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27 dicembre 2011

Banchieri in crisi, ma non aguzzini

Scorrendo i titoli di alcuni quotidiani mi rendo conto che si sta travalicando la linea dell’obiettività nei confronti delle banche. Detto da chi non risparmia nulla nell’evidenziare i problemi del settore bancario può apparire strano, ma la linea dell’obiettività va mantenuta.

Le banche italiane sono certamente in grande difficoltà, chiamiamola pure crisi visto che forse è la prima volta che si trovano ad affrontare tanti problemi così gravi tutti insieme, ma da qui a vedere nelle banche il nemico giurato della collettività ne passa. Affermare che le banche soffocheranno le imprese soffia sul fuoco facile della polemica, ma ha il limite di non valutare oggettivamente la scarsa convenienza che un atteggiamento di completa chiusura verso il credito alle imprese comporterebbe alle stesse banche. Io personalmente non ritengo che questa sia la vera intenzione delle banche.

i vincoli

Sicuramente esistono due grandi vincoli nel modo con cui le banche stanno operando in mezzo ai marosi della crisi. La scarsa liquidità è un fatto acclarato, se una banca ha difficoltà nel rifinanziarsi sui mercati o a raccogliere depositi dalla clientela non ci sono altre alternative ad una gestione oculata della posizione di tesoreria, che può prevedere anche la fermata a nuove erogazioni di credito e il ritiro di linee di credito inutilizzate. La scarsa liquidità non è imputabile in senso stretto alle banche italiane, è un fenomeno che ha colpito i flussi finanziari di tutto il sud europa da quando banche e fondi americani hanno ritirato i loro investimenti causa le preoccupazioni sul rischio sovrano.  Le perdite su crediti sono l’altra grave falla nel sistema bancario. La crescita di incagli e sofferenze è autoalimentata da un circolo vizioso di pagamenti inceppati, finanziamenti bloccati, i quali creano altri pagamenti ritardati. Il numero di imprese in difficoltà continua a crescere e continuerà a crescere nel 2012 anche per la repentina crescita dei tassi e degli oneri finanziari. Liquidità e sofferenze sono il grande freno all’operatività delle banche, non ci sono più dubbi, sbagliano i banchieri che negano un’evidenza riscontrata in tutto il paese.

Questo non significa però che le banche vogliano abbandonare le imprese, o peggio che facciano festa sui problemi dei propri clienti. Le banche sono animali feriti, in questo momento, ma ragionano ancora ed è per motivi logici e di convenienza commerciale prima ancora che per una nobile inclinazione verso il sostegno all’economia reale che non si sganceranno dalle imprese. Ci sono validi motivi per sostenerlo.

le opportunità

Prima di tutto quando le banche italiane sostengono di essere più ‘etiche’ delle loro sorelle anglosassoni ed europee lo dicono perché la gran parte dei margini operativi deriva da intermediazione creditizia a privati e imprese. Se questo non è una scusa valida per ritenersi ‘migliori’ è certamente una dipendenza vera: senza famiglie e imprese le banche italiane potrebbero anche chiudere domani. Se le imprese precipitano trascinano con sé anche le banche e questo si è certamente visto nella forte crescita del credito problematico di questi ultimi 3 anni. Perciò tenere in vita le imprese è un obiettivo assoluto, più imprese chiuderanno e meno le banche faranno profitti. Qualche top manager bancario lo dice chiaramente e lo vede nei conti economici mensili.

In seconda battuta, per la buona vecchia regola che la ‘pecora va tosata ma non fatta morire’ le banche hanno avuto -anche grazie alla crisi- una straordinaria occasione per accelerare la politica di allineamento dei prezzi (spread) al rischio di credito del cliente-impresa in cui erano state troppo lente e timorose negli anni passati. La crisi finanziaria, l’emergere del concetto del ‘premio per il rischio’ ha consentito a praticamente tutto il sistema di aumentare gli spread allineandoli all’effettivo consumo (costo) del capitale per ciascun cliente, con particolare riguardo per i clienti più rischiosi, guidati da metodologie e strumenti diffusi in modo capillare nella rete. Praticamente la gran parte della crescita, o della difesa, del margine d’interesse nel 2011 viene da un’attività di repricing degli impieghi che non è ancora finita. Ora che i margini sono stati ricostituiti e ampliati avrebbe poco senso ridurre gli impieghi in modo trasversale e indiscriminato, la riduzione potrà avvenire a) per le imprese eccessivamente rischiose e b) nei casi di banche realmente illiquide anche dopo il ricorso alla BCE.  Le imprese cosiddette ‘sane’ con capacità di rimborso dei finanziamenti verranno sostenute e aiutate proprio perché potranno generare quel margine che alle banche è indispensabile per remunerare il capitale messo da fondazioni e piccoli azionisti.  Entro certi limiti sarà il segmento delle grandi imprese, che meno ha bisogno delle banche, a vedere contrazioni nel credito da parte delle banche italiane che lasceranno il campo alle banche straniere, ritornando indietro di 20 anni.

Le banche non abbandoneranno le imprese

Ecco perché, contrariamente all’esito del sondaggio, credo nelle promesse fatte da alcuni banchieri a sostegno della tesi che i fondi ricevuti dalla BCE verranno usati per rifinanziare gli impieghi esistenti e mantenere liquidità alle imprese e non per fare un facile carry-trade comprando BTP che rendono il 6-7%. Sono meno convinto che le banche vorranno passare l’intero beneficio ricevuto alle imprese; credo che vorranno sfruttare per un po’ l’alibi degli alti costi di rifinanziamento per mantenere elevati gli spread alla clientela (meccanismo spiegato in “Draghi, gnomi e principesse“) senza esagerare troppo…per non fare morire troppe pecore.  Credo che gli uffici marketing delle banche si stiano arrovellando nel proporre iniziative, plafond, convegni che sostengano il volto buono delle banche. Credo anche che questo non sarà sufficiente a rilanciare l’economia come servirebbe, ma la vera crescita alimentata da vero credito richiede un accordo di livello più alto. Credo che le banche sperino in un calo graduale dello spread BTP-Bund che offrirebbe loro l’opportunità di ridurre più lentamente gli spread alla clientela, una tecnica ampiamente sperimentata in passato durante le fasi di tassi di riferimento (euribor) calanti.

Le banche sono infestate da problemi, hanno un assetto strategico debole in prospettiva, hanno capitalizzazioni ridicolmente basse che le espongono al rischio di aggressione, ma non hanno intenzione di suicidarsi abbandonando il tessuto delle imprese. Può essere benissimo che in queste settimane da vero panico raccolgano liquidità alla BCE e la parcheggino di nuovo alla BCE, ma forse è solo per riordinare le idee e decidere il corso migliore nella politica di funding del 2012.  Devono razionalizzare il sistema del credito, devono cedere attività poco funzionali, devono forse fare cose straordinarie e di questo magari è bene parlare ancora.

 

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