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13 dicembre 2012

Nuova finanza per le imprese: tanto fumo

Seconda parte del commento ai documenti predisposti dal Centro Studi di Confindustria. Come promesso oggi mi soffermo sul titolo della presentazione ‘Nuova finanza alle imprese per superare la scarsità di credito‘, perché speravo di trovare qualche nuova buona idea.  Cominciamo da un paio di tavole estratte dalla presentazione di Saccomanni (Banca d’Italia) per introdurre l’argomento relativamente a quali ammortizzatori governo e banche hanno messo a disposizione delle imprese per fronteggiare il credit-crunch.

Nell’ordine:

– della politica monetaria alle imprese non è arrivato in tasca nulla, anzi;

– i finanziamenti ottenuti grazie al fondo di garanzia sono calati nel 2012 (vedi riquadro), nonostante l’ampliamento della dotazione del fondo voluta da Passera. Perché nessuno fornisce un motivo del calo? Alle imprese non serve forse credito e garanzie per ottenerlo? L’ho spiegato abbondantemente in vari post ma si continua  a fingere di non capire che il Fondo di Garanzia va rivisto in comparti con finalità diverse;

– le moratorie sui mutui sono state la sola boccata d’ossigeno, ma come si sa durano solo 1 anno e in gran parte dei casi non sono state sufficienti. Inoltre sono state concesse anche ad imprese che non ne avevano bisogno. Perché?

– lo smobilizzo dei debiti della PA non è ancora avvenuto. No comment

– il misterioso plafond di 18 mld della Cdp dove è andato? Visto che il credito alle imprese è calato di oltre 30 miliardi e i tassi sono quasi raddoppiati.

Conclusione: fatta eccezione per la moratoria (un cerotto) le misure messe in campo da governo e banche sono state totalmente inefficaci.

Secondo punto. Saccomanni si sta sgolando per spiegare che le imprese sono troppo indebitate e troppo dipendenti dal sistema bancario. Su questo ha perfettamente ragione, ma non si cambia la storia in un giorno, occorre creare nuovi canali e strumenti di finanziamento pensando però alle piccole e medie imprese prima di tutto, che sono in maggiore difficoltà con il credito bancario.

E qui entriamo nell’area della NUOVA FINANZA. Si parla di denaro pubblico (CdP) per investire nel capitale delle imprese usato dal Fondo Italiano Investimenti, che pur dannandosi l’anima e spiazzando tutti gli altri fondi di private equity ha fatto felici forse una ventina di imprese-PMI.

Sull’incentivo alla patrimonializzazione (ACE) non è mai uscita una statistica che parli dei risultati conseguiti, di quante e quali imprese hanno aumentato il capitale e quanto ha speso lo Stato per questo piccolo incentivo. Quindi rimango del parere che a) sia un contributo ridicolo e b) venga utilizzato dalle imprese medio-grandi e non dalle PMI. Provvedimento inutile.

Restano le misure per favorire l’emissione delle obbligazioni e delle cambiali finanziarie di cui parleremo tra poco. Prima di leggere cosa scrive Paolazzi sul gap di finanziamento una tabella interessante:

Nel periodo maggio 2011-agosto 2012 (ma poi è proseguito) il sistema bancario ha aumentato il capitale di 283 miliardi, ha ricevuto fondi dalla BCE per ulteriori 250 mld e ha tolto 20 mld alle imprese, per acquistare Titoli di Stato. Chiaro e limpido. I titoli servivano a Monti (che doveva collocare le aste), alla reputazione dell’Italia ma anche a lucrare il differenziale tra 1% (costo dei fondi BCE) e il rendimento dei BTP (4-5%) per rimpolpare il conto economico del sistema bancario.

Poi Paolazzi scrive cose interessanti:

Finanziare la crescita se il canale bancario non riparte

Per tornare a crescere le imprese devono far ripartire gli investimenti. Ciò farà aumentare l’attivo di bilancio delle aziende, aumentando il valore di immobilizzazioni materiali e immateriali. Di pari passo deve crescere il passivo, con patrimonio o debiti, bancari o di altro tipo. Ipotizzando per cinque anni una crescita degli investimenti in linea con quella del decennio pre-crisi (+5,2% all’anno a prezzi correnti nel 1998-2007), il passivo delle imprese, cioè le fonti di finanziamento di questi investimenti, deve crescere di 90 miliardi nel quinquennio.

Immaginiamo due scenari non risolutivi per il canale bancario e calcoliamo in ciascuno di quanto si dovranno espandere le altre fonti per coprire il fabbisogno finanziario.

