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29 novembre 2012

Restart PMI, il progetto che non c’è

Non sono pochi i commenti nei social network sullo stato di abbandono delle piccole e medie imprese da parte delle istituzioni. L’elenco dei problemi non risolti (fisco, credito, lavoro, pagamenti) non si è accorciato di molto. Alcuni di questi commenti sono partiti dall’attenzione rivolta proprio dal governo e dal ministero dello sviluppo economico alle startup innovative, a confronto con la mancanza di iniziative per il salvataggio delle tante imprese ‘mature’.  Ovviamente occuparsi bene delle startup è stato un punto a favore del governo tecnico, ma questo non esclude che si debba fare qualcosa anche per le imprese che già esistono, per le imprese che resistono e le imprese che stanno scivolando in crisi per mancanza di liquidità e finanza.

L’articolo che segue è stato pubblicato su formiche.net e va a toccare questa ferita aperta.

Bene ha fatto il ministro Corrado Passera ad affrettarsi nell´infilare nell´ultimo decreto sviluppo i provvedimenti per facilitare l´avvio delle nuove imprese (startup) innovative seguendo i consigli della task force guidata da esperti. Ora anche l´Italia si è dotata di una base su cui fondare lo sviluppo di una nuova generazione di imprese ad alto tasso di crescita.
Tuttavia la domanda che occorre porsi è se per l´Italia sia oggi prioritario promuovere lo sviluppo attraverso un piccolo numero di nuove iniziative imprenditoriali (di più non possiamo sperare dalle startup innovative) o rimboccarsi le maniche per salvare decine di migliaia di imprese vittime della crisi e abbandonate al loro destino.
Se è vero, come dicono i dati analizzati da Cerved, che il 30% delle imprese ha chiuso i bilanci in perdita, magari per il secondo o terzo anno consecutivo; se è vero che il 10% delle imprese è a rischio insolvenza (lo ha detto Prometeia) e che la stretta del credito morde proprio questa tipologia di imprese, se è vero che il sistema bancario, come ha detto il governatore della Banca d´Italia, Ignazio Visco, non è attrezzato per gestire una domanda di ristrutturazione del debito esplosa negli ultimi tre anni, il vero progetto prioritario per il Ministero dello Sviluppo si dovrebbe chiamare “Restart Italia”. Un progetto di cui purtroppo non si vede oggi alcun segnale.
Le imprese in crisi che si fermano stanno distruggendo migliaia di posti di lavoro e con essi quote di consumi e domanda interna, senza la quale la recessione è destinata ad aggravarsi.
Il monito di Visco non è casuale: un nuovo progetto di salvataggio delle imprese in crisi è tanto complesso quanto importante. La contaminazione dei fallimenti e delle procedure (ancora in crescita nel 2012) su altre imprese autoalimenta la crisi e diventa motivo di preoccupazione sulla tenuta del sistema bancario, con 120 miliardi di sofferenze già registrate e forse altrettante in corso di formazione.
Restart Italia richiede l´aggregazione delle migliori competenze del Paese, la collaborazione del pubblico (ministeri, fondi pubblici, la Cdp) e del privato (banche, associazioni di categoria, consulenti, professionisti).
Dobbiamo selezionare con acume e lucidità le imprese salvabili da quelle senza futuro, aiutare le banche a scegliere meglio, evitare spreco di risorse scarse nel bilancio dello Stato. Per ristrutturare il 20-30% del sistema imprese servono processi strutturati e protocolli di terapia precisi, diversi dai tavoli sindacali di crisi modello Sulcis o Termoli, perché il sistema che sta franando è parcellizzato in piccole e medie imprese, oggi abbandonate.
Dobbiamo cambiare occhiali e vedere la crisi come un´opportunità strategica di ridisegno del sistema imprenditoriale, di intervento su vizi strutturali quali la dimensione insufficiente delle imprese e il loro basso grado di patrimonializzazione. Come? Barattando il supporto (non il sussidio) dello Stato e delle banche nel percorso di salvataggio con il diritto di fare aggregazioni e l´obbligo di accumulo del capitale, due condizioni essenziali per produrre nuovi modelli di filiera, più solidi finanziariamente ed efficaci sui mercati. Si può fare sottraendo parte della sovranità gelosa alle imprese familiari in cambio della terapia di salvataggio dalla crisi.
Le stesse banche che fronteggiano l´ondata di ‘nuovi‘ concordati senza un sistema di regole condivise, sono a rischio di altre ingenti perdite. Invece ricaverebbero vantaggi economici e d´immagine da una gestione innovativa delle crisi d´impresa e miliardi di crediti ristrutturati con più alte probabilità di successo.
Tocca al ministro dello Sviluppo partire, creare una nuova taskforce per il Restart con i migliori cervelli prelevati da tante discipline, convincere l´ABI a prendere iniziative straordinarie, e con loro costruire rapidamente un nuovo schema di gioco anti-crisi, come ha fatto per le startup. Il 2013 sarà un altro anno terribile per le imprese perciò occorre agire in fretta.
Fabio Bolognini
 © Riproduzione riservata

 

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