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21 dicembre 2012

La crisi ha mangiato anche Kerself-Aion

Chi mi legge da un po’ di tempo ricorderà la serie di articoli dedicati al caso della Kerself di Correggio, travolta da problemi contabili e crisi aziendali, passata dalle mani del fondatore ai russi di Avelar, con un secondo intervento di investitori cinesi. La nuova proprietà aveva varato con grande fiducia un piano di ristrutturazione, ottenendo faticosamente l’appoggio dei creditori bancari. Ne avevo parlato l’ultima volta in gennaio quando, dopo avere comunicato l’accordo con le banche, la società sembrava messa in sicurezza e pronta a ripartire. Sembra che l’ingresso di nuovi capitali dall’est non sia bastato a ribaltare le sorti della crisi e così anche Kerself, che nel frattempo ha cambiato nome e si chiama AION RENEWABLES ma è sempre quotata in Borsa, si aggiunge al nutrito gruppo delle imprese italiane che hanno fatto domanda di concordato.

Questo il comunicato della società del 19/12:

Concordato o articolo 182 bis, sono solo due termini legali per dire che l’attività industriale della ex-Kerself non si è sistemata -probabilmente per la crisi acuta che ha colpito il fragile mercato del fotovoltaico- e i soci con le spalle finanziarie larghe hanno deciso di non mettere ulteriore capitale ma di presentare il conto a banche e fornitori, e temo anche ai lavoratori.

Secondo fonti di stampa Aion ha debiti scaduti per più di 40 milioni di euro e nei mesi scorsi ha dovuto subire una mezza dozzina di atti di pignoramento. Ancora più allarmante la situazione a livello di gruppo: in questo caso i debiti scaduti ammontano a 202 milioni di euro.

Da qui in poi di Kerself o Aion Renewables ci occuperemo forse per capire meglio quali sono i danni causati dalla procedura fallimentare. Purtroppo alla beffa della perdita del controllo di un’azienda considerata un tempo un gioiello, ora si aggiunge lo stato di crisi e il concordato.

Anche questa è una dimostrazione che le ristrutturazioni del debito con le banche non sono sempre ciambelle con il buco, anzi. I motivi saranno anche diversi, ma fondamentalmente si riconducono alla debolezza dei piani industriali che vengono presentati e che risultano sempre inguaribilmente ottimistici.

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  1. La nuova disciplina è stata oggetto di critiche da parte di molti studi di revisione che devono sottoscrivere i piani e che, in caso di piano “palesemente ottimistico” rischiano una azione da parte del magistrato per “false comunicazioni sociali”. Personalmente ritengo che qeusti piani industriali dovrebbero essere condotti da una “terza parte” che non sia né l’ex imprenditore, né il professionista, una figura di interim che sia però un’aziendalista, che sia un esperto del settore, qualcuno che risponda come gli amministratori, ma che non sia il “commercialista”. Sono figure che non mancano sul mercato, e hanno più senso quando si tratta di fare una “due diligence” seria del piano.

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