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7 luglio 2012

Quelle fredde fusioni bancarie italiane

Nella puntata di ieri di Noveinpunto su Radio24 il conduttore Oscar Giannino ha chiesto ai suoi ospiti le ragioni degli attuali problemi che attanagliano il sistema bancario italiano e con buona probabilità porteranno ad una massiccia riduzione del personale. Paolo Bordogna (Bain & Co.), uno dei migliori consulenti nel settore bancario, ha risposto indicando cose note e qualcuna meno nota: la bassa redditività, l’alto rapporto tra costi e ricavi, l’eccesso di sportelli, la carenza di capitale, ma ha anche parlato di aggregazioni e di governance poco efficace. Il secondo ospite, il professore della Bocconi Carloalberto Carnevale Maffè (@carloalberto) ha scelto invece di puntare il dito sull’incapacità delle banche di assecondare la domanda di servizi delle famiglie e delle imprese, dopo avere snaturato la figura centrale del direttore della filiale. Entrambi hanno detto grandi verità e proviamo a capire perché.

Paolo Bordogna- Bain & Co.

Le fusioni bancarie sono state inefficaci

Nessuno contesta che il settore bancario abbia avviato un processo di concentrazione, per certi versi più spinto e visibile rispetto a molti altri settori industriali nazionali, attraverso una serie di acquisizioni e integrazioni che, pur avendo creato 5-6 grandi gruppi (Unicredit, Intesa, MPS, UBI, Banco Popolare, BPER), ha comunque lasciato sul campo ancora più di 600 aziende di credito. Tuttavia la crescita dei numeri (sportelli, impieghi, dipendenti) non fa di una fusione una buona operazione. La maggior parte delle aggregazioni e fusioni bancarie sono state ‘fredde’, hanno creato mostriciattoli ‘federali’, sfruttando alibi territoriali per giustificare la mancata determinazione (anche nella governance) di razionalizzare strutture e costi mantenendo come unico principio guida il miglioramento del servizio alla clientela. Questo vale per i modelli federali di Intesa, che ospita ancora nella Banca dei Territori piccole realtà che hanno poca efficacia e livelli qualitativi inadeguati, per quelli di UBI e Banco Popolare che nel 2012 con operazioni sofferte stanno deglutendo una per volta le banche (Centrobanca, Pop.Novara e Lodi, Efibanca) lasciandone fuori altre (Creberg, Pop.Bergamo e Banco di Brescia). Per non parlare di MPS che è riuscita a comprare malissimo (Antonveneta), rivendere in perdita (BIVER Banca) e integrare peggio (BAM a Mantova).  Quanto a Unicredit, il precursore delle fusioni fredde, dopo avere meritoriamente spinto l’acceleratore sulle fusioni (Rolo Banca, CR Torino, Cariverona, Cassamarca…) si è poi avviluppata in una serie prolungata di riorganizzazioni che non sono ancora finite (l’ultima è stata annunciata dal CEO Ghizzoni pochi giorni fa) e che anno dopo anno, negando ogni volta la logica della riorganizzazione precedente, sono riuscite a creare entropia interna e disorientamento nella clientela.  Uguali annotazioni possono essere addebitate a BPER e BPM costrette oggi in piena zona crisi a giustificare la fusione di alcune delle banche acquistate e lasciate indipendenti con la pretesa (allora) di ‘servire meglio il territorio’.

Quello che si può dire è che nessuna impresa industriale che si rispetti avrebbe mai gestito le acquisizioni come sono state gestite dal sistema bancario, lasciando in piedi strutture e consigli indipendenti e progredendo nell’integrazione a passi di lumaca. Quello che si deve dire è che fusioni e aggregazioni sono state pesantemente condizionate dalle pretese delle fondazioni bancarie (di qualsiasi taglia) e dai fortissimi vincoli presenti nel sistema di voto delle banche popolari. Non ci sono molte altre ragioni. Pretese che non si sono limitate a mettere come condizione il mantenimento di ragioni sociali, di consigli d’amministrazione e di insegne, ma sono andate ben oltre nell’interferenza su decisioni operative e sulla concessione dei crediti. Del resto quello era la vera natura del ‘potere bancario’ su cui giostrava l’asse fondazione-banca e che si puntava a mantenere anche dopo avere incassato i milioni di euro delle cessioni.

In tutto questo carosello di compromessi, modelli federali, socializzazione del territorio il cliente non è mai entrato, o se ci è entrato è stato solo un pretesto strumentale per ottenere gradi di indipendenza locale. Nessuna delle animate discussioni tra acquirente e acquisito nel mondo del M&A bancario ha mai messo il cliente al primo posto. Lo dico per testimonianza diretta. Il cliente è finito dietro ad altre priorità: i posti in CdA, i diritti all’occupazione del personale, la tutela di quelli stessi sportelli che oggi si scopre essere ampiamente in sovrannumero.

E se ci pensate questo è lo stesso problema ‘trasversale’ indicato da Angelo Panebianco nelle ragioni che hanno bloccato la razionalizzazione della spesa pubblica. Che si tratti di un partito trasversale è confermato dalle recenti e vibrate proteste della Confindustria di Padova nei confronti di Profumo a seguito dell’annuncio del piano industriale ‘lacrime e sangue’ (MPS sta collassando e a Padova pretendono garanzie?), delle stesse pulsioni a Mantova, Ferrara, Rimini, Asti per ‘mantenere una banca del territorio‘.  Se Luxottica si fosse comportata così nelle proprie acquisizioni non sarebbe mai arrivata dov’è oggi.

Se il sistema bancario oggi si scopre povero e inefficiente, se deve riequilibrare i conti solo tagliando filiali e persone, molto di questo è dovuto all’invadenza e miopia delle Fondazioni bancarie e del sistema delle popolari. Le quali oggi possono piangere sul latte versato perché il sistema bancario povero non è più in condizione di produrre i dividendi di cui avevano bisogno per foraggiare il territorio di appartenenza con molte cose buone e alcune meno buone. Le fusioni bancarie in Italia sono state ‘fredde’ e inefficaci soprattutto per questo motivo.

Il resto è stato solo una conseguenza. Se la preoccupazione principale era quella di non urtare suscettibilità para-politiche, figuratevi con quali cautele e manuali Cencelli i capi del personale hanno agito per integrare strutture, culture e persone. E così la meritocrazia, la ricerca del miglioramento sono state sacrificate per mantenere ben saldo il posto in banca.

E oggi i risultati si vedono tutti, ma chi ne farà le spese sappiamo bene non saranno i colpevoli.

 

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