Primo scenario: il credit crunch non è risolto e i prestiti bancari diminuiscono del 2,5% all’anno. Le altre fonti dovranno fornire 196 miliardi nei cinque anni per finanziare gli investimenti e colmare il vuoto lasciato dalle banche. Ipotizzando che tale espansione sia ottenuta aumentando in proporzione le fonti non bancarie, occorrerebbe raccogliere 108 miliardi di capitale proprio. Il grado di patrimonializzazione salirebbe al 42,7% (dal 40,6%) e la quota di prestiti bancari scenderebbe al 22,6% (dal 26,3%).

Secondo scenario: si riesce a fermare il credit crunch ma non a rilanciare i prestiti bancari, che restano stabili a prezzi correnti. Le altre fonti devono fornire i 90 miliardi nei cinque anni. Con crescita proporzionale delle fonti non bancarie, occorre raccogliere 49 miliardi di capitale proprio. Il grado di patrimonializzazione sale al 41,0%, il peso del credito bancario scende al 25,6%.

Questi calcoli mettono in luce che, se le imprese e l’economia italiana vogliono tornare a crescere, in presenza di vincoli sul credito bancario, bisogna sviluppare con forza le fonti di finanziamento alternative. Non sarà facile, ma l’economia reale non può crescere se non è finanziata.

Una bella tabella per mostrare che il mercato di Borsa e obbligazionario italiani non possono fornire la nuova finanza che serve. E comunque i dati delle obbligazioni private sono fortemente influenzati da… obbligazioni bancarie collocate ai privati sulla rete filiali. Non sono obbligazioni corporate, alla portata di un pugno di grandi imprese oggi e non certo delle PMI. Fine del discorso. Quello della Borsa non lo apriamo neppure per non piangere sugli errori fatti dal capitalismo italiano.

Quindi i 30 miliardi di credito perso oppure i 45-90 miliardi di nuova finanza che serviranno secondo Paolazzi nel prossimo quinquennio da dove arrivano? E le PMI dove andranno a procurarseli?

Paolazzi da risposte alquanto negative:

Altri strumenti per raccogliere capitale pensati per le PMI esistono da anni, ma non hanno avuto pieno successo in Italia e sono stati frenati dalla crisi.

Il mezzanine finance è una forma di capitale ibrido per la crescita dimensionale. Non prevede collaterale e quindi è più costoso per l’impresa. Prima della crisi aveva registrato un significativo ritmo di crescita anche in Italia, pur restando su dimensioni contenute rispetto a quelle europee. Tra 2003 e 2007 il valore annuo delle nuove operazioni in Italia era cresciuto da 0,2 a 0,7 miliardi di euro. Con la crisi, il flusso si è ridotto a 0,4 miliardi nel 2008, azzerandosi nel 2009.

Il mercato obbligazionario per le grandi imprese italiane deve tornare a espandersi e ciò sarà possibile appieno solo quando la crisi sarà alle spalle. Peraltro, i corporate bond italiani subiscono ancora la bassa fiducia delle famiglie dopo i casi Cirio e Parmalat. Serve l’ingresso di investitori istituzionali, anche esteri. Solo alcune delle maggiori imprese italiane negli ultimi mesi sono riuscite a realizzare emissioni importanti. Nel complesso il canale obbligazionario resta difficile per le aziende. Una maggiore solidità patrimoniale, quindi rating migliori, aprirebbe gradualmente questo mercato ad alcune medie imprese. Per favorire questo risultato in Italia, il Governo ha varato di recente alcuni nuovi strumenti, anche a favore delle piccole imprese (si veda il riquadro Cambiali finanziarie e obbligazioni per le PMI, le novità del Decreto Crescita).

E qui ci fermiamo con tanto fumo e niente arrosto. Se vogliamo parlare di cambiali finanziarie e obbligazioni per le PMI serve un’altra riflessione, ma vi avviso che non sarà molto positiva.

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to “Nuova finanza per le imprese: tanto fumo”
  1. commento all’articolo:
    “…….Nel periodo maggio 2011-agosto 2012 (ma poi è proseguito) il sistema bancario ha aumentato il capitale di 283 miliardi, ha ricevuto fondi dalla BCE per ulteriori 250 mld e ha tolto 20 mld alle imprese, per acquistare Titoli di Stato. Chiaro e limpido. I titoli servivano a Monti (che doveva collocare le aste), alla reputazione dell’Italia ma anche a lucrare il differenziale tra 1% (costo dei fondi BCE) e il rendimento dei BTP (4-5%) per rimpolpare il conto economico del sistema bancario………”

    non ci voleva un luminare della finanza per capire che il prestito BCE doveva essere vincolato all’impiego di finanziamneto alle imprese !!!
    bastava un semplice ragioniere come me.
    Ma nessuno ha mosso un dito ( o un decreto) perchè ? vogliamo chiederlo al sig. Monti ? o forse interessava solo agevolare le banche ?
    Dino Solari

  2. Da dove sono tratte le tavole dello studio della Banca d’Italia? Grazie mille.

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