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10 dicembre 2012

Inflazione, deflazione e speculazione

L’articolo che oggi pubblico è apparso su Chicago-Blog.it a firma di Gerardo Coco. E’ un articolo molto lungo e piuttosto tecnico, anche se i passaggi sono spiegati con uno sforzo di grande semplicità.  Mette insieme, come giustamente deve essere, la situazione di difficoltà dell’Europa con quella degli Stati Uniti e del Giappone, le relazioni tra sistema finanziario, governi, banche centrali e economia reale. Parla del ruolo cruciale del sistema bancario e di come oggi si sia voluto salvarlo a discapito dell’economia delle imprese e delle famiglie, un argomento quest’ultimo alquanto controverso.

Troverete sicuramente opinioni diverse, opposte a questo articolo. A me -che non sono un economista- sembra proponga una tesi, magari scomoda, ma con una grande coerenza.

2013 e oltre…

Stiamo attraversando una delle crisi più profonde della Storia. Neppure nel corso delle due guerre mondiali il debito dei paesi industrializzati aveva raggiunto una dimensione così elevata come l’attuale e tale da impedirne lo sviluppo. Tuttavia, i governi degli USA, Europa e Giappone mirando al mantenimento dello status quo trasferiscono il costo dei debiti alle loro economie sottraendole le risorse per superare la recessione. I bassi tassi di interesse incoraggiano ulteriore debito mentre continui stimoli monetari deprezzano le valute. All’orizzonte si profila un collasso generale. Si tratterebbe solo di indovinarne la forma e l’epicentro. Si è già raggiunto il punto di non ritorno o lo si può ancora evitare? Una prognosi sul futuro richiede prima di tutto un approfondimento dell’interazione tra inflazione e deflazione, le due forze opposte che oggi si scontrano sulla scena del dramma economico.

Inflazione e deflazione

L’inflazione e la deflazione sono, in ultima analisi, rispettivamente la svalutazione e la rivalutazione dell’unità monetaria. Si ha inflazione quando l’aggregato monetario si espande più velocemente di quello dei beni. Se la moneta abbonda e i beni sono scarsi, il loro prezzo aumenta e la moneta si deprezza. Con la deflazione si verifica il contrario: l’aggregato monetario si contrae più velocemente di quello dei beni,  i prezzi calano e l’unità monetaria si rivaluta.

L’inflazione è un fenomeno politico perché l’aggregato monetario è regolato dagli istituti di emissione in accordo con i governi. Entrambi pensano che in presenza di recessione stimoli monetari provochino un aumento della domanda di beni e quindi della spesa aggregata. Ma è solo un’illusione: l’inflazione non aumenta mai la ricchezza netta. Il suo esito finale è sempre la svalutazione monetaria e la contrazione della ricchezza. Un’inflazione intorno al 3 per cento all’anno, considerata innocua, dimezza il potere d’acquisto nel corso di una generazione. Se raddoppia lo dimezza in poco più di un decennio.

Se i prezzi aumentano anche tassi di interesse dovrebbero aumentare per compensare la perdita del potere di acquisto ma invece vengono progressivamente ridotti.

La deflazione, di per sé è un fenomeno economico. E’ una crescita della produzione più veloce della crescita dell’aggregato monetario. Il progresso economico provoca una naturale tendenza alla discesa dei prezzi. Se aumenta la produzione e la produttività, i prezzi diminuiscono e pertanto lo stesso aggregato monetario è compatibile con un maggiore volume di spesa.

Poiché la depressione si accompagna alla deflazione che comporta scarsità di denaro, le banche centrali ravvisano nella discesa dei prezzi il sintomo di una crisi e cercano di prevenirla con stimoli monetari. Ma la depressione si verifica per il crollo della produzione reale e dei redditi su cui si basa la spesa, non perché il livello dei prezzi cala. Confondendo le cause con i sintomi, gli istituti di emissione inflazionano sempre alimentando il male che pretendono di curare.

