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28 settembre 2011

Derivati e pentimenti

Non so cosa abbia spinto Pietro Modiano a rilasciare interviste in serie ai giornali e ritornare su una delle più brutte pagine degli ultimi anni in materia di rapporto tra banche e imprese: i derivati venduti alle piccole imprese e le perdite che queste ultime hanno subito. E’ un argomento che ha perso quota anche su certa stampa e io non tratto volentieri perché comunque è preferibile guardare avanti e proporre innovazione rispetto a censurare, ma le dichiarazioni dell’ex-amministratore delegato di UBM e Unicredit Corporate Bank sorprendono e arrivano in un altro momento critico dei rapporti tra sistema bancario e sistema delle imprese.

Gli errori

Modiano ammette a distanza di parecchi anni che qualcosa non è andato per il verso giusto e racconta a il Sussidiario.net:

Noi abbiamo fatto principalmente due errori. Il primo è stato quello di sottovalutare l’effetto contabile di una riduzione dei tassi di interesse (parlo del 2001-2003) sui bilanci delle imprese che hanno usato derivati di copertura, cioè che hanno scelto di proteggersi da aumenti di tasso che non si sono verificati. Il grosso delle perdite è avvenuto su questi derivati, e solo in pochi casi su derivati speculativi, che peraltro erano estranei alle strategie di allora. Ma nei derivati di copertura c’è una trappola contabile.  Quello della copertura dei rischi di tasso con derivati è un’operazione concettualmente semplice, come passare da un mutuo a tasso variabile a un mutuo a tasso fisso, e fatta con i derivati è anche più semplice, perché ci si può proteggere dal rischio di aumento dei tassi senza cambiare il contratto di mutuo sottostante. Ma c’è appunto un problema: un individuo che è passato dal mutuo variabile al mutuo a tasso fisso, se i tassi scendono si dispiace, ma pensa che possano risalire, e sta comunque tranquillo. L’impresa no: la regola contabile prevede che segni come perdite, contabilmente perdite a tutti gli effetti anche se solo potenziali, la somma delle differenze fra il tasso fisso, più alto, e il variabile, diventato più basso, per l’intera vita del mutuo. È quello che è successo nel 2003, quando assunsi la responsabilità non solo della produzione, ma anche della distribuzione. Con tassi in discesa, derivati di copertura stipulati uno o due anni prima segnarono perdite anche sensibili, in funzione della durata e dell’entità della riduzione dei tassi, e da qui la  necessità di ristrutturazione dei contratti per evitare al cliente il pagamento alla scadenza, quindi nuovi derivati e in alcuni casi maggiori perdite. Gli errori si concentrarono nei primi mesi del 2003. Devo dire che allora in molti rimasero sorpresi, anche perché non c’era nessuna esperienza di gestione di situazioni di questo genere, né una normativa adeguata. Ci volle qualche mese per impostare strategie appropriate, far crescere la rete di distribuzione, predisporre nuovi strumenti, e intanto si era generata sfiducia. Questo è stato il primo errore, concentrato sui derivati di copertura dei tassi.

Sembra un’esauriente spiegazione tecnica, e un modo elegante per trovare una via d’uscita, ma è solo una mezza verità che ne nasconde altre, note a chi si occupa degli strascichi legali. Ad esempio che le imprese erano ignare delle perdite potenziali (nel 2002 non era obbligatorio avvisare il cliente) e non furono le imprese a chiedere di ristrutturare i derivati che avevano acquistato. Le imprese si accorgevano trimestre dopo trimestre dei differenziali negativi da corrispondere alla banca. Tutti i casi discussi pubblicamente nelle corti dimostrano che la sostituzione con nuove operazioni venne proposta dalla banca per sanare una perdita potenziale (mark-to-market) come afferma Modiano, rimandando il pagamento della perdita al futuro senza rivelarla totalmente al cliente. Peraltro la perdita teorica di norma non era conosciuta neppure dalla banca che ‘distribuiva’ derivati, in quanto priva di propri sistemi di pricing e controllo. La perdita annegata nel nuovo derivato avrebbe dovuto essere recuperata nel tempo. In molti casi la perdita si moltiplicò.

Non c’erano ‘trappole contabili’ semplicemente perché le imprese non quotate non erano allora obbligate a riportare in bilancio le perdite potenziali. E non ci fu alcuna sorpresa, già nel 2002 Credito Italiano* era consapevole dell’entità media delle perdite potenziali dei clienti, in dimensione tale che avrebbe dovuto destare preoccupazioni se si conosce il funzionamento dei derivati.  Inoltre nel 2002 e 2003 erano già arrivate numerose istanze legali e alcune associazioni di imprenditori erano sul piede di guerra. Ma si proseguì -come rilevato dalle ispezioni delle autorità di vigilanza- con altre ristrutturazioni sugli stessi clienti. Alcune imprese hanno pagato molto caro questa storia, alcuni casi sono finiti in procura, altri nelle mani di giudici fallimentari.

Modiano prosegue il racconto:

Il secondo [errore], più generale, è aver sottovalutato i rischi legati a prodotti finanziari che generano commissioni non distribuite sulla vita dei titoli, ma concentrate tutte all’atto del collocamento. Parlo dei derivati, ma anche delle obbligazioni strutturate: qui il rischio, soprattutto se le reti di distribuzione non sono abbastanza specializzate, è quello di un eccesso di offerta di questi strumenti, cui ha posto rimedio solo la normativa cosiddetta Mifid, qualche anno dopo.

E’ assolutamente vero anche se già nel 2002 il problema dell’attribuzione dei ricavi su base pluriennale era stato sollevato. Percepire commissioni elevate subito (upfront) all’atto della firma del contratto non solo contravveniva il principio logico (obbligatorio in USA) di spalmare il profitto nella vita del contratto stesso, ma soprattutto innescava una pericolosa tendenza nella rete bancaria a vendere ogni anno ancora più operazioni, per non mostrare flessioni nella redditività. Se i margini fossero stati distribuiti su 5 o più anni questo non sarebbe avvenuto. Le direzioni del personale non riuscirono mai a valutare causa-effetto e rimasero a guardare. Produzione e distribuzione erano legate da un abbraccio molto stretto e da un rapporto di esclusiva.  Sottovalutare è quando non prendi in considerazione un rischio, nel caso in questione furono chiusi entrambi gli occhi.

Su alcune cose Modiano ha ragione e tra queste l’impreparazione della rete e il fatto che tra le imprese che si sono dichiarate vittime di un raggiro, ce ne sono alcune che sapevano benissimo cosa stavano facendo e hanno voluto approfittare del ‘caso’. Non si tratta però di piccole imprese come è facile immaginare.
Mi fermo qui per ora. Mostrare rimorso dopo 8-9 anni è di per sé curioso ma raccontare mezze verità è un modo poco glorioso per raccogliere onore. E’ meglio lasciare che questa storia venga dimenticata perché non ha nulla di glorioso.

*L’autore è stato responsabile corporate di Unicredito Italiano dal 1999 al 2002 e membro del consiglio di amministrazione di Credito Italiano sino al giugno 2002, data di incorporazione in Unicredit SpA. Dal gennaio 2003 al luglio dello stesso anno è stato vice direttore generale di Unicredit Banca d’Impresa.  In tutto il periodo citato ha formulato proposte per evitare o limitare quanto accaduto, senza molto successo. 


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Pubblicato in: derivati

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