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5 gennaio 2013

Mettete l’impresa al primo posto delle agende

Sarà perché la mia formazione universitaria è da aziendalista, o perché frequento il mondo delle imprese di ogni settore e taglia da 30 anni, ma non riesco a capire come sia possibile pensare a un agenda per il nostro paese che non metta le imprese e il lavoro al primo posto assoluto. Istruzione, sanità, ambiente, cultura sono sicuramente importanti, ma se continuiamo a ridurre il fatturato-Italia saremo solo costretti a tagliarle ancora come è accaduto in Grecia. Se dobbiamo combattere la recessione, il declino, la mancanza di competitività del nostro sistema, se vogliamo davvero tornare a crescere e creare nuovi posti di lavoro gli sforzi si devono concentrare sul sistema economico, che in Italia piaccia o no è costituito da un milione e mezzo di imprese per il 95% di piccola e media dimensione.

Proprio per questo motivo resto sbalordito nel vedere quanto poco si parli di imprese nei programmi proposti dalle forze politiche, quelle vecchie e quelle nuove compresa la tanto propagandata agenda della lista Monti, che di imprese parla poco e male. L’assenza di proposte è stata documentata in alcuni post e potrei continuare, così come sono certo che tra poco, quando si tratterà di racimolare voti all’elezioni politiche, tanti politici si sforzeranno di inserire qualcosa che induca milioni di imprenditori familiari a votarli. Non basta, non va bene. Una vera agenda per la crescita e il lavoro deve mettere le piccole e medie imprese al primo posto, perché non vedo come nuovi posti di lavoro possano essere creati dalla grande impresa (italiana o estera), dalle banche o dalle aziende del settore pubblico. Le prime due categorie sono costrette a un interminabile lavoro di taglio dei costi (che si scarica sempre sul personale) per competere meglio e aumentare i margini di profitto. E’ la storia che lo dice, anche in economie più floride della nostra. Solo il settore bancario in piena crisi prevede di scaricare qualcosa come 20-30.000 dipendenti e molto in fretta, che andranno a infoltire le file di consulenti a partita IVA. Le aziende pubbliche, con qualche eccezione, sono inefficienti e costrette a vincoli di crescita legati al loro peso nel bilancio pubblico. Quindi restano solo le PMI a potere creare posti di lavoro.  Perciò è arrivato il tempo di smettere di parlare ossessivamente solo di debito pubblico, di mercati finanziari e di spread ignorando che alla fine il conto del debito potrà essere pagato solo con nuova crescita economica, con maggiori consumi (e prelievo IVA), e più posti di lavoro.

Il problema è che nelle attuali condizioni le PMI sono impossibilitate a crescere e creare occupazione, anche grazie alle mancate riforme dei governi precedenti, incluso quello che ha appena finito il suo corso e che si vanta di avere ottenuto risultati. Non è stato fatto quasi nulla per aiutare le imprese, in alcuni casi le piccole imprese sono state ulteriormente danneggiate. Anche in questo caso non servono promesse vuote e non ci sono bacchette magiche, ma c’è una lista collegata di temi da affrontare e di provvedimenti da prendere. Ne faccio un mio elenco personale di quelli che ritengo i più importanti:

1. SEMPLIFICAZIONE. Le PMI possono tornare a crescere se lo Stato smette di togliere tempo e aggiungere costi con una giungla di provvedimenti amministrativi spaventosa e senza logica. Non deve essere difficile, se si vuole, sfrondare con il machete i rami della foresta eliminando autorizzazioni (e gli enti relativi) totalmente inutili, rendere tutto quanto possibile telematico e digitale. Solo Matteo Renzi ha parlato chiaramente di farlo riferendosi alle norme sul lavoro. I campi di applicazione della semplificazione sono molti di più, chiamatela agenda digitale, ma muovetevi.

2. RIDUZIONE DEL CARICO FISCALE. Non c’è molto da dire, con questo livello di prelievo, con l’assurdità dell’IRAP le piccole e medie imprese muoiono, altro che crescere. Si cominci dalla riduzione del carico sulle imprese e vedrete che l’economia si rimetterà in marcia. Non ditemi che è impossibile, perché non è vero. Rendete il lavoro più flessibile e meno costoso e vedrete che le piccole imprese ricominceranno -dove possono- a offrire lavoro. La riforma Fornero è andata in senso opposto in piena recessione! Un controsenso palese.

