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3 gennaio 2013

Lo spread sull’economia reale che conta

Siamo già entrati in campagna elettorale e la novità della lista proposta dal senatore Monti sta cominciando ad agitare le acque a destra e a sinistra. I primi toni di questa campagna appaiono accesi e la necessità di accaparrarsi una fetta enorme di elettori indecisi (forse il 30% forse di più) delusi dal disfacimento del Pdl targato Berlusconi, o dal mancato rinnovamento del PD dopo le primarie sta portando i contendenti ad attacchi molto diretti e personali, più simili a quelli che si sono visti nelle presidenziali USA anche se ancora privi di fair-play. Forse è un bene, forse non aiuta a concentrarsi sulle vere promesse elettorali, che cominciano a popolare le agende dopo la pubblicazione della nota Agenda Monti.

L’ex-primo ministro sta intanto cavalcando la buona partenza dei mercati finanziari di ieri e oggi, probabilmente legata più all’accordo raggiunto in USA sul ‘fiscal cliff’ che non alla situazione italiana. Monti festeggia un’ulteriore discesa dello spread tra titoli di stato tedeschi e titoli di stato italiani, ora passato sotto quota 300 bp. Nessun motivo per sminuire questo risultato, che impatta sul costo continuo di rimpiazzo dell’immenso debito pubblico italiano (che nel frattempo continua a crescere in attesa dei tagli alla spesa pubblica che lo stesso Monti non è riuscito a realizzare nel 2012), minori interessi sul debito collocato significano minore impatto sul budget totale di bilancio.

Esiste però un altro spread a cui dovremmo guardare -non troppo lontano perché i mercati finanziari sono tra loro strettamente collegati- ed è quello tra il sistema economico tedesco e quello italiano, che sembrano viaggiare con due velocità diverse. Anche su questo punto compaiono analisi frettolose che mostrano lo svantaggio delle famiglie e delle imprese italiane per effetto di una diversa propensione delle banche nel finanziamento dell’economia reale. E’ tutto vero? Per capire meglio aiutiamoci con i dati pubblicati dalle rispettive banche centrali, la Bundesbank e Banca d’Italia, esaminando sia i volumi del credito concesso a famiglie e imprese sia i tassi d’interesse sulle nuove operazioni.

Il primo grafico mostra che sotto il profilo dei volumi il sistema bancario tedesco si è mosso con grande stabilità passando da €2.670 miliardi di finanziamenti a famiglie e imprese di fine 2010 a €2.723 mld a fine agosto 2012 (ultimo dato disponibile). Nel grafico i volumi sono indicizzati al valore di fine 2010 =100 per entrambi i sistemi. Per contro il sistema bancario italiano ha finanziato con una crescita fino al 5%, parecchio superiore a quello tedesco, fino a novembre 2011 e poi ha cominciato ad esercitare una stretta che ad agosto 2012 ci ha portato per la prima volta sotto il valore indice tedesco. Partiti da €1.450 miliardi a fine 2010 siamo oggi a 1.476 mld.  Ci saranno molte spiegazioni a comporre questo andamento, ma in qualche modo segnala una certa quale miopia del sistema bancario italiano nel prevedere le problematiche sul capitale e sulla raccolta che poi si sono verificate nel corso del 2012 e che permangono tuttora. Va anche detto che il sistema bancario italiano è ‘costretto’ a finanziare quasi 100 miliardi di debiti commerciali dello Stato (che non sono conteggiati nel debito pubblico finanziario) e qualcosa come 30-60 giorni di ritardi di pagamento tra le imprese italiane, rispetto ai tempi medi di pagamento tipici della Germania.

Venendo invece ai tassi d’interesse praticati alle imprese sulle nuove operazioni, i due grafici successivi illustrano una storia diversa che da un lato mostra come i tassi quasi azzerati sui Bund non siano appannaggio delle imprese tedesche che a quanto pare si finanziano pagando tra il 3% e il 4% sui prestiti fino a 1 anno e qualcosa meno oltre i 5 anni.  Il problema è dal lato italiano, perché i costi delle nuove operazioni sono saliti clamorosamente dalla fine del 2011, superando quelli tedeschi per il breve termine e allargandosi sempre più sulle lunghe durate.

 

Si tratta di tassi medi praticati a tutte le imprese, sia piccole che grandi e pertanto i valori puntuali possono presentare grandi varianze, ma si tratta di dati comparabili per i due paesi.

Ora qui possiamo discutere di quale sia stato l’effetto di trascinamento dello spread dei titoli di stato (quello che ossessivamente viene misurato dalla stampa e ora usato dai politici) sui costi alle imprese. In buona parte si tratta di una correlazione diretta, perché il costo di rifinanziamento delle banche italiane riflette quello del rischio-Italia. Il problema è ora vedere se a fronte di uno spread marcatamente più contenuto sia sul breve termine (lo spread è oggi di 0,88% sui titoli a 2 anni) che sulla scadenza più lunga (2,85% il differenziale odierno sui 10 anni) i tassi praticati dalle banche alle imprese si ridurranno o si manterranno elevati, contribuendo a formare uno zoccolo duro di svantaggio competitivo delle nostre imprese che si somma ai costi della burocrazia, alla bassa produttività, ai costi energetici e alla maggiore tassazione. Non resta che seguire l’andamento dai prossimi bollettini statistici, ma la fotografia del 2012 è per lo meno piuttosto chiara.

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  1. io ho chiuso in italia e sono felice all’estero. Ciao italioti, ciao bel Paese… eh eh

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