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12 settembre 2011

La solitudine delle imprese continua

Il 10 aprile in un’intervista al Sole 24 Ore Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria si era sfogata con queste parole «Mai come adesso gli imprenditori si sentono soli; proprio perché il momento è straordinario, abbiamo deciso che occorreva un’iniziativa eccezionale di mobilitazione di ogni imprenditore». Si riferiva alle Assise Generali di Confindustria tenutesi a Bergamo.

Sono passati cinque mesi è passato Bergamo e la solitudine degli imprenditori è proseguita e semmai si è aggravata.

Il paese è ancora diviso e, nonostante i richiami limpidi e trasversali alla coesione che sono stati fatti negli ultimi giorni dal presidente della Repubblica, e tra gli altri dal direttore del Corriere della Sera De Bortoli, dal segretario dell’UDC Casini e dall’amministratore delegato di Intesa Corrado Passera, di coesione e di programmi condivisi per riattivare il motore della crescita nel nostro paese non c’è traccia. Anzi i due principali schieramenti politici si stanno solo fronteggiando sul tema della tenuta dell’attuale governo, sui passi avanti o indietro del premier, come se questa fosse la Questione di vita o morte.  La questione è invece il nostro futuro: il livello di occupazione che deve crescere una volta sanato il grave deficit di bilancio. Ci interessa un paese che cresce e che offre lavoro, non basta un paese che è in grado di pagare il proprio debito ma si spegne giorno dopo giorno. Tanto per fare un richiamo gelido, la drammatica situazione della Grecia sta producendo un calo economico del 7,7% quest’anno a cui si accompagna maggiore instabilità sociale e mancanza di prospettiva.

La novità è che il rumore fatto dall’esplosione della crisi sui mercati finanziari ha modificato radicalmente la percezione, e la distanza, dei cittadini. Ora non è tanto il colore di chi governa la preoccupazione degli italiani, ma la domanda di una prospettiva che possa portarci fuori da una situazione di pericolo immediato (l’allarme proviene da più fonti e quindi è credibile) e darci una speranza di un riscatto economico nel medio periodo.

Al netto dello sconcerto causato dai continui dietro-front nelle 4 o 5 versioni, presentate in sole due settimane, della manovra finanziaria, del crollo della credibilità nazionale che ne è conseguito, (perché la manovra questa volta più che mai ha dovuto passare l’esame della comunità internazionale), l’Italia ha per ora fatto la scelta di correre goffamente ai ripari per tappare un buco di bilancio, disinteressandosi del tema di medio periodo, cioè la rianimazione della crescita economica che anche nel 2011 non arriverà all’1%. Sottolineo goffamente perché la nostra manovra finanziaria al confronto di quanto attuato più seriamente dalle vicine Spagna e Portogallo appare ancora troppo fumosa e incerta.

La crescente richiesta di provvedimenti che siano in grado di generare crescita economica, totalmente disattesi nell’attuale manovra finanziaria, sta inducendo il ministro Tremonti a parlare di un ‘tagliando sulla crescita‘. Tremonti si riferisce a 40 provvedimenti sullo sviluppo per i quali “ora dobbiamo fare un inventario per valutarne l’efficacia. Dobbiamo vedere se funzionano e a che punto sono ed eventualmente aggiungerne altre. Lo faremo in Italia con tutte le organizzazioni sociali e tecniche e, soprattutto, lo faremo all’estero anche chiedendo consigli e supporto all’Osce, al Fondo monetario e alla commissione europea“.

