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9 ottobre 2011

Lasciate le Reti alle imprese

Ora che le Reti di Imprese hanno conquistato le luci della ribalta, l’eccesso di popolarità porta con se il rischio di confondere idee e contenuti come accade ad un giovane attore che trova improvvisamente il successo. Ho parlato delle Reti di Imprese in tempi non sospetti, la prima volta in marzo, proprio per dare luce a una tendenza che stava prendendo vigore tra gli imprenditori. A distanza di qualche mese confermo che nel panorama di immobilismo del nostro sistema economico (e mi riferisco ovviamente non solo alle imprese ma soprattutto a governo e banche), il quale ha persino collezionato perle di sciocchezza come la distruzione dell’ICE senza immediato rimpiazzo, le Reti di Imprese e l’impianto normativo che le incoraggia (una legislazione in evoluzione, numerosi contributi regionali) sono una novità degna di nota. Una novità ancora più importante perché risponde ad una delle debolezze strutturali dell’economia italiana: il micro-capitalismo familiare e la resistenza alla crescita dimensionale.

Detto che non ho cambiato parere sull’utilità delle Reti nella prospettiva di rilancio della crescita economica, con la consueta sincerità dico che più osservo e leggo quanto accade attorno alle Reti di Imprese più mi convinco del rischio di un assalto disordinato alla diligenza, in cui in troppi vogliono salire su un carro che è ancora fragile e certamente non ha bisogno di imbarcare soggetti poco utili. Troppi attori si stanno affannando per avere una parte nella recita e si corre il rischio di dimenticare la vera finalità per cui sono state pensate e incentivate le Reti che rimane -anche nella formulazione del Contratto di Rete- l’aggregazione in una precisa forma contrattuale tra imprenditori con finalità di crescita della capacità innovativa e della competitività.

Assalto alla diligenza

Di cosa mi sto preoccupando?  Prima di tutto vedo annunci e proposte di Reti con finalità vaghe e sospetto che siano da un lato un vezzo e dall’altro il pretesto per incollare micro-imprese deboli (molto spesso di servizi, va detto) senza obiettivi di vera competitività. Al grido di ‘l’unione fa la forza‘ queste Reti partono, ma se messe a confronto con le Reti che sono già in marcia, anche prima della nascita del Contratto di Rete, danno l’impressione di pessime copie nate solo per arraffare qualche contributo pubblico.

Le imprese vere che stanno provando a fare reti vere sono consapevoli dei molti modi in cui le Reti possono restare pura teoria, avendo già affrontato e superato parecchi ostacoli nei loro rapporti e nell’evoluzione della Rete. Non credo abbiano piacere a essere mescolate con tentativi maldestri di imitazione.  Innovazione e competitività hanno un significato preciso nel mondo di oggi e si applicano a filiere industriali, a chi cerca sbocchi all’estero. Molte delle 127 Reti già nate hanno un profilo industriale e vocazione di vera aggregazione, molte altre annunciate sono aggregazioni con pochissimo valore prospettico.

In secondo luogo è palese il richiamo irresistibile delle Reti per migliaia di consulenti che annaspano in un mercato sempre più difficile. Le Reti sono una nuova terra promessa per tentare di ricavarsi ruoli di primo piano vantando competenze che spaziano dal marketing, alle tecniche di lean-organization, sino all’uso del web come leva di successo. Nelle piazze in cui si discute di Reti è molto facile sentire paroloni in inglese (fanno più colpo) e assistere a comizi di chi pontifica da piedistalli poco chiari. Se devo scegliere una parola per questo assalto è ‘casino’, un casino in cui è quasi impossibile distinguere chi ha da dare idee ed esperienze, da chi vuole solo prendere spazio e commissioni. Perciò se fossi un piccolo imprenditore mi farei largo in questa folla di gatti & volpi e andrei diritto a parlare con chi le Reti sta già provando a farle, per capire cosa sia importante e cosa lo sia meno.

