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4 giugno 2012

PMI: tanti debiti, pochi utili

La relazione del governatore Visco ha puntato l’indice, nel capitolo dei rapporti tra banche e imprese, sulla grande fragilità del sistema imprese italiano che si sta presentando al lungo appuntamento con la crisi economica e bancaria con i numeri fuori posto. Lo sono in particolare per quanto riguarda l’eccessivo ricorso al debito bancario, per la combinazione perversa di un grado elevato di dipendenza dal credito bancario, che è lo specchio di una finanza per le imprese in cui le banche stesse e la micro-dimensione delle imprese hanno di fatto spazzato via qualsiasi alternativa.

In aggiunta la crisi economica ha scavato solchi nei conti economici delle imprese in questi anni, riducendo fatturati, margini industriali e autofinanziamento e ha reso così ingovernabile il peso dei debiti finanziari sia sotto il profilo del costo che sta aumentando notevolmente, che rispetto alla capacità di rimborso del debito stesso che viene tipicamente misurata dal rapporto tra margine lordo (EBITDA) e il volume di finanziamenti.

La fotografia di questa situazione è contenuta nella relazione annuale nella sezione 14 (l’indebitamento delle famiglie e delle imprese) dalla quale ho tratto due grafici significativi:

Il primo mostra come la redditività (MOL/Valore aggiunto) del campione utilizzato dai ricercatori della banca centrale, oltre 4.000 imprese industriali, di servizi e di costruzioni con più di 20 addetti, si sia contratta costantemente dal 2002 e nel 2010-11 e il peso degli oneri finanziari sul Margine Operativo Lordo si sia impennato. Il risultato è che dal 2008 oltre il 40% delle imprese del campione non è stata in grado di chiudere il bilancio in utile.

Ora anche immaginando che quel 40% di imprese che da 4 anni non riesce a chiudere in utile non sia composto sempre dalle stesse società e che una parte abbia alternato utili a perdite, dobbiamo comunque supporre che una quota rilevante di PMI con oltre 20 addetti (non voglio immaginare la condizione delle piccole imprese sotto i 20 addetti) sia indebolita da una protratta crisi di redditività che si è tradotta in un peggioramento costante del rating assegnatogli dalle banche. Si tratta di percentuali che tradotte in numero di imprese possono fare paura e dare un ulteriore conferma allo stato di decadimento finanziario delle nostre PMI.

Che la debolezza finanziaria colpisca in particolare le piccole imprese non è solo un’ipotesi plausibile, ma anche una seconda fotografia della Relazione del Governatore:

In questo caso il grafico mostrato è tratto dall’analisi dei bilanci CERVED e si vede benissimo come il peso del debito bancario, soprattutto a breve termine, sia una prerogativa delle micro e piccole imprese, ma neppure le medie imprese si sono sottratte a una leva finanziaria superiore al 50%. Questa montagna di debiti bancari ora è fonte di grande vulnerabilità, come ha detto Visco, sia perché è largamente instabile (nelle forme a revoca) sia perché fortemente onerosa in un regime di tassi-Italia elevati e di riposizionamento degli spread sul rischio da parte delle banche, auto-alimentato anche dal peggioramento del rating conseguente ai dati reddituali.

Essendo questa la fotografia è inevitabile attendersi dal pacchetto per la crescita che il governo sta mettendo a punto qualcosa che possa contribuire a ridurre la dipendenza da debito bancario, sia sul fronte dell’accumulazione progressiva del capitale, che su quello delle fonti finanziarie alternative alle banche. Quest’ultimo è un intervento tardivo e molto complesso perché creare un mercato alternativo di debito è doppiamente complicato: deve essere gestito da investitori-operatori non bancari (altrimenti ritorniamo a mescolare rischi bancari con obbligazioni corporate e i danni sono già stati fatti in Italia) e per essere veramente efficace deve funzionare anche per le piccole imprese, la cui dimensione e trasparenza sembra purtroppo negare in partenza grandi speranze.

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