditizia devastante e non ci sarebbe da gridare allo scandalo se l’Italia avesse una banca di stato, come già esiste in Germania e come stanno facendo in Francia, il cui scopo fosse legato indissolubilmente alla risoluzione dei problemi di stretta creditizia che le altre banche private commerciali non riescono a risolvere per problemi di liquidità, per problemi di dotazione di capitale e di peso delle sofferenze. Sarebbe fattibile scorporare l’ingente corpo morto delle sofferenze del MPS da collocare in una bad-bank e orientare le attività verso le PMI sfruttando il contributo finanziario dello Stato (non certo al 9%) per calmierare il costo del credito verso famiglie e imprese, oggi troppo alto.

Forse questa opzione fa storcere la bocca ai liberisti difensori del mercato, i quali però dovrebbero offrire proposte alternative sullo sblocco del credito da parte delle banche private, che non possono essere obbligate a sacrificare il conto economico (dicono ‘anche noi siamo imprese’) o prendere rischi che non hanno voglia di prendere (“abbiamo già tante sofferenze…”), e domandarsi se l’arrivo di un investitore russo o dagli emirati -solo questi hanno liquidità per acquistare una grande banca- sia davvero in grado di migliorare il mercato italiano del credito.

Certo resta il problema dei poveri azionisti di minoranza, senesi e non, che hanno visto il loro investimento sgretolato dalla serie macroscopica e sinora impunita di errori manageriali della gestione Mussari-Fondazione e che anche a 0,26 euro hanno ancora azioni in mano. Queste azioni andrebbero ricomprate con un’offerta pubblica di acquisto o scambiate con titoli di stato ad esempio per dare allo Stato il pieno controllo del nuovo MPS. Profumo e Viola potrebbero anche restare ma la loro strategia sarebbe completamente diversa.

L’unica opzione incomprensibile è quella di salvare MPS con un chiaro versamento di denaro pubblico, i 3,9 miliardi che suscitano nuova rabbia in chi deve pagare tasse e sentirsi dire che non ci sono soldi per ridurle, senza chiedere alla banca alcuna contropartita, né sul piano della pulizia di un legame incestuoso tra politica (soprattutto locale e toscana) e credito, né sulla concessione del credito che oggi vede la banca di Siena in prima fila nella riduzione dei fidi accordati alle imprese per motivi spesso non legati alla valutazione di credito, ma alla mancanza di liquidità e al gap raccolta-impieghi dichiarato ripetutamente da Alessandro Profumo.

Se vogliamo una banca nazionale, almeno che questa sia con il filtro.

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  1. Finalmente una analisi lucida e non propagandistica (ne abbiamo viste fin troppe in questi giorni). Vorrei però si aggiungesse a completamento di ogni strategia proposta che fine faranno i 31.000 (30.000 dopo i pensionamenti anticipati dei prossimi 2 mesi) dipendenti del monte . Tutti si preoccupano di correntisti e azionisti, ma a 30.000 famiglie che ultimamente vivono nell’incertezza chi ci pensa? Cordialità
    Assia B.

    • Grazie. Nel post c’è un piccolo riferimento ai dipendenti del Monte Paschi, i quali devono ritrovare una guida credibile per affrontare tempi durissimi e un possibile recupero del patrimonio di fiducia e credibilità dilapidato da persone che, nonostante stipendi ed emolumenti fuori misura (rispetto alle loro capacità e ai risultati) sembra -in attesa di giudizio e conferma- sembra che non si siano fatti scrupolo di arricchirsi ulteriormente in modo illegale, mettendo a rischio 30.000 famiglie. E’ il dramma di tutte le società che entrano in crisi e rischiano il fallimento per gravi colpe della proprietà o del management: alla fine pagano soprattutto gli incolpevoli dipendenti. In questo caso va anche detto che una parte degli incolpevoli hanno contribuito con il loro atteggiamento e la loro scarsa efficienza al peggioramento dei risultati della banca. E sarà difficile distinguere nel grande mucchio chi ha fatto sempre bene il proprio dovere professionale da chi ha sfruttato posizioni di privilegio. Al MPS posso solo augurare un bagno di meritocrazia vera.

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