
La lettura del paper di Banca d’Italia fresco di pubblicazione “I confidi e il credito alle piccole imprese durante la crisi” mi offre nuovi spunti per comprendere il ruolo e la situazione dei Confidi all’interno di questo travagliato processo del credito. Gli spunti del paper scritto da molti ricercatori e coordinato da Paolo Emilio Mistrulli e Valerio Vacca, sono molti, cercherò di estrarne alcuni che trovo più significativi.
Il valore aggiunto dei Confidi
Parto da questo primo punto perché è l’aspetto centrale. Sotto un profilo quantitativo i Confidi hanno fatto la loro parte garantendo finanza per oltre 19 miliardi di euro alle piccole imprese (con meno di 20 addetti) pari al 13,3% del credito bancario erogato a questa categoria. E’ una percentuale importante.
Il valore dei Confidi nel processo d’intermediazione è quello storico di maggiore conoscenza del rischio-impresa, come il paper assume:
“le garanzie possono essere utilizzate per “estrarre” informazioni dalle imprese, migliorare la capacità di screening delle banche e quindi mitigare i fenomeni di adverse selection”. Più precisamente “le aziende associate sono parte di un network molto interconnesso (i soci spesso sono residenti in una ristretta area geografica, sono membri di una specifica associazione di categoria, ecc.) che alimenta meccanismi di peer monitoring frequentemente rilevati nell’ambito degli schemi di micro-credito. I fenomeni di moral hazard possono essere mitigati anche dall’attività di monitoring nei confronti delle imprese garantite esercitata dagli addetti del consorzio fidi. Questi ultimi, avvalendosi di più strette relazioni con il territorio, avrebbero accesso a informazioni non disponibili per le banche.”
Purtroppo temo che con la crisi e con la diversificazione geografica dei Confidi più grandi questo valore sia evaporato, perché nel periodo in osservazione le garanzie erogate dai Confidi alle piccole imprese sono cresciute del 2,1% (contro un calo equivalente del credito non garantito dell‘1,4%) ma le sofferenze sui finanziamenti garantiti da Confidi sono cresciute a velocità doppia rispetto alle sofferenze non garantite: +2,6% contro +1,3%. Il dato puro e semplice indica che i Confidi non hanno avuto nel periodo cruciale del 2008-2009 una vera capacità di screening e di monitoring, immaginando che l’ingresso in sofferenza sancisca problematiche anche più vecchie. E di converso l’intero sistema dei Confidi appare vittima ingenua e scarico delle banche (soprattutto quelle più grandi) che hanno lasciato ai Confidi l’osso e non la polpa.
il rapporto tra Confidi e banche
Riparto dall’ultima osservazione per addentrarmi nel rapporto vero tra Confidi e sistema bancario, registrando dalle statistiche di Banca d’Italia che sono le banche maggiori a fare ricorso alle garanzie dei confidi (vedi grafico). Il maggiore ricorso delle grandi banche alle garanzie sussidiarie dei confidi -nonostante un notevole scetticismo interno alle direzioni crediti sull’effettivo valore della garanzia e dei patrimoni sottostanti- potrebbe fare pensare che sia il valore dello screening più accurato (come sopra ipotizzato) a indurre le banche nell’utilizzo dei confidi. Invece è possibile che in molti casi si tratti di pura e semplice politica di riduzione del rischio, soprattutto in presenza della garanzia statale offerta dal Fondo di Garanzia previsto dalla L.662/96. Le banche più grandi hanno sfruttato questo meccanismo di scarico parziale di responsabilità di più e meglio delle banche minori, con una sola eccezione: il NordEst dove le BCC sembrano avere sfruttato il ruolo dei confidi al doppio rispetto alle altre regioni.

Le aggregazioni
Secondo il paper a fine 2009 operavano ancora ben 742 confidi, di cui però solo 598 presenti nei dati della Centrale Rischi e quindi veramente operativi. Di questi ben 268 nel Sud pari al 45%. Tuttavia se si guarda alle garanzie rilasciate i 268 Confidi del Sud hanno rilasciato un totale di garanzie pari al 15% del totale. Ciò significa che ancora una volta i particolarismi al Sud hanno impedito ciò che sta già succedendo al Nord nell’aggregazione di confidi piccoli e poco patrimonializzati. Il Sud a volte ha ragione di lamentarsi, a volte è causa dei propri mali, questo vale certamente per la questione confidi.

fonte: elaborazione Linker su dati banca d'Italia
Osservazioni
Mi sembra che il paper di Banca d’Italia, nonostante si fermi nella rilevazione al 2009 e non tenga presente un 2010 e 2011 tutt’altro che migliorativi sul fronte del credito e delle sofferenze, stia a confermare le mie valutazioni sul problema confidi:
1. il sistema dei confidi ha avuto, sta avendo e continuerà ad avere un ruolo importante nel rendere più fluido il meccanismo di erogazione del credito alle piccole imprese, perciò va capito e aiutato dal governo, dal sistema camerale, dalle banche e da chiunque consideri questo meccanismo un fatto vitale
2. al crescere delle dimensioni fuori dai confini provinciali salgono le debolezze strutturali di un sistema che è fragile sotto il profilo patrimoniale e sembra anche meno efficace nella capacità di valutazione del rischio di credito. Le due cose insieme rischiano di fare franare il sistema perché i patrimoni sono costantemente erosi dal pagamento delle garanzie.
3. va rivisto il meccanismo di aggregazione che, se da un lato è necessario per eliminare una dannosa frammentazione, in particolare al Sud, dall’altro non può avvenire senza un potenziamento di mezzi e competenze, il che significa senza un vero programma di investimenti
Nonostante tutto non si sente molto parlare di confidi e di tavoli di sviluppo e riforma dei confidi all’interno dei tanti tavoli in corso per rilanciare la crescita del paese. Credo che anche questo sia un errore e che una roadmap, o all’italiana un’agenda per i confidi vada presto scritta.






