
Ha acceso le polveri ancora una volta il prof. Zingales, rottamatore dei difetti italiani, con un articolo sul Sole24Ore concepito come navigatore per il nuovo governo Monti dal titolo inquietante “Per Monti un mandato da curatore fallimentare” nel quale si è riferito alle fondazioni bancarie in modo crudo:
Per liberare l’economia dalla corruzione della politica, Monti dovrebbe privatizzare le municipalizzate, le grandi imprese statali, ed espropriare le fondazioni bancarie, la moderna manomorta ecclesiastica che infetta di politica il mercato del credito e sperpera i nostri soldi. Con queste operazioni dovrebbe essere in grado di riportare il rapporto debito su Pil intorno al 100%, una cifra più gestibile.
La risposta a difesa delle fondazioni non si è fatta attendere, affidata a Riccardo Bonacina, direttore editoriale di Vita non profit magazine, che ha rimarcato il ruolo sussidiario delle fondazioni nella vita civile:
Qualcuno dovrà pur chiedersi come mai l’Italia sia stato l’unico Paese della zona euro a non aver speso un euro per salvare banche in default, 4600 miliardi di euro dagli Stati alle banche in Europa, magari si scoprirà così l’importanza di avere degli azionisti di minoranza ma significativi come le Fondazioni, investitori di lungo termine e interessati non già al rendimento a breve ma alle condizioni di crescita dei soggetti investiti e dell’economia reale nel complesso, in coerenza con la loro finalità di accrescimento del patrimonio e del bene comune.
A tal proposito, infine, come non considerare con serietà e stima il mantenimento, in anni complicati, di una capacità erogativa trasparente, ben orientata e spesso innovativa (cito solo i progetti di social housing e quanto sta facendo la Fondazione con il Sud promossa proprio dal sistema delle fondazioni in partnership con il Terzo settore) che ammonta a 1,366 miliardi anche nel 2010. Soldi erogati o investiti a sostegno della Ricerca scientifica, del volontariato, del recupero ambientale ed artistico e della scuola e formazione. Fondi senza i quali il nostro tessuto sociale e l’attività dei soggetti che lo animano e che non si rassegnano alla sua desertificazione, sarebbe stata molto, molto, più difficile.

Un confronto che riprende i due lati della medaglia che vi avevo prospettato nell’articolo del 13 settembre “Povere fondazioni bancarie“. Credo sia difficilissimo prendere una posizione a favore o contro le fondazioni perché accusa e difesa hanno ottimi argomenti. Una cosa però è sicura che le fondazioni bancarie sono arrivate a un punto critico nel mezzo della crisi finanziaria-bancaria. Il loro patrimonio è stato pesantemente eroso: Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera ha calcolato che a valori di mercato le prime 12 fondazioni bancarie hanno subito una perdita in conto capitale di 10 miliardi di euro sulle loro partecipazioni bancarie (che non hanno ancora svalutato). Se si considera che l’intero patrimonio delle 88 fondazioni (di cui 18 non detengono più partecipazioni in banche) è di 50 miliardi, la cifra distrutta dalle banche nel patrimonio delle fondazioni è enorme.
Dissanguate dalla perdita in conto capitale le fondazioni devono affrontare una prova durissima per la nuova ricapitalizzazione delle banche, in particolare Unicredit (che deve fare il primo pit stop per ben 7,5 miliardi) e MPS che difficilmente riuscirà a evitare un secondo rifornimento di capitale, ma sicuramente per numerose altre piccole realtà che usciranno a poco a poco. In tutto questo la richiesta di erogazioni dal territorio è salita, come testimoniata dalla crescita delle erogazioni a scopo sociale negli ultimi 2 anni (+24%) proprio quando sono venuti a mancare e mancheranno i dividendi dalle banche partecipate. Semmai stride in questo contesto la crescita del personale che fa capo alle fondazioni del 7% segnalata nell’intervento di Marcello Clarich (Professore ordinario di diritto amministarivo, Facoltà di Giurisprudenza – L.U.I.S.S. “Guido Carli” di Roma) durante il Policy Breakfast di IBL del 24.11.
Forse non riusciranno ad assolvere il proprio ruolo sociale con la stessa intensità degli anni passati ma soprattutto faranno fatica a mantenere le quote di possesso nelle banche che le hanno originate, ponendo enormi interrogativi sulla nuova ondata di riassetto del nostro sistema bancario, questa volta basata più sulla povertà patrimoniale e sulla paura di attacchi dall’estero e non sull’aumento della scala dimensionale a colpi di banche (Antonveneta) e pacchi di filiali pagate a cifre spropositate, comprese le parcelle dei soliti consulenti.








27 novembre 2011 at 10:15
Sempre sulla crisi delle fondazioni bancarie, allineato alle mie valutazioni l’articolo di Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera il 26.11
http://archiviostorico.corriere.it/2011/settembre/26/crisi_fondazioni_bancarie_co_9_110926101.shtml