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18 gennaio 2012

Imprenditori unitevi!

E’ uscito da due giorni uno studio della Commissione Europea che analizza il ruolo delle PMI nel mercato dl lavoro, nella creazione di occupazione e di posti di lavoro di migliore qualità. Si chiama “Do SMEs create more and better jobs?” e contiene una serie notevole di dati statistici e una ricerca svolta su un campione di più di 7.500 imprenditori in 37 paesi. Lo studio rivela innanzitutto che nei 27 paesi EU a fine 2010 il 98% delle 20.8 milioni di imprese erano PMI. E già questo dice quanto sia importante per l’Europa (e di conseguenze per l’Italia) avere una politica indirizzata alle PMI e a facilitare la loro competitività. Il 92% delle PMI sono micro-imprese, con meno di 10 dipendenti. Lo studio esordisce dicendo ‘la tipica impresa europea è micro’. Sul fronte dell’occupazione la percentuale riferibile a PMI scende ovviamente al 67%, di cui 50% micro e piccole e solo il 17% medie imprese (tra 50 e 249 dipendenti).

Il secondo punto che emerge dallo studio è che nel periodo tra il 2002 e il 2010 l’occupazione è cresciuta nei 27 paesi di circa 1,1 milioni di dipendenti all’anno e che questa crescita è dovuta per l’85% proprio alle PMI. Attimo di silenzio. Le PMI hanno creato più lavoro delle grandi imprese in Europa, un tasso doppio di crescita (1% vs.0,5% annuo). Nello studio ci sono molti altri dati interessanti, ma per estrarre qualche informazione utile nell’attuale sofferto momento di ricerca della crescita sono dovuto andare a vedere la base dei dati per ciascun paese fornita da Cambridge Econometrics, con dati storici Eurostat sino al 2008 e stime per gli anni successivi. Il mio obiettivo era vedere la differente struttura del tessuto economico tra Germania, Francia e Italia e trovare qualche spiegazione.  I grafici aiutano sempre. Il primo riguarda la fotografia al 2011 delle imprese nei 3 paesi per dimensione.

fonte. elaborazione Linker su dati Cambridge Econometrics

Le differenze sono eclatanti. L’Europa è un’area di micro-imprese, ma l’Italia è la capitale. Abbiamo in percentuale il doppio della quota di occupati in micro imprese rispetto alla Francia e 2,5 volte la quota tedesca. Molto simili le quote di occupati nelle piccole imprese (possiamo ritenerle in parte in transizione verso dimensioni maggiori) ma nuovamente la debolezza italiana si vede nella bassa quota di lavoro nelle medie imprese: 12% contro il 16% di Francia e il 20% in Germania.  Quelle famose medie imprese di cui si vantano tanti economisti e pure il ministro Passera sono troppo poche e non sono cresciute tra il 2005 e il 2012. Nel 2005 avevano 1.852.000 dipendenti, otto anni dopo 1.876.000.

La dinamica dei posti di lavoro creati nei tre paesi nel periodo in osservazione è rappresentata nel prossimo grafico.

Fonte. elaborazione Linker su dati Cambridge Econometrics

Qui si vede molto bene come, nonostante strutture industriali simili, la Germania distacchi la Francia nettamente nella crescita occupazionale. La media e grande industria francese non ha fatto meglio del frammentato sistema-Italia e in otto anni ha creato pochissimi posti di lavoro, esattamente come l’Italia.

Si possono fare tantissime considerazione su questi dati, ma sono così brutali nella loro evidenza che ci costringono a rimettere al centro del tavolo il problema della dimensione delle imprese italiane e tutte le cause e concause (legislazione del lavoro, fiscalità, evasione, arretratezza tecnologica, modello delle imprese familiari…) che vanno rimosse rapidamente con un’iniziativa di grande respiro da parte di un governo che sappia imparare dal passato per costruire il futuro. E quando si smetterà di cantare le lodi della piccola impresa, per cercare di raddoppiare il numero di medie imprese sarà sempre troppo tardi.  Le grandi imprese ce le siamo più o meno giocate tutte, ma lo studio della Commissione ci dice che se vogliamo creare posti di lavoro dobbiamo puntare a rafforzare la media dimensione creando percorsi facilitati per indurre crescita -anche con aggregazioni- nel bacino della micro e piccola impresa.

 

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Pubblicato in: economia

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