
Se vi ricordate la risposta alle osservazioni del prof.Bazoli sulla sfiducia degli imprenditori scritta il 1 febbraio (“Imprenditori sfiduciati…dalle banche“) conteneva un’esortazione a dare fiducia e coraggio ai bancari in questi termini:
E’ la banca che non ha più fiducia nelle capacità degli imprenditori, di una vasta parte degli imprenditori. E’ la banca che ha scelto di agire solo in situazioni di massima sicurezza, allontanandosi da qualsiasi profilo di rischio, rinunciando ad analizzarlo e valutarlo in profondità. Mi consenta questa mia considerazione necessariamente generalizzata che non fa giustizia ai buoni casi di valutazione e concessione che ancora si riscontrano, ma in misura assai minore rispetto al passato.
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Per questo motivo, signor Presidente, suggerisco di rifuggire i luoghi comuni, di trascurare le statistiche che raccontano una storia piatta, a una dimensione (e quindi distorta) e fare tutto quanto Le sarà possibile perché nel personale della Sua banca -e in tutte le altre banche- ritorni la fiducia nelle capacità, nei progetti e nello sforzo di ristrutturazione dei clienti imprenditori. Insieme alla fiducia ritornerà l’impegno nell’aiutarli, nel correggere alcune loro scelte finanziarie, nel costruire un sistema imprenditoriale più solido, meno indebitato e più orientato alla crescita dei margini e dell’autofinanziamento, quel sistema di cui anche le banche potranno beneficiare negli anni a venire.
Bene, ora vi invito a leggere questa lettera di un direttore di filiale pubblicata oggi dal Sole24Ore nella sezione IMPRESA&TERRITORI e porla a fianco delle mie considerazioni per capire come mai si sia originata una parte della stretta sui crediti alle imprese.

Partendo dal lapidario commento del giornale dobbiamo capire cosa stia succedendo e come sia possibile modificarlo. Anche in questi giorni non si contano le dichiarazioni di sostegno al territorio da parte delle banche, recitate dai vertici, ritrasmesse a memoria da capi area mandati ora allo sbaraglio nel confronto sui territori con associazioni di imprenditori sempre più irritate e battagliere a causa delle proteste che ricevono dalla base degli associati, come è successo ieri a Padova e a Vicenza (vedi articolo di MondoLiberoOnline). La storia vera del credito ‘ingrippato’ è quella raccontata dal nostro anonimo direttore che dice ‘a me, come a tanti altri direttori, piacerebbe sostenere il territorio, le famiglie, le imprese, sappiate che non ce ne danno possibilità’. Drammatico, ma reale: pratiche fermate, nemmeno inoltrate perché senza speranza, disimpegnarsi…piani di rientro, rating implacabili killer di ogni richiesta e budget irragionevoli da raggiungere sapendo già all’origine che non saranno raggiunti.
Parte dal vertice delle banche, dai responsabili del business, dai responsabili del credito un’idea di contro-cultura bancaria che possa rilanciare il sistema di concessione del credito su nuove basi di maggiore fiducia, ma anche di maggiore analisi e migliori strumenti. Le principali banche italiane hanno uffici studi eccellenti che sfornano analisi macro e micro, studi sui distretti. Quanto di questa potenza analitica arriva in filiale e viene sfruttato per prendere decisioni di credito? Poco, pochissimo, forse nulla. E’ un grande spreco. Lo stesso vale per contenuti e competenze esterne che potrebbero affiancarsi alle banche nelle valutazioni dei rischi e che sono state sino ad oggi tenute rigorosamente fuori o ai margini. Non è obbligatorio cambiare i processi del credito, mi rendo conto, ma continuando sulla stessa strada che non sta funzionando cosa pensiamo di mettere al servizio della crescita?
Come sempre per cambiare occorre una dose di coraggio e forse anche di paura.







27 febbraio 2012 at 12:28
Mi permetto di citare una grande scrittrice ebrea per confermare il contenuto del post.
Hannah Arendt: «Una crisi ci costringe a tornare alle domande; esige da noi risposte nuove o vecchie, purché scaturite da un esame diretto; e si trasforma in una catastrofe solo quando noi cerchiamo di farvi fronte con giudizi preconcetti, ossia pregiudizi, aggravando così la crisi e per di più rinunciando a vivere quell’esperienza della realtà, a utilizzare quell’occasione per riflettere, che la crisi stessa costituisce»