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8 settembre 2011

E’ ufficiale: il credito costa molto

Con la pubblicazione nella gazzetta ufficiale degli imprenditori, il Sole 24 Ore, dell’articolo a pag.29 “Credito più caro per le imprese” è diventato ufficiale quanto su Imprese+Finanza ho sostenuto per mesi. L’aumento dei costi di rifinanziamento delle banche, legato alla situazione italiana, allo spread BTP-Bund e non ultimo alla pressante richiesta di capitalizzazione degli istituti di credito può solo portare ad una traslazione dei maggiori costi nei prezzi applicati alla clientela, in particolare le PMI. L’aumento strisciante degli spread alla clientela è in atto da mesi, ma non veniva mai menzionato né dal lato delle banche, né dalla controparte istituzionale (Confindustria, Reti Imprese Italia) nella tipica finzione italiana che nasconde le cattive notizie sotto il tappeto e così viene meno ad una funzione di trasparenza segnaletica ed educazione della clientela.  Al presidente ABI, Mussari, che vuole avviare nuovi roadshow ai clienti per spiegare quanto è complicato fare le operazioni bancarie (lo aveva già spiegato alla moglie mesi fa) nella speranza di ridurre il tasso di diffidenza dei consumatori bancari, mi permetto di suggerire piuttosto dei corsi alle PMI per spiegare come si forma il prezzo dei finanziamenti. Non c’è nulla da nascondere.

C’è poco da aggiungere a quanto riportato nell’articolo, che fotografa la situazione nel rapporto banca-impresa: l’aumento dei prezzi non è ingiustificato, è solo uno dei tanti costi a cui un’allegra gestione delle nostre finanze pubbliche ci ha portato nel corso di anni bruciati in un ottimismo ingiustificato.  Per quanto mi riguarda la situazione era visibile e prevedibile sino dalla fine del 2010 e certificata dal costo di approvvigionamento di tutto il sistema bancario sui mercati finanziari del 1° trimestre. (da rileggere i post premonitori “Quanto costa ‘euromercato?” e “Sorci verdi in autunno“) Aggiungeteci che al costo di rifinanziamento le banche DEVONO sommare il costo del rischio specifico per ogni impresa-debitrice, che questo costo del rischio è determinato in larghissima misura dal rating e che i rating di un sistema economico asfittico sono in costante peggioramento e tirate le somme.  Pagare il 3 o 4% di spread sull’euribor non è una rapina, è una triste realtà.

Per consolarvi o spaventarvi (scegliete voi) aggiungo che il tasso a 1 anno sui titoli di stato della Grecia oggi è del 115% e questo da un misura drammatica di fino a dove il meccanismo di pricing sul rischio può arrivare.

L’articolo del Sole, fidatevi della mia previsione, finirà sulle scrivanie di tutte le filiali e rappresenta a suo modo uno spartiacque tra un tempo in cui alzare i prezzi dei finanziamenti veniva fatto, ma con un certo imbarazzo, e il tempo in cui nessun direttore di filiale di banca si sentirà a disagio nell’annunciare variazioni al suo listino prezzi sui mutui o sugli anticipi fatture. Per togliere ogni dubbio questo vale anche per il leasing che si approvvigiona di fondi dalle case madri bancarie e che deve fare quadrare i conti.

Preso atto che l’IVA è salita al 21%, che i prestiti bancari sono più costosi e che l’economia ha le gomme a terra, non rimane che consigliare a tutti gli imprenditori di fare bene i conti preventivi sull’incidenza degli oneri finanziari rispetto al fatturato e ai margini operativi. Il controllo e la crescita dei margini, a valle di intelligenti operazioni di dimagrimento dei costi fissi e variabili è l’unica ricetta per assicurare che i profitti non vengano interamente prelevati dall’Agenzia delle Entrate e dalle banche, lasciando le briciole per fare investimenti e remunerare il capitale di rischio.

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