La scena del dramma

A partire dal 2008 la base monetaria dei paesi sviluppati è aumentata in proporzione al debito e in sproporzione alle economie ma l’inflazione è rimasta confinata al settore finanziario. Affinché si manifesti nell’economia reale occorre che il denaro venga effettivamente speso. Se il pubblico ha in tasca 50 e le banche 1000 la base monetaria è 1050. È’ su questa base che vengono moltiplicati i mezzi di pagamento, il cui maggior volume fa aumentare i prezzi dei beni e servizi. Finora il credito è stato erogato solo ai sistemi bancari per risanarne le perdite e permettere ai governi nuova spesa. L’inflazione quindi è rimasta contenuta. D’altra parte poiché rimane superiore ai tassi di interesse nominali, i tassi reali risultano negativi incentivando l’indebitamento. Ma in termini economici, la soppressione dei tassi comporta una valutazione dei beni futuri minore di quella dei beni presenti e ciò significa dilapidazione del presente rispetto al futuro. Significa quindi arresto del processo di accumulazione e decadenza industriale. Proprio quello che accade negli USA, Europa e Giappone.

In tale contesto se, per ipotesi, il credito fosse erogato all’economia in dosi massicce avrebbe l’effetto dirompente del crollo di una diga. Riversandosi sui beni esistenti l’onda d’urto di liquidità provocherebbe un’iperinflazione, quel fenomeno estremo per cui la domanda di moneta tende allo zero perché tutti, per evitare la perdita del potere d’acquisto si affrettano a spenderla, i prezzi tendono all’infinito e il valore della moneta allo zero. Poiché cesserebbe la sua funzione di mezzo di scambio, crollerebbe il sistema dei pagamenti e insieme, la divisione del lavoro di cui la moneta è il presupposto. Per evitare il ritorno al baratto bisognerebbe riprogettare il sistema monetario. Questo fenomeno si è verificato frequentemente nella storia e in ogni parte del globo. Di fronte a un tale cataclisma ben magra sarebbe la soddisfazione di vedere azzerati i propri debiti.

Nell’economia reale è invece prevalsa la deflazione. I fallimenti a catena, la diminuzione della produzione, del reddito e della spesa aggregata e il processo generale di liquidazione per ripagare i debiti ha provocato il calo del livello dei prezzi e quindi una contrazione monetaria. Per compensarla le banche centrali acquistano debito dai governi in cambio di liquidità: se anche i governi non spendessero, la totalità dei mezzi di pagamento crollerebbe portando alla depressione. Tuttavia, la continua monetizzazione non è una cura perché mantiene l’economia nell’occhio del ciclone. Ma non può restarci in eterno. Per cui, delle due l’una: o l’economia sprofonderà nel buco nero della depressione o sarà spinta nel vortice inflazionistico. Tertium non datur. In regime di debito crescente e tassi a zero o al di sotto, lo sviluppo non è un opzione, è un’impossibilità.

Sulla scena di questo dramma l’unico settore a prosperare è la speculazione, gratuitamente finanziata dalla soppressione dei tassi reali operata delle banche centrali. Nel gran casinò dell’economia mondiale esse rappresentano i croupiers che distribuiscono le fiches e alimentano l’azzardo dei governi e della speculazione finanziaria (banche di investimento e intermediari finanziari non bancari). Quest’ultima conoscendo in anticipo le mosse dei croupier vende allo scoperto i titoli obbligazionari al momento del rialzo per riacquistarli al momento del ribasso catturando, senza neppure scommettere, le differenze di prezzo. Del resto, in un ambiente caratterizzato dall’assenza di rendimenti l’arbitraggio è l’unico gioco redditizio. Lo stesso avviene nel mercato borsistico e dei cambi dove correnti finanziarie erratiche provocano perturbazioni nei valori nominali. L’incertezza e l’instabilità che ne consegue alimenta la proliferazione degli strumenti di copertura del rischio. La torre di babele dei derivati non è altro che la conseguenza del regime di volatilità permanente indotta delle politiche di debito e dal regime di tassi calanti. Il mercato finanziario dilatandosi senza creare valori reali si è trasformato in un’unica e immensa bolla. Ma nel gioco d’azzardo non esistono polizze assicurative. Tutte le bolle prima o poi scoppiano e questa volta gli effetti sarebbero peggiori di quelli della crisi del 2008.