3. LIQUIDITA’ E CREDITO INTELLIGENTE. Senza mezzi finanziari le imprese stanno soffrendo e fallendo. Ci sono arretrati mostruosi dello Stato e del settore pubblico prima di tutto che mettono in crisi molte imprese con i loro creditori e con le banche. Cominciamo a usare i fondi della Cdp sul serio e non per finta, come è stato fatto per tutto il 2012. Senza credito non si riparte. Questo non significa che le banche debbano fare più cattivo credito (come hanno fatto), anzi. Significa cambiare il modo con cui il credito viene vissuto e distribuito da un sistema bancario che ha visibilmente smarrito la capacità di guardare al rischio e al futuro, e che allo stesso tempo non può continuare a finanziare imprese super-indebitate e con prospettive alquanto dubbie, in assenza di supporti manageriali, tecnici e finanziari. Magari smettendo di spargere inutili illusioni su fantomatici nuovi strumenti finanziari che sono accessibili solo a grandi imprese, o baloccandosi con due provvedimenti sulle startup innovative che (ben venga) colmano un ritardo abissale.

4. AGGREGAZIONE DELLE PICCOLE IMPRESE E DELLE FILIERE. Se piccolo non è più bello e non è più funzionale, se servono maggiori capitali per crescere e per stare sui mercati esteri, il nuovo governo si faccia venire idee più brillanti (senza pensare necessariamente ai soliti sussidi) per facilitare e spingere l’aggregazione delle PMI in filiere più competitive e più capitalizzate. Si può fare, ci sono idee e competenze sparse da raggruppare in un’unica taskforce nazionale. Anche in questo caso pensare che i capitali entrino nelle imprese grazie a misere agevolazioni come l’ACE è soltanto una tragica presa in giro, serve ben altro, forse più cervello e meno agevolazioni. Aggregare imprese, significa abbattere le barriere del micro-capitalismo familiare con le buone o con le cattive, questo è il prezzo che devono pagare gli imprenditori che non hanno voluto o saputo crescere di dimensione e di competenza.

5. NUOVI MOTORI DI SPINTA SUI MERCATI ESTERI. Nè il governo Berlusconi, né i precedenti, né il duo Monti-Passera sono riusciti a dare all’Italia una vera agenzia per l’export sul modello di quelle ben più efficaci dei cugini francesi e tedeschi. Cosa aspettiamo ancora? Stiamo solo cercando di riciclare qualche centinaio di funzionari ex-ICE, oppure ci rendiamo conto che dobbiamo passare dal 20% al 40% nel numero di imprese che escono e competono sui mercati esteri? In UK lo hanno capito, detto e lo stanno facendo.

6. NUOVI MODELLI DI GESTIONE DEL CAPITALE E DELLE IMPRESE.  Questo non piacerà a tutti, lo so benissimo, ma nella situazione attuale non sono affatto pochi i casi di imprese in forte crisi che provano a ripartire con patti di fiducia tra imprenditori, manager e lavoratori. Insieme coraggiosamente per salvare ciò che si può salvare e per essere orgogliosi di lavorare. Mentre si discute di fine della contrattazione collettiva, nessuno capisce che l’Italia non ha un quadro normativo che possa facilitare una nuova alleanza tra capitale e lavoro per salvare (prima) e rilanciare (poi) aziende, posti di lavoro e quant’altro. Il tutto sotto la bandiera condivisa della dignità del lavoro (prima ancora che della quantità di salario), che oggi è sentita fortemente nella piccola impresa, ma rimane sconosciuta ai politici, ai professori e persino a una parte del sindacato.

7. RIFORME NEL SISTEMA DELLA GIUSTIZIA CIVILE E FALLIMENTARE, per fare sì che i diritti di chi lavora e produce siano tutelati con processi efficaci e veloci (anche sui ‘nuovi’ pagamenti veloci voluti dalla direttiva comunitaria) e che i processi di ristrutturazione delle imprese non siano paralizzati da insulse applicazioni del codice penale.

