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13 dicembre 2011

L’ACE non basta alle imprese

Dopo l’esame alla misura presa dal governo Monti sul credito all’imprese con il potenziamento del Fondo di Garanzia che è utile ma non ancora bene indirizzato, passo all’esame del secondo pilastro dello Sviluppo: la patrimonializzazione delle imprese.

La diagnosi è chiara: le imprese italiane hanno troppo debito e poco capitale. Lo dicono analisi e ricerche di ogni tipo e vale per le piccole imprese e per le medie. L’eccessivo indebitamento è una zavorra estremamente pericolosa in presenza del rialzo dei tassi di finanziamento e degli spread, nel 2012 si porterà via dai margini delle imprese qualcosa tra i 5 e 10 miliardi di euro da pagare alle banche. Non solo, la leva finanziaria eccessiva è motivo di riduzione del credito bancario quando determina rating elevati e quindi un costo del capitale di vigilanza eccessivo, secondo le regole di Basilea2.  La propensione delle imprese ad immettere capitali freschi è ai minimi sia perché le famiglie hanno esaurito spesso le scorte accumulate negli anni buoni (e già condonate…), sia perché il livello di autofinanziamento è calato notevolmente.

Fonte: Bollettino economico, ottobre 2011

La terapia adottata dal governo è l’introduzione dell’ACE (Allowance for Corporate Equity o in italiano ribattezzata Aiuto alla Crescita Economica) che ripercorrendo l’esperimento della Dual Income Tax (DIT) offre agli imprenditori una detrazione fiscale pari al rendimento teorico del capitale di nuova immissione. In soldoni o soldini un piccolo sconto fiscale sull’IRES che è stato quantificato in 825 euro a fronte di un aumento di capitale di 100.000 euro.  Non sfuggirà a nessuno che ci sono modi diversi e meno faticosi per procurarsi un risparmio fiscale di 825 euro e già questo dice che l’ACE sarà un fiasco per le piccole imprese e che i benefici fiscali andranno tutti alle grandi imprese che gli aumenti di capitale possono farli e li avrebbero fatti comunque anche senza ACE.

Una proposta per potenziare l’ACE

Se l’ACE è una bevanda troppo leggera che non potrà rappresentare un vero ricostituente per la crescita sana del nostro sistema industriale, cosa si potrebbe fare?  Io ritengo che l’intera questione della patrimonializzazione delle PMI vada messa in un contesto più ampio e definito. Il contesto della finanza d’impresa va letto su alcuni punti chiave:

1) le PMI sono troppo indebitate perché storicamente, e nel periodo 2000-2008, sono state ingozzate di debito bancario facile dalla scellerata politica commerciale pre-Basilea delle banche. La prova è nel livello di multi-bancarizzazione di tutte le piccole imprese (5 o 6 banche sono il numero normale) e ancora di più nel numero di finanziamenti chirografari a medio-termine che si spiega solo con un eccesso di offerta durante il periodo di vacche grasse delle banche.

2) il beneficio di un deleveraging (riduzione della leva finanziaria) delle imprese si trasmette direttamente alle banche. Immaginando teoricamente un miglioramento del rating di tutte le PMI dovuto all’aumento della patrimonializzazione le banche godrebbero di un notevole risparmio di capitale e miglioramento qualitativo del loro portafoglio impieghi. Probabile che il tutto si rifletta in corsi azionari migliori di quelli attuali.

3) nelle attuali condizioni economiche è più ragionevole immaginare che le PMI possano aumentare il patrimonio non nel 2012 con un colpo secco, ma magari accantonando utili non distribuiti per 3 anni seguendo un preciso piano di riduzione del debito, per nulla diverso da quello che deve fare lo Stato. Aderire a questo PAC (Piano di Accumulo di Capitale) ha una logica per l’imprenditore se ricava benefici superiori ai sacrifici (che sono minori prelievi diretti o attraverso le consuete fatturazioni di servizi fittizi). Per una piccola impresa accantonare 100.000 euro in 3 anni è fattibile ma non lo farà mai in cambio di 825 euro.

Tirando le somme, se le banche sono state la causa dell’indigestione di debito delle PMI, se le banche hanno un forte interesse a vedere le PMI rientrare su livelli di debt/equity ‘normali, di tipo europeo, perché ne traggono un beneficio immediato, allora le banche devono mettere enzimi nel ricostituente e potenziare l’ACE. Come?  Credo che un modo ci sia.  Immaginate che l’ACE funzioni nella modalità del PAC diluita su un piano triennale e proviamo a pensare a un pacchetto di questo tipo:

A. IMPRESA: si impegna ad immettere nel Patrimonio 100.000 euro in 3 anni, consegnando un Piano Economico Finanziario triennale, che consenta margini ragionevoli di flessibilità nell’arco del triennio (un anno storto si può rimediare…), ma presenti obiettivi quantitativi (alcuni ratios patrimoniali ed economici)

B. BANCA: si impegna a fare tre cose. La prima è concedere una linea di credito a supporto degli investimenti pari alla promessa del PAC (quindi 100.000 euro) attivabile durante i 3 anni a fronte di spese documentate. La seconda è di mantenere le linee a breve autoliquidanti (anticipi fatture, anticipi export, sbf) per i 3 anni del PAC, eliminando la revocabilità fintanto che il Piano Economico e Finanziario è rispettato. La stabilità dei fidi è un forte supporto allo sviluppo. La terza è di offrire tassi-spread leggermente migliori alle imprese che si assoggettano al percorso ACE+PAC.  Nessuna di queste tre promesse appare un grande sacrificio per il sistema bancario, ma sarebbe un sogno per l’imprenditore.

C. STATO: il Fisco che è affamato ma che ha bisogno di tassare i profitti può mettere un po’ più di 825 euro. Immaginando che i 100.000 euro siano il frutto di totale emersione di profitti precedentemente occultati l’Agenzia delle Entrate metterebbe le manine su 27.000 euro di IRES che non avrebbe mai visto.  Vogliamo fare un’equa divisione? 2/3 allo Stato e 1/3 all’impresa, significa alzare da 825 euro a 9.000 euro il risparmio fiscale in 3 anni, intascandone 18.000.

Questo ACE-PAC mi sembra un patto decisamente più interessante per tutti, che potrebbe ridare la voglia a molti piccoli imprenditori di impegnarsi su un percorso non semplice avendo contropartite decisamente interessanti.

Consiglio gratuito ai signori Passera, Mussari, Marcegaglia e Malavasi: provate a sedervi a un tavolo rotondo e trovare idee innovative sulla patrimonializzazione. Se questa non vi piace, cercatene una migliore ma vi consiglio di non andare con 825 euro di sconto fiscale davanti agli imprenditori se non volete affrontare la loro caustica ironia.

 

Se siete interessati segnalo altri post sul tema capitale e debito:

Cercasi Capitale per le PMI

Dipendenza da debito

Amnesie del credito: la leva

 

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