Il baratro valutario

La coesistenza di inflazione e deflazione è implicita nel sistema monetario attuale dove le monete sono funzione del debito. Se le monete rappresentano una passività non è logicamente possibile che, a livello economico complessivo, possano estinguere altre passività. Per cui, allo stato attuale il debito è indomabile. Se il valore delle monete dipende dal valore del debito quest’ultimo ha un valore che dipende dalla solvibilità del debitore. Ma chi la garantisce? La garantisce l’economia reale soggetta a prelievo fiscale forzoso. Se l’economia, crescendo, garantisce un buon prelievo fiscale la domanda di debito sale insieme a quella della moneta in cui è denominato. Ma un’economia in recessione mettendone in questione la solvibilità ne fa calare la domanda. Per stimolarla occorre offrire agli investitori tassi più alti che farebbero aumentare il costo del debito, per cui le banche centrali lo mantengono basso  assorbendo tutta l’offerta di debito. Il suo valore nominale sale di nuovo ma quello reale scende perché la sua grandezza cresce più velocemente rispetto al calo del PIL, segnalando nuovo rischio di insolvenza e inflazione. Queste fluttuazioni monetarie continue provocano le scosse che preludono al collasso. Questo non è mai un processo lineare ma ondulatorio e si sviluppa nel corso degli anni per erompere all’improvviso senza preavviso. Segue la legge fisica della risonanza: continui stimoli monetari provocano oscillazioni nei valori sempre più forti fino a far crollare l’intera struttura economica.

Infatti, il rischio di detenere attività finanziarie, che non sono altro che passività di terzi, potrebbe diventare così elevato da indurre gli investitori a sbarazzarsene definitivamente facendole precipitare al valore intrinseco: lo zero. A quel punto i tassi di interesse andrebbero alle stelle facendo crollare definitivamente il castello di carta del debito. L’aggregato monetario collasserebbe provocando il buco nero della depressione. Le banche centrali per impedirla dovrebbero irrorare il sistema economico di liquidità che comincerebbe a far lievitare i prezzi. La speculazione, allora, ne amplificherebbe l’aumento dirigendosi verso tutto ciò mantiene il potere d’acquisto e non è soggetto a default, in particolare le materie prime, il cui valore schizzerebbe rispetto alle monete già deprezzate sia dai deficit fiscali che dalle svalutazioni competitive per ridurre i deficit commerciali.

Non si può quindi escludere che un deprezzamento valutario estremo possa provocare iperinflazione spingendo il costo di tutte le cose a livelli stratosferici.

Nella storia, l’iperinflazione è stata sempre l’esito della monetizzazione per finanziare i deficit dei governi. Il punto di non ritorno si verificava quando per pagare il debito dovevano ricorrere a nuovo debito. Risultava pertanto inevitabile la loro insolvenza che cercavano di mascherare con l’inflazione monetaria. A quel punto nulla potevano più le autorità monetarie: una volta che la moneta perde valore lo perde per sempre. Esse ne controllano la quantità ma non la velocità di spesa che dipende da fattori psicologici di massa imprevedibili.

Si obietta che, oggi, a differenza del passato, questo scenario estremo può essere evitato grazie all’ingegneria finanziaria e al maggior coordinamento delle banche centrali. Ma è illusorio che le stesse azioni foriere di catastrofi possano prevenirle. L’unico potere che hanno è di ritardarne gli effetti rendendoli più devastanti.

Prevenire il collasso

Non è possibile predire se il crollo del debito avvenga prima per depressione o per iperinflazione o per il loro concorso nella forma di depressione inflazionistica. L’esito dipende anche dalla situazione geopolitica. La prospettiva di un’estensione di un conflitto in qualsiasi parte del globo favorirebbe l’olocausto valutario con l’annullamento d’ufficio dei debiti.

