
Nel corso di oltre un anno su queste pagine sono stati offerti molti suggerimenti alle piccole e medie imprese sui vari modi per prevenire la crisi finanziaria e per lavorare in modo più collaborativo con le banche, anche facendo leva sulle necessità di bilancio delle banche stesse. L’uso del fondo di garanzia, il ricorso ai confidi, la necessità di una vera pianificazione finanziaria, l’importanza di gestire il business per cassa e non per volumi di fatturato, ecc… Ma ora la situazione si è aggravata ed è ancora più complessa: la prospettiva di un 2012 con i tassi d’interesse schizzati alle stelle e un sistema bancario illiquido e diffidente su tutto e tutti fanno di tutti i nostri suggerimenti un magazzino di attrezzi utili ma non decisivi.
Quindi quali possono essere le ricette valide per questa situazione che non ha precedenti?
Brutalmente la risposta è che le imprese devono fare tutto quanto possibile per ridurre la dipendenza dal debito delle banche, sia per un fatto di mero costo (all’8-9% gli oneri finanziari diventano intollerabili), sia per non trovarsi in difficoltà nel caso in cui una o più banche per propri motivi di bilancio o liquidità dovesse presentarsi a ritirare gli affidamenti. Una linea di politica finanziaria totalmente difensiva per gestire il rischio di un sistema di fornitura (di denaro) instabile, che ha già messo in ginocchio un numero incalcolabile di imprese (anche gli ultimi dati sui fallimenti parlano chiaro).
Messa in questi termini la questione è più tattica che di prospettiva, perché la vera iniziativa che le imprese dovrebbero assumere è quella di immettere capitale e sostituire debito bancario riequilibrando leve finanziarie che le banche non vogliono (e non possono a causa di Basilea2) più accettare. Ovviamente questo è un suggerimento banale e irritante per un imprenditore, ma non è nemmeno possibile girarci intorno. Va fatto, in uno o dieci anni ma le nostre PMI devono imparare da questa crisi finanziaria la lezione che la festa del debito è finita. Più capitale e meno leva finanziaria, significa rating migliori, costi inferiori, oneri finanziari a livello accettabile. Formula banale.
C’è capitale per le imprese?
Il problema è che il capitale non c’è o è assolutamente insufficiente rispetto alla necessità di ristrutturare il sistema delle PMI. Prendo spunto da un recente forum di discussione di Linkedin, la più grande community business anche in Italia, nel quale ho immesso un articolo su questo argomento “Dipendenza da debito” con un titolo accompagnatorio chiaro “Ridurre la leva finanziaria è inevitabile”. La discussione che ne è scaturita è emblematica: mentre nessuno mette in discussione l’obiettivo (ridurre la leva) molti sostengono che le imprese non sono in condizione per farlo proprio ora perché non hanno capitale e non producono autofinanziamento. La discussione ha toccato tutti i punti del circolo vizioso: la mancata aggregazione, gli errori delle banche, l’esportazione di capitali all’estero, l’incapacità degli imprenditori di fare business plan e piani finanziari ma in ultima analisi la lingua batte dove il dente duole: i capitali non ci sono. Una recente ricerca sulle PMI di Intesa ha evidenziato che circa il 30% delle imprese chiude bilanci in perdita. In questi casi le banche suggeriscono alla famiglia di vendersi la villa al mare o i gioielli e francamente per quanto sia sgradevole non vedo molte altre soluzioni, tranne forse quella di chiudere imprese strutturalmente incapaci di generare profitti e…investire questa volta sì in BTP che almeno rendono qualcosa. Ma che fare nel rimanente 70% dei casi di imprese che i profitti li fanno ancora, magari non esagerati ma li fanno? Penso che questa sia una domanda importante a cui dovrà rispondere il Primo Ministro Monti con il suo ministro Passera, ancora prima che lo faccia Imprese+Finanza a cui le idee non sono mai mancate.
Il problema esiste, il problema è serio, proposte serie non ne ho ancora sentite neppure nei tanti convegni territoriali di Confindustria. Ricapitalizzare le imprese rimane sostanzialmente il titolo di un tema senza svolgimento. Per questo mi piacerebbe che anche qui si aprisse un forum in cui discutere le idee di chi legge e che vive la realtà imprenditoriale da dentro o da molto vicino. Non parlatemi di private equity però, perché con tutto il rispetto che posso nutrire per questa ottima soluzione, spero sia chiaro a tutti che non è la via per ricapitalizzare centinaia di migliaia di piccole imprese troppo indebitate, ma solo qualche decina di esse.








30 novembre 2011 at 00:44
credo che mettere più capitale nelle nostre imprese non sarà sufficiente ad evitare la stretta del credito che si sta già verificando e gli aumenti dei costi applicati dalle banche. Certamente se ci fosse un regime di tassazione diverso sugli utili destinati a rafforzare il patrimonio penso che sarebbe una soluzione più gradita.
Oggi c’è il rischio di fare aumenti di capitale e di vedere scomparire i soldi per rimborsare banche che chiedono indietro i fidi. Non crede che finirà così?
Flavio
30 novembre 2011 at 08:32
si potrebbe cercare una soluzione per risolvere alcuni problemi simultaneamente:
1)sottocapitalizzazione PMI
2)mancanza di managerialità e riottosità ai contributi capitale/manageriali esterni
3)molte PMI in fase di successione,o in prossimità
4)fare cassa(suona male,ma il paese sappiamo in che condizioni è..)
