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12 aprile 2012

I conti delle banche al microscopio

In molte occasioni quando si parla di banche italiane si tende a ritenerle tutte uguali o molto simili. Recentemente questo luogo comune si è infranto sui temi specifici di liquidità e aumento di capitale che sono stati ampiamente dibattuti dalla stampa (soprattutto per Unicredit, BPM e MPS), mentre vengono fatte poche analisi sulla redditività, che pure oggi viene citata come uno dei fattori di debolezza del sistema bancario e che è stata ripetutamente usata dall’ABI per respingere al mittente le accuse di eccessiva onerosità.  Qui su Imprese+Finanza non si è mai fatto mistero che il volume dei crediti dubbi e la redditività calante sono le vere sfide che il sistema bancario nazionale deve affrontare nel 2012.

Sulla base dei primi dati sintetici di bilancio 2011 pubblicati dalle banche è possibile fare qualche ragionamento più fine nell’ambito redditività:

1) una prima considerazione importante è che la redditività delle banche italiane continua a dipendere per 2/3 dal margine di interesse e per solo 1/3 dalle commissioni per servizi. Questa ripartizione, insieme al fatto che nel 2011 le commissioni per servizi sono state per lo più stagnanti o in calo, dovrebbe essere sufficiente per spiegare perché le banche saranno nel 2012 ancora più attente a mantenere spread elevati sui finanziamenti alle imprese e faranno grossa resistenza a ridurli ora che sono riusciti ad alzarli anche con il pretesto dei costi di rifinanziamento e dello spread BTP-Bund.  Due terzi del loro conto economico si gioca sullo spread.

2) la seconda considerazione è che rispetto alla media del 65% ci sono banche che si discostano come Carige (72%) e verso il basso come Banco Popolare e CREDEM (58%) mostrando una minore dipendenza dal margine interessi o una maggiore capacità di generare commissioni (tenendo sempre presente che alcune commissioni come la Commissione Disponibilità Fondi sono di fatto collegate strettamente agli impieghi).

3) la terza valutazione, con una vista al microscopio, cerca di evidenziare su un campione esaminato di 10 banche la capacità di generare ricavi in percentuale sui crediti erogati alla clientela. Per ogni banca è stato calcolata la percentuale di incidenza dei ricavi da interessi e da servizi rispetto al portafoglio crediti totale. E i risultati cominciano a scostarsi sensibilmente e a mostrare differenze interessanti.

la redditività complessiva del piccolo CREDEM (che ricordiamo essere anche la banca più virtuosa sul piano delle sofferenze) batte tutte le altre big comprese: 4,41% contro 4,24% di Unicredit e 4,05% di Intesa (entrambe con quote di attività estere).  Sorprendente la bassa redditività della Banca Popolare di Vicenza (2,93%) seguita da UBI Banca e Banco Popolare a 3,32% e 3,30%.

– le tre banche con peggiore redditività complessiva mostrano minore generazione di margine interessi (addirittura 1,78% per Pop.Vicenza contro 2,76% di BPER). La maggiore redditività complessiva di CREDEM si conferma grazie alle commissioni (1,81% contro una media di 1,31%).  Le variazioni tra banca e banca sono molto più ampie di quanto ci si poteva attendere da quello che viene visto come un cartello e sono spiegate sia dalla politica più o meno aggressiva sui prezzi che dalla maggiore o minore efficacia commerciale (vale a dire la capacità di vendere più servizi allo stesso cliente o in gergo cross-sell). Sotto questo aspetto MPS, oggi considerata una banca in difficoltà, riesce a spuntare ricavi migliori di UBI, Banco Popolare e Banca Popolare Vicenza.

Lasciandovi il divertimento di esaminare le percentuali nel grafico, mi permetto solo di osservare che ‘fare banca’ bene senza prendere perdite su crediti eccessive come nel caso di CREDEM non sembra andare a discapito della redditività, anzi. Se c’è un impressione che questi dati forniscono è che scegliere bene la propria base clienti, conoscerla meglio delle altre banche produca un effetto benefico sui conti economici e sulla capacità di collocare più servizi. Penso che questo aspetto debba costringere tutte le altre banche a fare profonde riflessioni.  Il fatto che le grandi banche abbiano investito più o meno massicciamente su portafogli di titoli di Stato e non su crediti alla clientela, ha sicuramente un impatto sia sulla redditività che sulle minori sofferenze ma alla fine i conti sembrano tornare meglio per le banche che si dedicano ai propri clienti e non a seguire l’andamento dei titoli di Stato. Necessario un supplemento d’indagine per valutare la situazione anomala di Banca Popolare Vicenza.

