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2 aprile 2012

Startup ed equivoci

Dal convegno annuale dei giovani industriali a Cortina, sotto la nuova presidenza di Jacopo Morelli, è uscito con risonanza un tema vecchio ma sempre attuale: la capacità del sistema Italia di generare e sostenere la crescita di nuove imprese. Trattandosi di un convegno di giovani industriali, la nascita di nuove imprese è stata associata anche all’età del ‘nuovo imprenditore’ (forse sotto l’influsso della norma che ha previsto srl semplificate con capitale anche di solo 1€ per chi ha meno di 35 anni). Trascurerò questo requisito concentrandomi invece soprattutto sul secondo aggettivo associato alle nuove imprese, o startup, che è ‘innovative’.

Mi piace dire pane al pane sull’argomento delle startup innovative e sui riflessi che competono all’ambito della finanza:

1) rifiuto il concetto, ampiamente diffuso, che innovazione debba essere associata strettamente solo ai settori cosiddetti innovativi e ad alta crescita (biotech, energie rinnovabili, internet…). L’innovazione è un concetto molto più ampio e si applica poco o tanto a qualsiasi settore anche quelli maturi, se qualcuno ha voglia di rompere le regole (mi viene in mente Starbuck’s Coffee che entra in un mercato ristorazione maturo ma con una formula nuova).  Innovazione è nel servizio, nella logistica, nel marketing, non solo nel prodotto o nella novità assoluta.  Invece se ci fate caso la combinazione delle parole ‘startup’ e ‘innovative’ porta dritti a pochi settori molto specifici. Motivo per cui chi volesse aprire una panetteria con qualche idea diversa e originale sul servizio da dare alla clientela non rientrerebbe mai nella categoria ‘innovativa’ anche se quell’idea fosse realmente nuova e potesse condurre alla creazione di una catena di panetterie. Chi volesse riaprire una piccola fabbrica di valvole per servire con ‘vecchi prodotti’ nuovi mercati non sarebbe visto come innovativo.

2) una nuova impresa ha il diritto anche di essere un po’ ‘vecchia’ nel senso che è promossa da persone con esperienza (non guasta mai…), combinando vecchie competenze con un nuovo approccio al mercato (canali, prodotti, mercati esteri…). Anche questa è una nuova impresa che ha diritto di attenzione e anche in questo caso non mancano esempi famosi: Arenaways e NTV sono nuove imprese nate su vecchie attività, ma con formule innovative. Ma al di là di questo caso noto a tutti, quanti sono i cinquantenni con spirito imprenditoriale pronto a lanciare nuove imprese? Non pochi, ma con le stesse difficoltà di un giovane.

3) una nuova impresa innovativa ha bisogno di ingredienti essenziali: energia e idee degli imprenditori, fondi per superare la fase di incubazione e avvio perché senza soldi si può fare poco. Sui primi ritengo che l’Italia non sia peggio di altri paesi, ma sui secondi purtroppo sì. I fondi destinati alle nuove imprese sono troppo pochi e troppo nascosti. Quelli privati (fondi di Venture Capital) in Italia possono permettersi una selettività estrema alla ricerca di progetti con potenzialità di maxi-rendimenti che paghino anche per tutte le altre iniziative più sfortunate. Quelli meno noti sono abbastanza difficili da trovare e agganciare, non è un mercato trasparente nemmeno quello dei business angels.  Purtroppo mi sento di escludere quasi a priori che questo bacino di fondi sia di qualche utilità per una nuova impresa ‘normale’, in settori tradizionali. Restano solo i bandi regionali che non vanno affatto trascurati, ma conosciuti e sfruttati.

4) poi esiste un problema banca sul credito alle nuove imprese perché anche una piccola parte di debito può aiutare un’impresa in fase di avvio a decollare. Come si comporta la banca di fronte alla startup, all’impresa nuova e minimamente innovativa?  Tutto fa ritenere che il sistema bancario non ha mai seriamente affrontato l’approccio alle nuove imprese e anche estraendo quell’uno o due casi fortunati che sono eccezioni, la regola italiana è che non si fa credito a un’impresa senza 3 bilanci a meno che si presenti con garanzie reali (immobili o depositi).  Non esiste alcuna preparazione nelle decine migliaia di direttori di filiale per analizzare un piano strategico-finanziario di una startup senza storia e valutare la concessione di credito sui flussi di cassa futuri, non esiste il modulo adatto, non esiste la pratica di fido appropriata per farlo. E qui finisce la pista della finanza italiana. Su twitter ho posto questa domanda: “provate a entrare in un filiale di banca e dire <salve, sono una startup innovativa posso avere credito?> e vedere cosa vi dicono”.  Tra le risposte ricevute questa: “ci ho provato un mese fa e mi hanno quasi buttato fuori dalla filiale”.  Non confondiamo le acque in tavola: il credito non è capitale! Se alcune banche tra cui Banco Popolare e Unicredit hanno avuto la buona idea di mettere capitali in startup innovative, stiamo parlando di poche buone cose.  Nella massa il sistema bancario non è attrezzato ad aiutare una nuova impresa, il rischio è troppo alto e poco valutabile, quindi non rientra in alcun schema di finanziamento disponibile alle piccole imprese.  Forse qualcosa cambierà, mentre scrivo è apparsa un’iniziativa congiunta ASCOM Parma – Cariparma proprio per il finanziamento di nuove attività, ma noterete come la garanzia sul finanziamento da parte del consorzio fidi arrivi al 70%, confermando che la banca non se la sente di valutare da sola e assumersi parte del rischio.

Per il resto vi propongo alcuni passaggi dell’articolo apparso sul Sole di oggi riguardo al convegno dei giovani di Confindustria:

Questo lo scenario che emerge dal sondaggio Ispo per i Giovani di Confindustria su un campione rappresentativo di imprese, presentato ieri a Cortina nel corso del convegno «Start Me Up! Nuove imprese chiedono di crescere» promosso dai Giovani Imprenditori di Confindustria Veneto, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. I dati generali disegnano uno scenario pessimistico. Per il 68% degli imprenditori il Paese non sembra favorire la nascita di startup. In particolare, per il 76% degli intervistati, non sono incentivate a sufficienza le iniziative specifiche dei giovani; percezioni, queste, maggiormente diffuse tra le imprese più piccole (con meno di 15 dipendenti). Il 60% è poi convinto che la crisi economica abbia avuto l’effetto di deprimere l’adozione di strategie a favore delle startup, in un quadro già poco incline a supportare lo sviluppo delle giovani aziende. [...]

«Questi dati evidenziano un preoccupante sentimento di abbandono e di sfiducia delle imprese, soprattutto dei giovani che non si sentono supportati dal sistema paese. Eppure l’unico vero modo per crescere è tornare a investire sul futuro», commenta Jacopo Morelli, presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria. «Rischiamo troppo poco – ha proseguito – le nuove generazioni devono assolutamente reagire e mettersi in gioco».

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