Quale sarebbe la prima area a soccombere? L’eurozona è l’area più fragile politicamente ed economicamente. A differenza del dollaro che serve ad acquistare il petrolio che ne sostiene la domanda, la moneta unica non ha sostegni. Non può neppure contare, come nel caso del Giappone, su quel surplus commerciale che impedisce ancora la svalutazione dello yen. Poiché le politiche di austerità la stanno avviando alla depressione è difficile che l’eurozona possa diventare l’epicentro di un processo di  iperinflazione. Gli USA, al contrario, dove la politica di crescita si accompagna a una monetizzazione folle,  potrebbero diventarlo. Ma il collasso della valuta di riserva trascinerebbe con sé tutte le altre valute.

L’inflazione è una forza incontrollabile e irreversibile. La deflazione, invece, può essere controllata evitando il baratro valutario. Essa è la purga che l’organismo economico deve subire per espellere i veleni accumulati in precedenza con l’inflazione. Una deflazione controllata prelude ad una ripresa autentica perché riallinea tutti i valori alla realtà economica, l’aggregato monetario si riduce, i tassi di interesse calano in modo naturale, il livello del debito diventa sostenibile e la rivalutazione dell’unità monetaria è proprio l’antidoto alla depressione. Infatti, quando la quantità di moneta tende a essere misurata in termini di potere d’acquisto corrisponde a maggior denaro e quindi a maggiore liquidità disponibile. Si osservi, qui, la differenza tra il sistema monetario attuale e quello aureo. A seguito di un default il denaro svanisce letteralmente; la moneta vera, l’oro, non scompare mai: una volta in circolazione vi rimane e non viene annullata dai default. Per questo motivo stabilizza anche i tassi di interesse. (E’ errata pertanto la critica che gli si rivolge di provocare la depressione, al contrario la evita).

L’unico modo di evitare un eventuale collasso è quindi pianificare la deflazione senza farla degenerare in depressione. Questo processo richiederebbe tre azioni simultanee. Primo: l’intervento per rinegoziare, condonare o compensare i debiti reciproci fra le nazioni. La politica deve riconoscere che i debiti nella loro attuale dimensione non potranno mai essere ripagati e pertanto finirebbero per essere eliminati solo da default violenti portando alla depressione. Secondo: è necessario deflazionare la spesa di governi e abbassare la pressione fiscale almeno nella stessa misura della riduzione della spesa. Terzo: le banche dovrebbero svalutare tutti i crediti inesigibili iscritti in bilancio a valori fittizi. Senza questa pulizia non saranno mai in grado di operare normalmente, finanziare l’attività industriale e attirare capitale. Il riconoscimento dell’entità reale delle perdite è il presupposto per la ricostruzione finanziaria del sistema bancario che, per essere in grado di erogare di nuovo il credito, deve prima riceverlo. Nessun investitore è infatti disposto ad impiegare fondi nelle banche per ripianarne le perdite. Il processo di ristrutturazione darebbe un segnale forte al mercato che, in presenza di valori reali, ritroverebbe la fiducia per reinvestire nelle attività produttive. L’unità monetaria si apprezzerebbe rivalutando i risparmi e tramutandoli in capitali per finanziare le economie. Naturalmente i problemi non sarebbero finiti, perché finché il denaro sarà basato sul debito sarà anche soggetto ad abusi e le crisi si ripeterebbero. Allora il processo di raggiustamento dovrebbe contemplare il ritorno alla moneta vera, quella che, non rappresentando il debito di nessuno, è immune da default: l’oro. Prima di essere rimonetizzato dovrebbe essere utilizzato per la ricapitalizzazione del sistema bancario, condizione per ristabilire la solvibilità di quello economico.

Purtroppo i governi, opponendosi come sempre a tali ristrutturazioni continueranno a inflazionare illimitatamente le monete per mantenere l’illusione dello sviluppo e preservare la propria esistenza. Eppure basterebbe che consultassero la storia per sapere come andrà a finire. (Gerardo Coco)

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