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15 febbraio 2012

Terapie intensive per le imprese

Se fosse vero quello che è stato pubblicato ieri sul Sole24Ore e ripreso mille volte su altri siti e cioè che nel 2012 si passerebbe da 11.000 fallimenti aperti a 25.000, se fosse vero come è stato anche scritto che le banche si preparano a ridurre di 200 miliardi di euro gli impieghi (oggi ne hanno 1970 miliardi, di cui 900 alle imprese) allora saremmo di fronte a un potenziale crollo del sistema economico della piccola impresa di proporzioni devastanti. Tanto per chiarirci nei fallimenti del 2010 sono andati bucati crediti per 41 miliardi, e i fallimenti erano circa 10.000.  Sempre per chiarirci le banche hanno oltre 100 miliardi di sofferenze, il cui valore effettivo recuperabile a fallimento concluso è inferiore al 20%.

Mi auguro che ci sia qualche grossolano errore in entrambe le previsioni, ma che il 2012 si prospetti con un alto rischio di esplosione delle crisi d’impresa non mi sorprende visto che lo vado dicendo da oltre sei mesi.  Per questo preciso motivo trovo abbastanza incolore la risposta inviata dal vice presidente di Confindustria Vincenzo Boccia al Corriere della Sera, in risposta alla nuova sollecitazione di Dario Di Vico per un tavolo trasparente del credito:

Anche sul credito parlano i fatti: veniamo da una moratoria che ha significato sospensioni di rate di debito per 65 miliardi di euro a beneficio di oltre 225 mila imprese; a breve confidiamo di chiudere un nuovo accordo che prevede la riapertura della moratoria, la realizzazione di operazioni di allungamento dei piani di ammortamento dei finanziamenti a medio-lungo termine in essere, la possibilità di allungare di 120 giorni, in caso di insoluti, le scadenze delle anticipazioni concesse alle imprese a fronte di crediti commerciali. Il tavolo con Abi resterà poi aperto perché vogliamo lavorare oltre l’ emergenza, ipotizzando strumenti che aiutino a calmierare i tassi di interesse per chi investe. Questo noi facciamo per i nostri azionisti di riferimento, le nostre imprese, e sappiamo distinguere il confronto serrato dal conflitto e la diplomazia formale dalle reali questioni. Forse siamo poco «mediatici» su questi punti, perché il nostro obiettivo è proporre soluzioni da protagonisti senza protagonismi.

Anche le parole di Boccia preannunciano -come altre che le hanno precedute del ministro Passera- una stucchevole versione 3.0 della moratoria, che avrà per forza di cose i problemi della versione 2.0: non può essere concessa per una seconda o terza volta, ma solo a chi non ne ha mai usufruito. Per chi ne ha già usufruito resta la possibilità di concordare allungamenti del piano di ammortamento. E che dire dell’allungamento di 120 giorni gli anticipi su fatture insolute? Una pastiglia che non risolve il problema dei ritardati pagamenti, e che comporta altri oneri finanziari all’8-9% per il povero creditore.

Sono entrambe misure utili, ma totalmente inefficaci nel sostenere un’impresa che è in piena crisi e che ha bisogno molto altro rispetto ad un semplice spostamento di 4 rate… Se davvero cerchiamo di evitare 25.000 fallimenti e 200 miliardi di credito ritirato dalle banche, un accordo tra ABI e Confindustria richiede terapie diverse da queste misure, che al massimo si applicano a situazioni di leggero mal di testa non di broncopolmonite.  Sulla nuova rubrica del quotidiano economico cominciano (finalmente) a comparire le vere storie delle imprese che lottano contro la crisi e contro la rigidità delle banche. Raccontano cose che i lettori di Imprese+Finanza dovrebbero già conoscere, ma è bene che vengano rese pubbliche per sbloccare le ultime resistenze di chi vorrebbe ignorarle.

Già detto cento volte su queste pagine, al centro del tavolo ABI-Confindustria vanno messi due argomenti: il funzionamento del processo di credito anomalo della banche nelle crisi d’impresa e le possibili garanzie statali (MISE o CDP nelle ristrutturazioni) a supporto del credito bancario.

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