Ma per fare tutto questo e molto altro è necessario che chi vuole guidare il paese si prenda l’impegno di capire cos’è la piccola impresa, i suoi pregi e i suoi limiti, le sue risorse e le sue sofferenze. Nel grande distacco che si è formato tra guida politica e realtà del paese la completa ignoranza dei meccanismi che governano la vita delle piccole imprese da parte della politica è un fatto acclarato. Non sanno di cosa parlano quando citano l’impresa.

Ecco perché non smetto di proporre che chiunque voglia governare il Paese si obblighi a fare un giro approfondito nella realtà delle piccole imprese, smettendo di sfiorarle, di leggere articoli e scendendo nella vita reale a toccare e a capire. Vogliono i vostri voti? Allora vengano a sentire cosa vi serve. Se non ripartiamo da questo si continuerà a parlare di impresa senza mai capire realmente cosa è necessario per fare crescere una realtà produttiva sollevandola da inutili burocrazie e costi. Se si farà così allora le famose luci alla fine del tunnel saranno vere e non inventate.

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  1. La politica è troppo distante dalle imprese.
    La politica è troppo distante dalla realtà.
    Le banche guardano solo i numeri. Non valutano nessun progetto.

    Ma Voi credete ancora in questa nazione?
    Credete che sia possibile un futuro migliore in Italia per tutti noi? Soprattutto per noi giovani?
    Sono 30 anni che in Italia si parla sempre delle stesse cose e non è mai cambiato niente.
    Le persone che hanno provato a cambiare questa nazione, il più delle volte, lo hanno fatto a costo della loro vita.

    Ed io, a 26 anni, come tanti altri, dovrei continuare a fare l’imprenditore in una nazione (e una regione) che in cambio non mi offre nulla?
    No, grazie!
    Forse è arrivato il momento di lasciare questo Paese.
    Comincio a preferire l’idea di essere un semplice dipendente all’estero e non un giovane imprenditore in Italia.

    In 3 anni ho capito soltanto una cosa: aprire un’attività e lavorare onestamente non è un semplice atto imprenditoriale.
    In questo Paese, il tutto, sta diventando un atto di coraggio. Un atto eroico.
    Ad oggi, aprire una partita IVA equivale a puntarsi una pistola alla tempia.
    Se avete le possibilità e le qualità investite all’estero. In questa Nazione non ne vale la pena. A meno che non cambi questo sistema pietoso.
    Che non cambierà. Perchè è un sistema destinato a collassare da solo, su se stesso.

    Ve lo riassumo con le parole di Gaber. Era il 1993. Non è cambiato nulla:
    “E tu, Stato
    così giusto e imparziale
    col tuo onesto sistema fiscale
    s’intende demenziale
    che affronti i problemi più urgenti
    con tasse nuove
    geniali e stravaganti
    ancora non mi è chiaro
    cosa ci fai del mio denaro
    non vedo né ospedali, o tribunali
    ma solo allegri e spiritosi
    i servizi sociali
    generalmente
    se uno paga e non ha indietro niente
    se non è proprio idiota
    rivuole indietro la sua quota.”

    Scusate lo sfogo. Un saluto!
    Davide

    • Abbiamo votato per 30 anni gli stessi pifferai.
      Ecco cosa non ha funzionato. E’ vero ci vuole coraggio e lo so bene con cosa devi lottare tutti i giorni.Lavoro anche con l’estero ed è tutta un’altra musica, ma se vogliamo possiamo cambiare.Deve partire da noi però, ognuno deve giocarsi un pezzetto di egoismo.L’articolo di Fabio, davvero da cornice complimenti, riassume ciò che pensa il 95% degli imprenditori, ma abbiamo un 5% di grandi imprese e una collana infinita di professionisti e burocrati medievali che NON VOGLIONO CHE CAMBI NULLA.Sono questi ultimi a decidere.
      Se non riusciamo a produrre cambiamenti nei prossimi 5 anni allora prenoto lo stesso volo.

      Sfogarsi a volte è l’unico modo per condividere un peso e secondo me hai fatto benissimo!
      Un saluto
      Andrea

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