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7 settembre 2011

La jungla dei pagamenti

Temo proprio di essere stata l’unica voce a chiedere di inserire nelle tante misure previste dalla manovra finanziaria qualcosa che contribuisse a sbloccare la liquidità nei pagamenti tra le imprese e buttare qualche idea anche relativa ai pagamenti arretrati della PA.  Non ho visto nulla nelle manovre, contromanovre e proposte alternative. Peccato.
Sono consapevole che questo non comporta in prima analisi né maggiori entrate, né minori uscite, ma poiché il pacchetto di misure doveva indicare anche qualcosa di strutturale per alimentare la crescita, rimango del parere che l’attuale gigantesca trombosi da pagamenti potesse essere rimossa con relativamente poca fatica: l’adozione immediata della direttiva comunitaria sui pagamenti, che come ho già avuto modo di dire prevede che i pagamenti debbano essere fatti dalla PA entro 30 giorni dalla ricezione della fattura e costringe i privati a non superare i 60 giorni, salvo situazioni giustificate (crisi).  Si tratta di una direttiva approvata il 24 gennaio dal Consiglio dell’Unione Europea, che riunisce i Capi di Governo, con 24 voti a favore e 3 astensioni (Italia, Germania e Austria).  Invece nulla è stato fatto in merito e l’astensione dell’Italia è un indizio.

Ogni giorno in Africa una gazzella si sveglia, sa che dovrà correre più forte del leone o finirà mangiata

In assenza di una legge dello Stato che ‘induca’ i debitori commerciali a comportarsi decentemente in tema di rapporti con i fornitori, l’Italia rimane sostanzialmente una jungla in cui si lotta per la vita finanziaria tra predatori e piccole imprese che si adattano con ogni tecnica di sopravvivenza. Per chi non avesse dimestichezza con la jungla stiamo parlando di una massa impressionante di lavoro volto all’incasso di pagamenti ritardati e alla sottoscrizione di accordi tra debitore e creditore supportati dalle più disparate forme contrattuali e legali. Uno spreco assoluto per un paese che si conferma in coda alla lista dei paesi europei per puntualità di pagamento, come sistematicamente ci viene ricordato dall’ osservatorio di Cribis D&B:

I ritardi e i mancati pagamenti

Secondo l’aggiornamento al 30 giugno, il 42,98% ha pagato alla scadenza, il 52,26% ha saldato entro il ritardo minimo di 30 giorni (modalita’ di pagamento piu’ utilizzata), il 3,15% tra i 30 e i 60 giorni di ritardo. In questo trimestre sono migliorate le performance di pagamento delle imprese anche nella categoria dei ritardi gravi, con una riduzione dei tempi rispetto a fine 2010: l’1,08% delle imprese ha infatti saldato le fatture dei propri fornitori tra i 60-90 giorni di ritardo mentre lo 0,38% tra i 90 e i 120 giorni. Solo lo 0,15% ha superato il limite dei 4 mesi.

Un’altra ricerca, condotta ogni anno su base europea da Intrum Justitia, European Payment Index 2011 pubblicato a Stoccolma in maggio afferma che  ’in Italia la perdita su crediti, il denaro dovuto alle aziende per i beni o servizi forniti ma mai corrisposto, ha raggiunto il valore di 40,88 miliardi di euro.’ e che mediamente in Italia una fattura tra imprese viene pagata ‘dopo 103 giorni e ben dopo 180 se il cliente è la Pubblica amministrazione.’

Gli accordi con i debitori

Molto più vasto e incalcolabile l’impatto sul sistema delle PMI della continua negoziazione e ri-negoziazione di accordi con clienti ritardatari di cui riscontro traccia praticamente in ogni impresa con cui vengo a contatto. Un repertorio di solleciti, di scritture private, di assegni dati a garanzia, qualche vecchia cambiale, tante lettere di studi legali. Questa è la jungla dei pagamenti, su cui la crisi si è facilmente innestata peggiorando tutto. Non occorre un genio per capire che tutto si basa su rapporti di forza tra cliente e fornitore. Uno dei sistemi di pagamento più adottati in Italia, quello della ricevuta bancaria o RiBa, gradito alle banche per la sua rapida tracciabilità, registra oggi tassi di mancato rispetto della scadenza (altrimenti detto insoluto) da paura.Anche su questo mi sono già espresso in questo blog con un post tra i più letti (“la trappola delle RiBa“) sottolineando come il piccolo creditore sia cornuto e mazziato: non incassa, deborda sugli affidamenti e paga pure i costi bancari dell’insoluto.  In un forum che parlava di come comportarsi con le RiBa insolute ieri ho letto questo commento esemplare:

sembra essere diventato il vero core business dell’azienda…il recupero dei crediti insoluti. Alla fine è un gioco di coperta: se non puoi alzare la voce (perché il cliente è troppo grosso NdI+F) non ti resta che rallentare i pagamenti dei fornitori per bilanciare…è un circolo vizioso ma alla fine le grandi aziende fanno proprio questo, si fanno finanziare dai piccoli non pagando.

Chiaro? Così oggi è l’Italia dei pagamenti. E allora non era opportuno fare una bella legge come hanno fatto in Francia, obbligare ad essere puntuali e liberare una montagna di liquidità? Qualcuno mi può dire: ‘gioco a somma zero’. Verissimo, peccato che la liquidità oggi sia vitale per le piccole imprese per evitare insolvenza e fallimento, mentre per le grandi imprese è solo un vizio di tesoreria e al massimo un bel risparmio di oneri finanziari. Questa è la Robin Tax da promuovere e non sarebbe nemmeno una tassa ma un semplice richiamo alla correttezza tra chi fa lo stesso mestiere di imprenditore.

Volete qualche evidenza?  Bene, basta prendere i bilanci semestrali di qualche big industriale. Vi fornisco 3 esempi:

  • FIAT GROUP: liquidità al 30.6.11 pari a 19 miliardi, cresciuta di ben 7 miliardi. Debiti verso fornitori di 10 miliardi, stabili nonostante un fatturato in calo del 26%.
  • TELECOM GROUP: 3,7 miliardi di liquidità, calati rispetto a dicembre di 1,8 miliardi, ma il debito verso fornitori è stabile a 10,4 miliardi (10,9 a fine 2010)
  • ENEL: 3,7 miliardi di liquidità (in calo rispetto a 5,1), ben 11,3 miliardi di debito verso fornitori, sceso di 1 miliardo.
Non occorre rifare i calcoli per arrivare a determinare che queste 3 società e molte altre grandi pagano i propri fornitori ben oltre i legittimi 60 giorni. Si tengono stretti miliardi di liquidità e lasciano all’asciutto i propri fornitori.  E così in tutta la catena alimentare dell’industria e dei servizi: il più forte impone la legge del ‘pago quando voglio’ al più piccolo.
Mi ripeto: se servono misure strutturali per la crescita, quella sui pagamenti ha una sua ragione e dignità: riportare la velocità di circolazione del denaro dalla grande industria alla piccola è un modo per aiutare la crescita e investimenti, arginando i fallimenti in un momento particolarmente delicato per i destini delle PMI in asfissia di cassa.  Confindustria continua a tacere su questo argomento e io continuo a non sorprendermi.

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