5)in caso di successioni,possibili esagerate divisioni tra il merito e la ricchezza(che da anche potere,inutile negarlo)
a mio avviso,bisogna creare un sistema normativo di successione in cui le quote di aziende che producono (quindi non immobiliari e finanziarie o grandi impianti fotovoltaici/ener.rinnovabili finanziati con non-recourse debt su newco)siano molto avvantaggiate rispetto al lascito di immobili o lasciti di rendite;in questo modo chi riceve l’eredità,deve essere molto più attento e rigoroso poichè quello che ha è quasi tutto in azienda.se vuole “togliere” molto patrimonio attraverso stipendi dirigenziali,è tassato,quindi lo stato incassa. Basterebbe una asticella che comprende prima casa,o poco più,detassata,e il resto inserire grandi differenze tra lasciti “aziendali” e non. PS.complimenti x il blog che leggo con assiduità
30 novembre 2011 at 16:37
da leggere questo lungo articolo del Giornale, anche per capire lo stato confusionale sul problema delle PMI.
C’è di tutto…trasparenza, velocità, garanzie dei Confidi, la BEI, frasi tipo “le aziende devono cominciare a parlare lo stesso linguaggio del mondo bancario «e le banche devono valutare le imprese su elementi di qualità” che arrivano dall’ABI e abbiamo già sentito troppe volte, i 180giorni del past-due e persino le cattive agenzie di rating. Ma di vere proposte nuove non sembra ce ne siano
http://www.ilgiornale.it/economia/cambia_rapporto_banche_e_imprese/30-11-2011/articolo-id=559787-page=0-comments=1
1 dicembre 2011 at 11:16
Un’altra conferma che l’assenza di capitale delle PMI è un problema strutturale da affrontare arriva dalle dichiarazioni del presidente di Confindustria Padova, Pavin che dice:
Ma per il presidente di Confindustria Padova la malattia c’è ed ha origini complesse. La stretta del credito si intreccia «con l’eterna debolezza delle nostre imprese, che non abbiamo capitalizzato a sufficienza in questi anni; con lo scandalo, tutto italiano, dei pagamenti a 120 giorni che aumentano il fabbisogno finanziario; degli oligopoli sulle materie prime, che nonostante i corsi delle ultime settimane mantengono una tendenza di fondo al rialzo»
http://corrieredelveneto.corriere.it/vicenza/notizie/economia/2011/1-dicembre-2011/banche-italiane-paralisi-credito-bloccato-imprese-guai-1902374458912.shtml#.TtdfNMdfWlE.twitter
Sempre diagnosi, senza terapia
1 dicembre 2011 at 11:17
Scusate,
Suonerà a presa per i fondelli ma vi assicuro che sono serio.
Una pratica molto diffusa tra i lavoratori sudamericani in Italia è una sorta di riffa: un gruppo mette insieme diciamo 5 euro a testa a settimana e a fine settimana si assegnano per estrazione ad uno del gruppo, che viene poi escluso da nuove assegnazioni fino alla fine del giro. Capisco che il paragone possa far sorridere, ma il meccanismo è chiaro. PMI di una stessa area, dello stesso comparto o filiera produttiva potrebbero mettere in piedi un meccanismo di raccolta e redistribuzione di liquidità simile?
1 dicembre 2011 at 11:31
caro Luigi, suggerimento interessante che però applicato alle nostre piccole imprese si traduce in qualcosa del tipo ‘chi ha liquidità, la metta a disposizione di chi non ce l’ha’. Credo ci siano grandi vincoli normativi, che possono essere superati solo utilizzando chi per statuto può intermediare denaro (le banche) e questo ci riporta all’idea del city-bond che è stata illustrata nel blog e che sta prendendo piede.
Tuttavia stiamo sempre parlando di debito da restituire e non di capitale permanente, credo
1 dicembre 2011 at 11:56
Si potrebbeconfigurare una “reciproca capitalizzazione” In fondo il problema non è solo la scarsa capitalizzazione ma il fatto che le PMI non fanno sistema: scambi di partecipazioni sarebbero utili per magiore integrazione, no?
1 dicembre 2011 at 17:37
@Luigi
ti stai addentrando sul tema dell’aggregazione tra piccole imprese e delle Reti di Imprese. Nel primo caso è successo poco o nulla, altrimenti non si alzerebbero voci di rimpianto per la dimensione micro della nostra impresa. Nel secondo siamo di fronte ad un surrogato dell’aggregazione fatto proprio per non impegnarsi in vere fusioni nel quale si vedono buone cose (200 reti, 1000 imprese per ora) ma pochissimo capitale nuovo.
Per questo motivo boccio la pista in quanto troppo lenta e troppo poco efficace.
La sfida è aumentare il capitale di decine di migliaia di imprese e quindi le proposte devono essere alla portata di molti.
@Raffaele
discorso interessante quello della successione e del passaggio generazionale, ma non mi è chiarissimo come e perché possa portare nuovi capitali dalla famiglia all’impresa. Se capisco bene proponi di detassare la successione sulle quote di srl e spa, ma in cambio di cosa? Un versamento degli eredi in conto capitale dell’azienda?
2 dicembre 2011 at 08:37
tassando di più il resto dei beni in successione che producono rendita,come gli immobili,le società immobiliari,le holding,i valori mobiliari del classico deposito titoli in banca. durante la vita dell’impresa,sarebbe molto più conveniente lasciare i capitali in azienda.il fatto che adesso siamo in un momento in cui le successioni sono tante,aumenta il risultato immediato di un potenziale cambio di normativa. è il momento giusto..