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13 febbraio 2012

La fabbrica dei rifiuti

Sotto la spinta della vigile CGIA di Mestre sono state nuovamente messe alla sbarra le banche per la riduzione del credito registrata ufficialmente nel bollettino statistico della Banca d’Italia appena pubblicato. La riduzione del credito erogato dalle banche alle imprese in dicembre è sicuramente significativa perché per la prima volta la contrazione è significativa percentualmente (-2,33%) e in assoluto (21 miliardi di euro da 915 a 893 mld).

Quanto basta per rispondere silenziosamente con i numeri alle tante affermazioni tranquillizzanti o minimizzanti da parte dell’ABI e di qualche presidente di banca.

La riduzione del credito alle imprese è stata accoppiata nel comunicato della CGIA al dato della crescita di sofferenze. Sono due facce della stessa medaglia, perché le sofferenze arrivano dal monte crediti e nel caso delle banche italiane il rapporto rimane costante nella suddivisione tra imprese (65%) e famiglie (35%). Il dato secco è che a fronte di 893 miliardi di credito alle imprese, i crediti finiti a sofferenza hanno superato i 70 miliardi, crescendo anche nel 2011 al ritmo pazzesco del 38% anno su anno.  Questo, credetemi, diventerà nel 2012 il ritornello usato per negare credito, per ritardare le decisioni e allungare le analisi. ‘Guardate le nostre perdite, dare credito alle imprese è pericoloso, è un business in cui non si guadagna, ecc…’ Preparatevi a sentire queste motivazioni, dalle stesse banche che nel periodo 2000-2006 le avevano riposte negli armadi per farsi guerra a colpi di impieghi. E tuttavia non si può negare che qualche ragione debbano averla oggi nell’essere così rigorosi sul nuovo credito.

Sembra preoccupante il dato di dicembre perché il calo di velocità nella formazione delle sofferenze da un anno all’altro si è arrestato. Siamo fermi al 38% da tre mesi consecutivi e per giunta a dicembre nella situazione di scarsità di profitti non credo che le banche siano state rigorosissime nel classificare a sofferenza tutto quello che andava classificato. In generale rimango del parere che i bilanci delle banche sottovalutino ancora di un buon 20% il volume delle vere sofferenze.

 

elaborazione Linker su dati Banca d'Italia

Inutile spendere altro tempo sulle macro-ragioni di questa infinita crescita delle sofferenze bancarie: la crisi non è finita, anzi sta peggiorando per effetto della penuria di liquidità e di credito.
Le micro-ragioni sono invece tutte da capire: perché dopo 4 anni di deterioramento dell’economia le banche stanno registrando ancora così tante sofferenze?  Il portafoglio crediti non è stato messo sotto sufficiente sorveglianza, o tutte le sofferenze sono conseguenza inevitabile del ‘fare banca’ in periodi di congiuntura negativa, come ora ci stanno dicendo i vertici dell’Associazione Bancaria, dopo la canzone ‘tutto bene, abbiamo sempre fatto il nostro dovere’?  Il personale delle banche è stato addestrato professionalmente in questi anni a fare fronte a una situazione complessa? Le risorse a disposizione delle direzioni crediti sono state potenziate in modo sufficiente per numero e per competenza? La mia risposta è ovviamente negativa ed è questo errore di prospettiva che imputo alle banche, rispetto a chi come Federconsumatori in cerca di spazi pubblicitari aggredisce il sistema banche senza capire i fenomeni che stanno dietro ai numeri e finisce solo per berciare slogan tipo ‘se le banche hanno scelto di massacrare le imprese, noi faremo guerra alle banche’.

Non c’è risposta alla domanda su cosa avrebbero potuto fare le banche per evitare parte delle sofferenze. La linea di confine tra fallimenti inevitabili e quelli evitabili con maggiore partecipazione delle banche è indefinita, ma c’è.  Tutta una serie di evidenze empiriche sulla gestione del processo di credito per le imprese in crisi porta a pensare che se da una parte (gli imprenditori) le situazioni critiche vengono completamente nascoste sino all’ultimo minuto, dall’altra le banche continuano a intercettare i problemi con enorme ritardo e poi sono alquanto rigide e lente nell’intervenire per il salvataggio, soprattutto delle imprese minori. Così le sofferenze continuano a salire come mostra il grafico, da cui potete notare la percentuale di crescita anno su anno espressa dalla linea rossa.

Non vi sembra arrivato il momento in cui invece di discutere di un’altra inutile moratoria (come dice giustamente JohnMaynard nel suo blog) associazioni di banche e d’imprese, la Banca d’Italia e chi altro ha interesse partecipi a un comitato di salvezza in cui si riescano a modificare tutte le prassi che in questi 4 anni non sono mai state efficaci nell’arrestare la crescita delle sofferenze?

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Pubblicato in: crisi d'impresa
  1. Sono d’accordo nell’analisi. Il volume di sofferenze può essere contenuto con una politica più attenta e forse con un dialogo più trasparente tra pmi e banche in cui, penso, che i consulenti (quelli veri), abbiano un ruolo centrale. Mi riferisco innanzitutto nel ruolo di aiuto alla banca per la comprensione del vero problema dell’azienda (distinguendo tra quella con un business in crisi, da quella con uno interessante e relativo posizionamento ma piuttosto che ha realizzato un investimento sbagliato, magari del classico capannone, se non dell’appartamento al centro).
    Inoltre, vi e’ la necessita’ di produrre una reportistica adeguata, soprattutto per superare le pigrizia di tanti gestori imprese in provincia che si spaventano nel proporre progetti di ristrutturazioni diversi dal classico consolidamento con la 662 di MCc (mi riferisco soprattutto nel mezzogiorno).
    Solo avviando un’azione sinergica dell’intera filiera del credito, sara’ possibile distinguere tra aziende che meritano il default ed altre che meritano un vero aiuto.
    Lo dico non solo come consulente, ma anche alla luce dell’esperienza di delegato al credito di Confindustria Caserta, dove arrivano richieste giornaliere di intervento e aiuto, ma molto spesso e’ difficile capire dagli imprenditori la vera esigenza, la misura e la causa del fabbisogno finanziario. Su questo sono d’accordo con il post del prof berti sul blog dell’altro giorno: la premessa per il superamento dell’attuale situazione sta in un cambio culturale in primis degli imprenditori e a seguito di tutti gli altri attori della filiera. Anche la tematica della maggiore patrimonializzazione delle pmi, passa innanzitutto per un cambio di mentalita’. Se un tavolo deve essere aperto, come suggerisce di Vico, deve essere non solo quello della gestione delle emergenze, ma anche quello della formazione di una nuova mentalità nella gestione di impresa, almeno per l’aspetto finanziario.

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