Non ho cognizione di dettaglio dei 40 provvedimenti a cui si riferisce il ministro dell’economia, ma già numericamente mi sembrano più vicini ad un elenco della spesa, che non a un serio programma di politica-economica.  Rimane invece il fatto che il tavolo di consultazione pre-manovra tra le parti sociali non ha varato nulla di significativo a quanto pare e ministri e sottosegretari lasciati alla loro abilità di gestione della cosa pubblica hanno saputo produrre solo aumento di pressione fiscale (per il 65% della manovra), un’imprecisata lotta all’evasione e qualche risparmio (insufficiente) di spesa pubblica. Come dicevo di provvedimenti in grado di riattivare il motore della crescita pochissimo di concreto, se si vuole includere tra essi i generici riferimenti alle liberalizzazioni (di cosa?) e gli ancora più vaghi riferimenti alle privatizzazioni. La crescita ahimè passa assai poco per queste misure, ma è figlia di due grandi filoni: l’aumento degli investimenti per infrastrutture da parte dello Stato e la crescita del sistema industriale privato nel suo complesso. Su entrambi i fronti la manovra approvata è priva di qualsiasi misura o prospettiva.

I veri problemi delle imprese aspettano risposte

Limitandoci alla crescita del sistema imprese, in affanno da diversi anni per problemi strutturali di bassa produttività e competitività, era lecito attendersi qualcosa di più e la sterile polemica sull’articolo 8 rischia solo di distrarre dai veri problemi del nostro sistema imprese che sono invece quelli della piccola dimensione, del ritardo tecnologico e dell’eccessiva leva finanziaria, al cospetto degli altri paesi industrializzati.

Le imprese, in particolare le PMI, non possono contare oggi su nulla di più e di meglio rispetto a ciò che (non) avevano a luglio per avviarsi rapidamente sulla strada della maggiore competitività. Nella loro solitudine devono fare i conti con la maggiore pressione fiscale, con l’aumento dell’IVA e con un delirante provvedimento sulle società in perdita che per colpire alcune società di comodo, costringerà molte più imprese che hanno accumulato perdite reali a ingaggiare dei contenziosi sbilanciati con l’Agenzia delle Entrate. Nel frattempo la crisi finanziaria italiana ha da sola aumentato non poco la bolletta finanziaria delle imprese perché, come le banche si sono affrettate a precisare in questi giorni, l’aumento dei tassi di finanziamento è elevato e non rimandabile. Lo ha pubblicato proprio sul Sole negli ultimi 3 giorni e Imprese+Finanza negli ultimi 4 mesi.

Il tagliando Tremonti o gli otto tavoli di concertazione, che si dice debbano partire, dovranno occuparsi di trovare rapidamente soluzioni al problema della piccola dimensione delle imprese e agevolare un percorso non più rimandabile di riduzione del rapporto tra debito bancario e capitale proprio, che sta danneggiando le imprese, ma anche le stesse banche, in un sistema finanziario che non è più in grado di tollerare eccessiva leva finanziaria ad ogni livello.

Nel mezzo rimane irrisolta la questione della scarsa liquidità delle piccole imprese, dovuta ai pesanti arretrati nei pagamenti della PA (i dati pubblicati dalla CGIA di Mestre sono impressionanti: 33 miliardi di pagamenti arretrati dai Comuni), dovuta ai ritardi e agli insoluti nei rapporti tra le stesse imprese e, non ultimo, alle forti restrizioni sul credito operate dal sistema bancario nei confronti proprio delle imprese più deboli finanziariamente. Argomento su cui insisto perché mi riesce molto difficile immaginare come il sistema delle PMI possa attuare seri programmi di investimento e ristrutturazione senza avere i mezzi finanziari nel cassetto per farlo.

Su questi snodi anche volendo non sarà né la BCE, né la Germania a venire aiuto delle nostre PMI e quindi per orgoglio di patria o per necessità siamo noi stessi a dovere cercare le soluzioni. Soluzioni che dovranno essere obbligatoriamente tecniche e non politiche, che dovranno avere il consenso del PdL e del PD, ma soprattutto di Confindustria, Rete Imprese Italia e ABI che sinora sono rimasti a guardare il teatrino triste della politica senza riuscire a incidere con le loro idee o proposte, sperando che ne abbiano di pronte e che non siano sempre e solo basate su agevolazioni e incentivi di uno Stato al verde.

 

 


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