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28 luglio 2011

Banche e tagli di personale

‘Beato te che non hai il posto in banca’ titolava ieri un suo articolo LINKIESTA ieri facendo riferimento al taglio di 5.000 dipendenti deciso dalla banca svizzera UBS qualche giorno fa. Oggi è stato il turno di CREDIT SUISSE che ha annunciato un taglio del 4% della forza lavoro, pari a 2,000 persone, in risposta al calo dei profitti dei primi 6 mesi.  E prima delle due banche svizzere era stato il turno di HSBC che ora ha aumentato la cifra dei tagli portandola a oltre 10,000 sui 300,000 dipendenti sparsi nel mondo.  Superfluo dire che ad ogni annuncio di questi tagli i titoli in Borsa delle rispettive banche hanno reagito al rialzo. Le Borse fanno festa sui licenziamenti bancari…un po’ macabro ma vero. Anche in Spagna le semestrali non brillano: Santander  ha dovuto registrare pesanti cali nei profitti semestrali (-38%) Caixabank -17%, il Banco Popular -14% e BBVA solo -6%. Vedremo se reagiranno con la stessa ricetta.

In Italia le riduzioni di personale sono già state annunciate da Intesa SanPaolo, UBI e altre banche, sono tagli meno cruenti di quelli che avvengono all’estero, graduali, diluiti negli anni ma sono pur sempre riduzioni di un perimetro di lavoratori del settore che in molti casi producono maggiore precarietà contrattuale negli ingressi in sostituzione dei pre-pensionati e un’uscita di personale con esperienza che in qualche modo continua a lavorare nel settore.

La novità è che il settore bancario si sta ‘normalizzando’ nel senso che subisce periodi di crisi e di riduzione dei profitti un po’ dappertutto, alle quali reagisce come avviene normalmente nei settori industriali con interventi e sacrifici sul fronte della manodopera. Il mitico posto in banca fino alla pensione è diventato molto meno sicuro sotto i colpi di ondate di crisi che colpiscono i conti delle banche. In fondo proprio le banche, ben più di altri settori, hanno una dipendenza elevatissima dai costi di personale e se le cose non vanno bene è scontato che la forbice dei tagli intervenga sulla voce di costo più importante.  Il caso Italia è un po’ più complicato, non soltanto perché la cornice giuslavoristica e il peso dei sindacati bancari rendono ancora complesso eseguire tagli drastici e di rapidissima esecuzione come all’estero, ma anche perché le banche italiane si devono giostrare tra livelli di cost/income superiori di molto ai livelli dei concorrenti esteri e la necessità di migliorare il servizio alla clientela dal punto di vista qualitativo.  Tagliare il personale e aumentare nello stesso tempo la qualità è un’operazione che di solito riesce a pochi, anche se non è in assoluto impossibile. A giudicare dai piani industriali presentati lo sforzo delle aziende di credito nostrane è incentrato sulla revisione e semplificazione delle strutture organizzative (che arriva in alcuni casi come il Banco Popolare alla fusione di banche autonome in un’unica banca) e sul monte ore di formazione dedicate alla riconversione commerciale del personale amministrativo.  Pur con il dovuto rispetto per i due ‘mestieri’ dell’organizzazione e della gestione delle risorse, non ricordo una di queste operazioni che sia mai stata coronata da chiaro successo. Il sistema bancario, da quando lo conosco e lo frequento, assomiglia a chi non riesce a trovare la posizione giusta per riposare nel letto. Si gira e si rigira ma si ritrova ogni volta più scomodo.  Per questo dubito che anche la nuova ondata di riorganizzazioni possa sortire effetti sulla produttività e sulla soddisfazione dei dipendenti bancari, che nel frattempo sono diventati difensivi e scettici sulla tenuta dei loro posti di lavoro. Anzi nei casi di riarticolazioni più complesse della rete il rischio di infliggere disagi alla clientela e al personale stesso è nel breve periodo molto più forte dei benefici in termini di risparmi.  Tenera alta la motivazione dei dipendenti, alzare la qualità del servizio e della vendita in tempi così difficili per l’intero settore è forse la vera sfida dei vertici delle banche per il 2011 e 2012.

Intanto c’è chi non si pone tanti problemi, vede che il mercato italiano è diventato troppo difficile e poco remunerativo e quindi fa le valigie. E’ il caso degli austriaci di HYPO ALPE ADRIA che, a quanto segnala il Sole24Ore ha messo in vendita le sue 28 filiali e 40 agenzie leasing in Italia e se ne andrà dal Bel Paese forse in attesa di tempi migliori, forse per sempre.

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