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23 gennaio 2012

Meglio fallire all’estero

La peggiore notizia economica di ieri, a giudicare dal rilievo dato da tutta la stampa, è l’aumento dei fallimenti che sono cresciuti per il 15° trimestre consecutivo secondo l’osservatorio CERVED arrivando a superare il numero di 12.000 con un incremento del 7,4% rispetto al 2010.

Per quanto mi riguarda purtroppo non è una sorpresa visto e considerato che i fallimenti sono causati dall’insolvenza e che l’insolvenza si manifesta quasi sempre per la mancanza, o il ritardo, dei pagamenti e per la richiesta di rimborso da parte dei creditori finanziari, erario e banche. Nessuna di queste tre cause è migliorata nel 2011, anzi pagamenti sempre più lenti, erario scatenato nel recupero e credito sempre meno disponibile alle imprese in difficoltà sono diventati un cocktail micidiale. Sino a quando verrà risolta la questione dei ritardi di pagamento e il credito per ristrutturazioni sarà così complesso i fallimenti non smetteranno di crescere.

Se ostinatamente mi batto da un lato per il recepimento della direttiva EU sui tempi di pagamento e dall’altro per uno schema di ristrutturazione del credito più veloce e flessibile di quello sin qui adottato dalle banche verso le PMI, di fronte all’apertura di 12.000 nuove procedure fallimentari mi pongo sempre la domanda di cosa accadrà ai nostri falliti.  Da tempo la Comunità Europea sostiene a spada tratta la necessità che i paesi membri adottino misure atte a favorire la ‘second chance‘ la seconda possibilità per gli imprenditori falliti, sottolineata apertamente anche nello Small Business Act a cui si richiama lo Statuto delle Imprese. E l’Italia è da sempre uno dei paesi che meno segue questa raccomandazione. Non so se i ricercatori della EU abbiano tenuto presente che per un imprenditore fallito è pressoché impossibile avere credito bancario una seconda volta dopo essere finito nelle rilevazioni di CRIF o di altre società, comunque mettendo a confronto i paesi membri su questo specifico ambito e determinando un indice, l’Italia è finita in fondo alla classifica come mostra l’infografia che ho preparato prelevando un campione di tre paesi: Germania, Danimarca e Italia e mostrando i tre criteri misurati dalla Commissione.

elaborazione su dati Commissione Europea

Se proprio vogliamo continuare ad essere un paese con un elevato tasso di mortalità d’impresa, almeno facciamo in modo che sia più facile e meno costoso chiudere le imprese fallite e che agli imprenditori falliti per colpa e non per dolo, siano concesse tutte le possibilità di rifarsi. Gli studi della commissione stessa dimostrano che sono molti gli imprenditori falliti una volta che hanno avuto successo al secondo giro e come recita la stessa pagina della Commissione “Anyone who has never made a mistake has never tried anything new” -  Albert Einstein

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Pubblicato in: crisi d'impresa

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