E questo mi porta all’ultimo punto: le banche. Anche le banche si stanno affannando a salire sul carro delle Reti. Si muovono addirittura gli Amministratori Delegati per gli immancabili annunci di accordi e protocolli con Confindustria (l’ultimo arrivato è quello di BNL). Ora che si sono mosse Unicredit, Intesa-Mediocredito Italiano e BNL assisteremo alla coda delle altre banche che vorranno firmare nuovi accordi. Ma si tratta di una corsa ancora troppo pubblicitaria, i veri investimenti in persone e modelli sono esigui rispetto ai mezzi che le banche potrebbero schierare. Unicredit e Intesa hanno fatto qualcosa di strutturato e sembrano avere intenzioni serie, Barclays partita per prima è già uscita dal mercato italiano delle PMI. Intanto i problemi delle banche sono ben altri con le PMI: la scarsa liquidità, la rigida concessione del credito, le insolvenze sono un grattacapo ben più serio delle Reti, ma la macchina promozionale del sistema bancario ha sempre cercato di nascondere la realtà dei problemi firmando convenzioni con le associazioni.

Sul fronte bancario-finanziario per le Reti ci sono per ora solo due realtà da tenere presente: primo la finanza ordinaria è l’ultimo dei problemi di una Rete. Prima vanno registrati i legami commerciali e industriali, le modalità di interazione tra le società e le piattaforme per lo scambio di dati. Gli investimenti iniziali delle Reti sono tutto sommato modesti e la finanza un problema secondario. Banca e finanza servono quando la Rete si è strutturata bene, i rapporti tra le aziende sono di totale fiducia e si possono condividere investimenti.

Il secondo aspetto è che per la conformazione giuridica della Rete le banche possono solo finanziare le singole imprese appartenenti alla Rete e non la Rete stessa, priva di una vera autonomia patrimoniale. Per questo motivo il massimo che le banche possono fare oggi è di valutare il progetto di Rete e applicare una ridotta valutazione del rischio (rating) di questa o quella impresa facenti parte della Rete. Meglio che niente, convengo, ma senza confondere un lieve miglioramento con ‘sconti’ o ‘agevolazioni’ creando illusioni tra le imprese. Si dica a tutti e subito che una Rete composta da imprese con rischio elevato, e come tale non finanziabili individualmente, difficilmente potrà ottenere finanziamenti. Nè si creda che la passione per le nuove Reti possa fare dimenticare alle banche gli attuali problemi di liquidità e di costo dei finanziamenti o dimenticare le regole prudenti di concessione del credito.

E’ vero che le banche hanno tutto l’interesse verso la crescita dimensionale delle imprese perché finanziare le piccole e micro imprese è difficile e rischioso. Ma è pure vero che le banche copiano le mosse di Confindustria alla lettera e dopo avere imparato ad accoppiare nei vecchi finanziamenti e mutui parole come ‘innovazione’ e ‘internazionalizzazione’, ora hanno imparato che anche le Reti di Imprese sono importanti. Non per questo potranno o faranno sconti nella gestione del credito. Perciò credo che ci si debba accontentare del fatto che per stare dietro alle Reti il sistema bancario dovrà necessariamente passare tempo a studiare piani e progetti anche di piccole imprese, un’attività in cui non hanno mai brillato in passato.

Lasciate lavorare seriamente chi sta facendo Reti vere, chi sta faticosamente integrando catene del valore a monte e a valle. Non danneggiate uno dei pochi buoni progetti per la crescita montando reti finte o vantando competenze finte. Ricordate sempre che ‘il tempo delle parole vuote è finito’.

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  1. ecco un primo commento indiretto che arriva da chi sta già facendo una Rete. Sembra essere d’accordo con le mie osservazioni e anzi superarmi con la freccia lampeggiante…
    http://womaninbusiness.splinder.com/post/25647552/concreti

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