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9 agosto 2011

La potatura delle banche

Secondo quanto pubblicato ieri da Bloomberg le grandi banche internazionali hanno reagito prontamente alla crisi dei profitti e al calo dei corsi azionari con annunci di taglio del personale che sono già arrivati alla cifra di 60.000 per le prime 50 banche.  Con questo passo, dice ancora Bloomberg, il 2011 si potrebbe rivelare un anno persino peggiore dell’ormai famigerato 2008.

Come si vede dal grafico che pubblico basandomi sui dati pubblicati dall’agenzia di stampa, le banche italiane non si sono tirate indietro. Sono la pattuglia più nutrita del gruppo con ben 5 presenze (praticamente tutte le big).

La cura dimagrante del settore bancario continua e i numeri sono importanti. Inutile fare buonismo o piangere sul latte versato, se le banche non hanno saputo prevedere nella misura adeguata gli effetti della crisi sul loro business oggi sono costrette a correre ai ripari.  Si possono fare solo alcuni distinguo.

C’è banca e banca

Il primo è che c’è differenza tra chi, come HSBC, UBS e Barclays, ha una presenza internazionale e chi come MPS, UBI e Banco Popolare campa solo sul mercato domestico. Le prime hanno la facoltà di ridurre la presenza nei paesi a basso tasso di crescita e investire nei mercati emergenti. La notizia di oggi è che l’AD italiano di Barclays lascia a causa di ‘divergenze’ sui tagli imposti da Londra alla struttura italiana.  Le banche italiane non hanno alternative: l’Italia è stato il loro vantaggio per anni (mercato protetto, prezzi e margini elevati…) e ora si trasformando nel loro primo svantaggio (bassa crescita, alta rischiosità). Ritengo che anche il sindacato dei bancari abbia preso atto che tagli e contratti basati sulla produttività non possono più essere evitati se si vuole che il settore rimanga nel complesso solido e in grado di assicurare ancora tanti posti di lavoro.

Il secondo è più sottile. In ogni fase di declino e di ristrutturazione il taglio dei costi di personale risulta essere la manovra più ovvia e veloce. A maggior ragione nel settore bancario data la forte incidenza dei costi del personale. Detto questo siamo sicuri che i tagli siano la medicina più intelligente o la più decisiva? Una componente delle operazioni varate dalle banche italiane risulta evidente: pre-pensionare dipendenti piuttosto costosi (spesso per soli motivi di anzianità di servizio) e sostituirli in parte con nuove forze giovani, pagate molto poco e con contratti molto flessibili. Riduzione dei costi certa, mantenimento della qualità più incerto. E’ la componente di efficientamento che lascia maggior perplessità. Anche tenendo presente l’enorme ausilio offerto dalle nuove tecnologie per erogare servizi bancari con minore presenza ‘fisica’, sono quasi certo che all’interno delle banche vi siano ancora grandi sacche di inefficienza nei processi, complessi, burocratici e sovrabbondanti, almeno per quanto appaiono all’utente. Questi sono i tagli meno facili da fare ma più intelligenti. Chi è più bravo si faccia avanti e lo dica a voce alta perché che l’obiettivo di efficientamento e riduzione del cost/income avvenga solo con i tagli e le riorganizzazioni (fumose) della rete, e non con la revisione dei processi interni a me sembra un’altra sconfitta del buon senso manageriale.

C’è una certa somiglianza in questa seconda osservazione con l’attuale richiesta rivolta dalle parti sociali al Governo di riduzione dei costi della burocrazia e dell’apparato pubblico, prima di sacrificare welfare e investimenti. Tagliare è legittimo, tagliare in modo intelligente è ancora più doveroso. Il mercato italiano dei servizi bancari è destinato nei prossimi anni ad essere molto più difficile rispetto al passato per cento validi motivi. Come si usa dire ‘quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare’.

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