Postato:

4 novembre 2011

Il costo della credibilità

Se saremo messi sotto tutela da ispettori del Fondo Monetario Internazionale o no lo sapremo presto e forse sarà un bene, visto e considerato che stiamo diventando come paese un soggetto a rischio senza una guida politica forte.

Nel frattempo l’unica certezza è che la precaria situazione dei nostri conti e del nostro debito pubblico hanno fatto schizzare verso l’alto i costi della finanza per le imprese. Notizie di stampa, ma soprattutto le prove su strada di fronte ai direttori di banca ci dicono che gli spread applicati dalle banche sui finanziamenti a medio lungo termine sono saliti da un livello che ancora a metà 2010 stava tra l’1.50% e il 2,00% a livelli odierni del 5-6%.  Di questo Mussari e l’ABI non parlano tanto volentieri quando vanno in televisione, ma per le reti bancarie si tratta solo di applicare istruzioni sui prezzi di listino che vengono aggiornate mensilmente.

Ma qual’è il prezzo che il nostro sistema imprese sta per pagare a causa del crollo della credibilità politica e istituzionale. Possiamo tentare alcuni conti e stime, basandoci semplicemente sull’impatto dell’aumento dello spread sui finanziamenti a medio-lungo termine che secondo il più recente bollettino statistico della Banca d’Italia erano pari a 371,1 miliardi di euro al 30 giugno 2011 per quanto riguarda le società non finanziarie, a cui dovremmo aggiungere altri 20 miliardi di leasing.  I conti sono presto fatti, se utilizziamo uno spread medio di 150 bp nel 2010, di 300 bp nel 2011 e di 550 bp nel 2012 la bolletta di oneri finanziari per le imprese passa rispettivamente da 11,7 a 17,6 a 27,4 miliardi ogni anno.  Quindi il costo teorico della credibilità del paese sui conti delle imprese è di ben 15 miliardi di euro (a parità di costo del parametro euribor a 1,5%).

fonte: elaborazione LINKER su dati Banca d'Italia

Proviamo una stima più realistica dei costi che saranno effettivamente pagati dalle imprese, ipotizzando che solo un quinto dei finanziamenti e leasing in essere venga a scadenza nel periodo giugno 2011-giugno 2012 e che questa sia la finanza che le imprese devono sostituire a prezzi di mercato modificati.  Il costo aggiuntivo applicato su un valore che si ridurrebbe a circa 78 miliardi di euro sarebbe di circa 3,2 miliardi di euro all’anno. Ciò non toglie che se lo spread BTP-Bund e i costi di rifinanziamento delle banche non ritornassero ai livelli pre-crisi di fiducia ogni anno un’altra fetta dello stock dovrebbe essere rinnovata a costi crescenti aggiungendosi alla bolletta delle imprese.

Confindustria continua a lanciare ultimatum invano, ma avrebbe potuto fare quattro conti dietro la busta per spiegare perché. I problema è che questi conti farebbero arrossire Mussari e i suoi banchieri.

Ti potrebbe interessare anche :


Leave a Reply