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14 maggio 2012

Un bacino di carenaggio per le PMI

(3a puntata,segue i post precedenti ‘Un’Arca di Noè per le PMI‘ e ‘Chi deve salire sull’Arca‘)

Salvare le PMI dalla crisi di liquidità e finanziaria è una necessità, per evitare che un loro tracollo di massa possa peggiorare le condizioni della nostra economia. Ovviamente un salvataggio su larga scala comporta un costo finanziario e di risorse, che può essere affrontato solo a fronte del beneficio di aprire le porte ad una ristrutturazione del sistema della piccola impresa che è stato a lungo ignorato e rimandato.

La logica del salvataggio deve essere chiara dall’inizio: se c’è un patto tra Stato, banche, Associazioni e piccoli imprenditori, questi ultimi -accettando un intervento finanziario che li traghetti oltre la crisi- entrano in una specie di bacino di carenaggio che deve consentire ampia libertà nel rimettere a nuovo le piccole imprese, e accettano di cedere parte della loro sovranità sul capitale. Se piccole dimensioni, carenza di capitale e resistenza alle aggregazioni sono state un limite del capitalismo italiano sino ad oggi, la cura finanziaria deve avere come contropartita risultati proprio su quei fronti.

Per quanto possa apparirvi utopistico mi immagino una soluzione completamente innovativa, che sappia sfruttare le risorse disponibili nel Paese per ottenere una vera trasformazione di moltissime imprese e filiere produttive.

Il bacino di carenaggio potrebbe funzionare solo con processi e componenti volte a supportare il processo di ristrutturazione e porre rimedio agli errori che si sono evidenziati lungo questo periodo di crisi:

Modello di riferimento del bacino di carenaggio per le PMI

SUPPORTO FINANZIARIO CONDIZIONATO: le condizioni di sopravvivenza vengono assicurate da un ‘patto’ nel quale il credito e la liquidità mancante vengono concesse con l’intervento esterno fornito da fondi provenienti dalla Cassa Depositi e Prestiti (che svolgerebbe in pieno la sua funzione di sviluppo del sistema economico) e dalle garanzie concesse dal Fondo di Garanzia del MISE, grazie alle quali il sistema bancario si presta a fornire nuovi finanziamenti.

A fronte di questo intervento l’impresa ‘salvata’ cede contrattualmente per un certo numero di anni una serie di diritti societari e prerogative gestionali, assoggettandosi a un processo che possa favorire la trasformazione manageriale dell’impresa e le aggregazioni. Significa in altre parole che, come avviene nel private equity, l’imprenditore dovrà accettare operazioni sul capitale che potranno diminuire il suo attuale controllo al 100%, se la terapia di salvataggio renderà opportuno formare aggregazioni con maggiore forza industriale e finanziaria.

L’ingresso delle PMI nel bacino di carenaggio deve essere preceduto da un filtro efficace, come ho scritto nel post precedente, che distingua e smisti i casi di differente gravità finanziaria, per affidarli a un protocollo di terapia diverso.

Un volta certificate da buoni analisti e consulenti finanziari le condizioni per un possibile rilancio dell’impresa, il processo di ristrutturazione prevede il passaggio per cantieri di intervento obbligatori:

1) REVISIONE STRATEGICA: le imprese nel bacino verranno sottoposte a veloci verifiche sulla loro sostenibilità strategica nel settore o microsettore di riferimento e smistate in sottoinsiemi che consentano di identificare modelli più solidi dal punto di vista competitivo. Quest’attività può essere svolta da società di consulenza qualificate, sotto la regia del Ministero dello Sviluppo che sostiene un ragionevole costo avendo come finalità la crescita dell’economia.

2) POTENZIAMENTO DEI SISTEMI DI CONTROLLO: se è vero, come è vero, che una larga parte delle imprese in crisi mostrano una totale, grossolana carenza di sistemi interni di controllo, il supporto finanziario ricevuto deve avere come condizione che l’impresa investa (e sia finanziata appositamente) nella necessaria dotazione di sistemi gestionali e nella formazione necessaria ad assicurare il loro funzionamento ottimale.
Il settore IT avrebbe finalmente un giustificato rilancio che si incanalerebbe su percorsi virtuosi, al contrario di quanto oggi sta ancora avvendendo.

3) RAFFORZAMENTO PATRIMONIALE: che si tratti di operazioni sulla singola impresa o su una combinazione di più imprese, il supporto finanziario è per sua natura temporaneo e deve essere condizionato ad un progetto concreto di riduzione dell’indebitamento e aumento del capitale proprio. Anche su questo punto lo Stato può mettere un gettone di incentivo, possibilmente superiore a quanto previsto con l’ACE.

Inoltre alcuni casi emersi recentemente mostrano l’enorme potenziale di un coinvolgimento anche ‘finanziario’ dei lavoratori nella risoluzione della crisi delle piccole imprese, a tutela dei posti di lavoro. Ministero del Welfare, sindacati e associazioni potrebbero trovare schemi contrattuali innovativi per favorire la diffusione di queste iniziative, che vanno a beneficio di tutti e che avrebbero un impatto straordinario nella creazione di nuovi elementi di coesione, appoggiati su probabilità di successo più solide.

