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20 settembre 2011

PMI ventre molle della crisi

Confrontando i dati più recenti sulla crisi d’impresa (l’Osservatorio Trimestrale sulla crisi d’impresa pubblicato da CERVED) con i dati sulla crescita delle sofferenze e del credito deteriorato delle banche (vedi il post ‘Il fiato corto delle banche‘ pubblicato il 4/9) credo si possa trovare una nuova conferma alla tesi che sostengo da qualche anno: sono le PMI il ventre molle del sistema industriale italiano in questa crisi i cui gli aspetti finanziari sono fuori controllo.

Nel comparto PMI, che esclude sia le micro-imprese che le imprese con fatturato sopra i 50 milioni, il segmento che mostra maggiore difficoltà è quello delle imprese di media dimensione, con fatturato compreso tra 10 e 50 milioni. Naturalmente in proporzione al suo peso numerico.

Fonte: CERVED, Osservatorio sulla crisi d'impresa

Vediamo come e cerchiamo di capire perché. Cominciamo col dire che l’Osservatorio CERVED mostra una recrudescenza di fallimenti e procedure concorsuali nel 2° trimestre 2011, contro le aspettative di tutti, ma in particolare del sistema bancario, di un rallentamento. Le procedure fallimentari aperte nel 2° trimestre sono 3.400 (+13,4% rispetto allo stesso periodo del 2010)e le domande di concordato preventivo 262 (+0,8%). (vedi grafico)

Fonte: CERVED, Osservatorio trimestrale sulla crisi d'impresa

Tuttavia all’interno dei comparti dimensionali delle imprese sembra soffrire proprio quello delle imprese con fatturato compreso tra 10 e 50 milioni, in cui l’insolvency ratio potrebbe salire a valore 150 (significa 150 su 10.000 pari allo 1,50%) il valore proporzionalmente più di alto di tutti i segmenti. Nel 1° semestre per la prima volta l’insolvency ratio delle medie imprese ha superato quello delle piccole (2-10 milioni, vedi grafico).

Questa è la notizia peggiore per la nostra economia e per il sistema bancario, perché sono proprio le medie imprese il bacino più importante di potenziale crescita del sistema e perché le PMI consumano tipicamente molto credito bancario, rispetto alle piccole, avendo una minore dotazione di capitale rispetto alle grandi.

Dal mio personale osservatorio questi dati non sorprendono, se si considera la fragilità finanziaria delle PMI e la difficoltà strutturale del sistema bancario nel prevenire con la cura giusta il fallimento delle imprese di questa dimensione. Dovendo giustificare queste affermazioni con un minimo di ragionamento sviluppo questi due punti simmetrici:

IMPRESE AFFAMATE DI CASSA E FRAGILI

La crisi colpisce soprattutto le imprese che hanno fabbisogni importanti di cassa e poca flessibilità nella gestione della tesoreria. Queste sono proprio le PMI: poco capitale, molti debiti bancari (si veda il post ‘Amnesie del credito: la leva’ per risalire alle ragioni). Imprese spesso schiacciate tra fornitori di maggiore dimensione e clienti che pagano male, affamate di una liquidità che è scarsa nel sistema dei pagamenti e ora anche nelle banche.

Le piccole imprese in crisi mostrano sempre minore capacità di pianificazione finanziaria, le medie imprese una cronica dipendenza dal credito. A differenza delle micro-imprese, che possono ridurre i costi e scalare rapidamente le marce, le PMI hanno margini di manovra assai limitati. Sono imprese strutturalmente senza riserve sufficienti per fare fronte a un prolungato periodo di crisi di liquidità e non possono ridurre il fatturato senza distruggere il margine operativo.

Quando il sistema bancario percepisce la loro tensione reagisce quasi in automatico riducendo esposizione e fidi e provocando in molti casi il crollo definitivo.

BANCHE NON PREDISPOSTE AL SALVATAGGIO

Sul segmento PMI il sistema bancario ha fatto pochissimi investimenti (con alcune eccezioni) finalizzati a prevenire la crisi e il fallimento. Agisce in base a meccanismi consolidati volti alla pura riduzione del rischio di credito, agisce in modo non coordinato e senza porsi il problema che proprio la riduzione simultanea degli accordati accelera la crisi. Le competenze nelle reti bancarie non sono tali da pianificare il possibile salvataggio delle imprese su larga scala, con accordi e strumenti specifici.

La somma di una politica finanziaria spericolata (troppa leva, credito a breve revocabile) dal lato dell’impresa e dalla lato banca di una politica creditizia guidata principalmente dall’ansia di riduzione del rischio a breve, determinano una crescita esponenziale del rischio di fallimento. Così è stato nel 2009-2010 e sta continuando nel 2011 a giudicare dai dati sui fallimenti e dai dati sulle sofferenze bancarie specchio della medesima realtà.

Il perimetro della crisi che accomuna sistema imprese e sistema bancario, il comportamento delle parti merita altri approfondimenti che saranno l’oggetto di uno dei prossimi articoli.

 

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