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18 gennaio 2013

Attenzione alla trappola dei fidi

 

Diversi imprenditori lo hanno capito per tempo, altri ci si sono già scottati o scontrati nella gestione dei fidi accordati dalle banche, in molti ancora non conoscono il problema.  Sto parlando della scelta di quanti fidi mantenere con le proprie banche quando, per effetto della crisi o di una passata manica larga bancaria, il fatturato si è ridotto e le linee accordate dalle banche sono rimaste uguali diventando un vestito troppo largo.

Qualcuno potrà ribattere: “dov’è il problema? Avere un po’ di fidi abbondanti di questi tempi è già un lusso”. Non del tutto vero da quando quasi gran parte del sistema bancario ha avuto l’opportunità di sostituire la vecchia commissione di massimo scoperto (che funzionava anche entro i fidi accordati) con una commissione targata diversamente per la messa a disposizione dei fondi, la CDF. Questa commissione oggi è applicata sui fidi in conto corrente, ma anche sugli anticipi commerciali e se non avete avuto modo di negoziarla vale lo 0,50% per trimestre, cioè più o meno il 2% all’anno. La si paga sull’importo accordato, non su quello utilizzato, perciò fidi troppo larghi, costi inutili.

Per spiegare con chiarezza la situazione, prendiamo il caso di una piccola impresa che opera con una banca che da diversi anni ha messo a disposizione 500.000 euro di fido per cassa e 1.200.000 per anticipi fatture. La riduzione del fatturato fa sì che il massimo utilizzo nell’anno dei fidi da parte dell’impresa sia rispettivamente 300.000 e 700.000.  L’abbondanza di fidi ha un costo perché l’impresa paga comunque 34.000 euro/anno per avere a disposizione quei fidi.

La logica vuole che l’imprenditore avveduto riduca i costi e proponga alla banca di portare i fidi accordati più vicini al massimo utilizzo, diciamo rispettivamente 350.000 e 800.000 (figura 2.)

La riduzione degli affidamenti comporta una riduzione della CDF su base annua di 11.000 euro, non male. Purtroppo la manovra potrebbe rivelarsi pericolosa e controproducente a causa delle formule con cui molte banche calcolano il rating Basilea, che contengono tra l’altro nella componente andamentale la percentuale di utilizzo dei fidi. Questa percentuale cambia notevolmente nei due casi.

Come mostrato nei due grafici la percentuale di utilizzo dei fidi dell’impresa passa da 60%-58% a 85%-87% con un notevole incremento. La macchina del rating non è in grado di sapere che la riduzione è avvenuta a causa di un ragionevole ridimensionamento, ma confronta i due livelli (58% vs.86%) e rileva un ‘pericoloso’ aumento dell’utilizzo dei fidi, associandolo a sintomi di tensione finanziaria. Nella maggioranza dei casi scatta un peggioramento del rating entro pochi mesi e l’impresa cade nella trappola perché il risparmio di 11.000 euro potrebbe essere bilanciato da un aumento dello spread sui fidi (causa peggioramento del rating) pari a 10.000 euro per ogni 1% di aumento, ma anche dalla ben più grave esclusione da nuove operazioni a medio-termine, la cui soglia d’ingresso è preclusa oggi ai rating deboli.

Se questa spiegazione è stata sufficientemente chiara, conviene pensare due volte a ridurre i fidi in eccesso e parlare con la banca per capire dove si posiziona la soglia di sicurezza della percentuale di utilizzo da non superare per non incappare in punizioni inattese.

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Pubblicato in: banche e PMI, credito
  1. Ottima sintesi della attuale non comoda posizione delle PMI nella gestione della quantità di fidi necessaria.. in un modo o nell’altro rispetto anche solo a due anni fa in vigenza della CMS si ha un aggravio di costi esorbitante.

    • Purtroppo avendo esteso la commissione anche alle linee autoliquidanti, che prima non avevano questa commissione, l’effetto è complessivamente peggiorativo e le cifre non banali. Chi rappresenta le imprese ha fatto finta di non capire.

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