4) INSERIMENTO DI COMPETENZE: le recenti esperienze di ristrutturazione finanziaria sono in gran parte deludenti. La sistemazione temporanea della posizione finanziari, concessa dalle banche anche con fondi addizionali, non è stata sufficiente a rimettere molte imprese sui binari della ripresa. I piani si sono susseguiti e in parecchi casi fallimenti e concordati non sono stati evitati. La principale causa delle ristrutturazioni fallite ritengo sia dovuta al mancato inserimento di competenze manageriali, in parallelo alle risorse finanziarie. L’imprenditore e la sua squadra non si sono rivelati all’altezza del difficile compito. Andavano affiancati o sostituiti da professionisti con la sensibilità della ristrutturazione e con competenze nelle aree critiche. Lo sforzo puramente finanziario paga raramente.

Volendo evitare in futuro questo errore il bacino di carenaggio potrebbe avvalersi di un vasto numero di buoni manager espulsi dal sistema negli ultimi anni (si è scritto molto sui 100.000 dirigenti usciti). E’ un enorme bacino di valide competenze, disponibile oggi a patti interessanti sotto il profilo economico (bassi compensi) in cambio di una rivincita motivazionale e di quote di compartecipazioni nelle imprese da ristrutturare. Oggi domanda e offerta sono entrambe notevoli, ma hanno difficoltà ad incontrarsi. Anche in questo caso una buona cornice contrattuale per gestire rapporti di lavoro atipici aiuterebbe molto.

5) AGGREGAZIONI E RETI D’IMPRESE: la sintesi finale del processo di ristrutturazione sfocia in decisioni societarie che possano consentire la restituzione della ‘finanza ponte’ concessa dallo Stato e dalle banche, anche grazie alla nascita di aggregazioni settoriali e di filiera. Il patto originario deve limitare la resistenza del singolo imprenditore o della sua famiglia, alla decisione di possedere quote di minoranza di imprese più grandi. Questo passaggio è completamente mancato nel nostro Paese e non credo di dire un’eresia se dico che non accadrà mai senza una forzatura. Abbiamo in molti pensato che la forzatura venisse proprio dai primi segni di crisi e invece non è stato così. Sulla validità di questa direttrice si può leggere qualcosa di interessante anche oggi sul Sole (‘Con le reti di impresa si fa sviluppo‘)

Una proposta folle ma non impossibile

Questa in sintesi la folle proposta che dalla costruzione di un’Arca finanziaria conduca molte PMI al bacino di revisione e ristrutturazione. Molti degli spunti proposti possono apparire velleitari, ma se ci pensate bene tutte le componenti che ho inserito nello schema sono disponibili e non c’è nulla che impedisca la costruzione di un processo del genere.

Non si tratta di un’operazione facile, ma come ha detto il ministro Passera di ideone semplici non c’è traccia. I problemi per mettere in moto una macchina del genere esistono e sono principalmente due:

1) la regia. A chi spetta l’assunzione di responsabilità e l’innesco di un modello di ristrutturazione della piccola impresa? Immaginando che associazioni, sindacato e ordini professionali non siano in grado da soli di fare da garante dell’operazione, è lo Stato con i suoi ministeri che dovrebbe formare una struttura operativa guida coinvolgendo le altre parti sociali.

2) La scala dimensionale. Poiché stiamo parlando potenzialmente di decine di migliaia di piccole imprese, l’operazione deve essere basata su processi industriali, a costo contenuto e distribuito su una vasta rete di competenze di supporto. Questa rete è assolutamente disponibile ma presenta la necessità (e il problema) di essere qualificata, efficiente e dunque di essere certificata a monte. Compito non banale, ma anche questo non impossibile sulla base dei titoli acquisiti e delle competenze dimostrabili. Credo che in molti sarebbero disponibili a partecipare e non soltanto per un puro calcolo di ritorno economico, bensì per dare un contributo alla ripresa del Paese.

Una provocazione costruttiva

Questa serie di articoli appartiene alla categoria ‘provocazioni costruttive’, perché se è vero che non possiamo accettare supinamente il concetto di declino dell’Italia, è altrettanto vero che dobbiamo continuare a buttare sul tavolo idee e proposte per cambiare il corso delle cose, partendo dall’osservazione della realtà e dalle nostre competenze. Se c’è merito o solo follia in questa proposta, potete anche farlo capire con i vostri commenti

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  1. Follia utopistica?
    Sinceramente il sistema non mi pare riformabile…
    però mi fa piacere che ancora in Italia ci siano persone ottimiste e propositive!

  2. Trovo serio e proponibile il progetto; finalmente qualcosa di molto concreto.
    E analogamente vedrei molto opportuno un progetto similare nel campo delle start-up con elevato contenuto tecnologico.

  3. Progetto ambizioso ma non utopistico purché accompagnato da formazione e/o tutoraggio lungo tutto il percorso e anche oltre.
    Molte aziende si concentrano su produzione e vendite ma improvvisano troppo in campo finanziario.
    Occorre una cultura nuova di impresa, accettando, con umiltà, anche l’aiuto di specialisti.

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