 

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  1. Condivido fortemente la considerazione finale relativa al “fare banca” bene senza prendere perdite eccessive sui crediti a discapito della redditività; è anche vero che teoricamente il bilanciamento rischio-redditività prevederebbe pricing minori per categorie di clientela a minor rischio (con aspettative di minori perdite su crediti).

    Mi permetto in aggiunta alcuni rapidi commenti che credo rafforzino le considerazioni presenti:
    1- la redditività è calata anche in relazione all’aumento del costo di raccolta del denaro che, in maniera altalenante, ha fortemente inciso sullo spread netto; le banche hanno a questo punto alzato lo spread lordo sulla clientela a discapito appunto degli stessi clienti per mantenere accettabili livelli di remunerazione degli azionisti
    2 – la stretta dello spread netto è stato inoltre fortemente condizionato dalla necessità di bilanciare il funding in termini di scadenza attivo-passivo
    2 – il margine di interesse continua a costituire la parte “prevalente” della redditività perchè il sistema bancario italiano essendo costituito da banche commerciali è naturalmente sbilanciato (per fortuna) al concedere credito piuttosto che ottenere profitti da commissioni/ servizi
    3 – la diversificazione della redditività fra le diverse banche nasce oltre che da politiche commerciali differenti anche dalla tipologia di clientela molto diversificata in termini di segmento (retail vs. PMI vs. Corporate) e potenziale economico (non tutte le regioni crescono/decrescono ad ugual modo).

    In ogni caso credo che l’impatto che possono avere le rettifiche su crediti a bilancio delle banche oggi possa essere nettamente più significativo che un’innalzamento marginale della redditività; a mio parere la leva “buon credito” ha una correlazione positiva molto più elevata sull’utile finale rispetto al “buon pricing (netto)”.

  2. caro Alberto,
    grazie per i commenti puntuali su cui mi sentirei di fare alcune ulteriori precisazioni:
    1) COSTO DEL FUNDING: non ritengo che il costo della provvista complessiva si sia innalzato di molto. La parte preponderante (raccolta diretta) ha tassi poco elastici sullo stock e nessuna banca si è precipitata ad alzarli in questo periodo. Leggermente diverso il discorso sull’acquisizione di nuova clientela con conti deposito che comunque ritengo ancora marginale. Si è alzato sicuramente il costo della raccolta obbligazionaria. Tuttavia i grafici presentati da alcune banche agli analisti mostrano allargamento e non restringimento della forbice, proprio per effetto di una vasta attività di REPRICING sulla clientela.
    2) è sicuramente vero che l’attività commerciale delle banche italiane prevalentemente rivolta a famiglie e imprese determina la composizione dei ricavi (non ci sono molte commissioni da investment banking) tuttavia il punto da me segnalato è che alcune banche sono più efficaci nell’offrire servizi e incassare commissioni, aumentando la redditività unitaria sul singolo cliente (una specie di ARPU) con un buon cross-sell
    3) anche se alcune delle banche esaminate possono sembrare più propense all’attività famiglie (retail) che a quella imprese (corporate) in realtà il mix di queste 10 banche è molto simile. Sono veramente poche le banche italiane che hanno un peso più elevato del corporate (forse BNL-BNP). Per questo credo che i dati alla fine siano comparabili. Il problema semmai, visto che si parla di margine finanziario, è il peso del portafoglio titoli per investimento che è più alto in alcune grandi banche rispetto alle piccole.
    4) concordo abbastanza sul fatto che contenere le rettifiche possa servire nel breve periodo di più rispetto ad aumentare la redditività (che è più difficile senza grandi idee o nuovi servizi). Però il dato di fatto è che in questi 4 anni le banche hanno fatto pochissimo per contenere le rettifiche, e il mio giudizio complessivo è che non abbiano ancora capito come farlo, visti i risultati. In molti ritengono che le rettifiche siano ancora sotto-dimensionate rispetto alla vera situazione (leggasi immobiliare). Il fatto che Credem abbia questi risultati su entrambi i fronti (buon credito e alti margini) è un’indicazione importante, ma è figlia di un lavoro sul credito di almeno 10 anni. Chi lavora in banca sa bene che la cultura del credito si perde velocemente, ma occorrono tempi lunghi per ricrearla.

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