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18 luglio 2011

Sorci verdi in autunno

Tra due o tre settimane il nostro paese si fermerà per le tradizionali ferie estive, magari più corte e meno costose ma sempre di break si tratta.  Il ritmo degli affari italiani è segnato da questa interruzione estiva al punto che forse i bilanci andrebbero chiusi il 31 luglio o agosto e non a dicembre.  A settembre si riparte faticosamente quando tutto il resto del mondo è già in piena attività.  Cosa ci aspetta per l’autunno 2011 partendo dalla situazione attuale? Sarà durissima, occorre dirlo subito per la nostra economia e le nostre imprese.

POLITICAMENTE siamo a pezzi, con un governo e una maggioranza che ha perso gran parte del consenso e tradito molte delle aspettative che lo avevano accompagnato a una vittoria elettorale netta.  La manovra appena varata è la più dura mai passata ma sta suscitando forti polemiche per la mancanza d’interventi di riduzione dei costi della politica. La reazione è appena iniziata ma non si fermerà e, come sta succedendo a Parma, la piazza degli ‘indignados’ chiederà la testa di una classe politica sotterrata da scandali ma ancora piena di privilegi. La credibilità internazionale del governo è bassa, quella interna frantumata da inchieste e dall’aumento del carico fiscale è altrettanto debole. Di vere riforme non è possibile parlare in questa situazione di costante emergenza.

FINANZIARIAMENTE il paese non è mai stato così vulnerabile, come le ultime settimane hanno detto. Nonostante la manovra approvata, continueremo a subire attacchi dai mercati sull’enorme debito in circolazione, perché il peso della manovra è troppo sbilanciato sugli anni più lontani.  L’esultanza per il passaggio dello stress test delle nostre cinque principali banche è esagerata e non nasconde la fragilità dell’intero sistema bancario che rimane sottoperformante nei valori di borsa e nel ritorno sul capitale (ROE) rispetto alle grandi banche europee e con prospettive molto deboli. L’apertura di Borsa di oggi dei titoli bancari è una prima conferma.

ECONOMICAMENTE siamo messi anche peggio. La crescita attesa per il PIL nel 2011 supera appena l’1% una delle più basse in Europa e a questo ritmo non si potrà mai assorbire il servizio del debito pubblico, né garantire un mercato di sbocco a quell’80% di imprese che non vendono all’estero, che stanno boccheggiando.

Le imprese, in particolare quelle più piccole, devono prepararsi a convivere con uno scenario macro-economico di una difficoltà estrema che si scarica nell’economia su questi snodi:

  •  la ripresa dei volumi di FATTURATO è molto lenta, più del previsto, con l’eccezione di alcune imprese e settori che stanno cavalcando il flusso d’investimenti e acquisti dei mercati esteri.  I margini operativi rimangono deboli e non è facile pensare a un’inversione marcata nei bilanci 2011 rispetto ai precedenti.
  • il peso dei COSTI FINANZIARI sta salendo per l’aumento dei tassi euro deciso dalla BCE sulla scorta dell’aumento dell’inflazione, ma ancora di più per l’aumento degli spread applicati dalle banche che devono trasferire alla clientela l’aumento dei loro costi di raccolta. Se le emissioni di BTP continueranno a pagare il 3% più dei corrispondenti titoli tedeschi o francesi, le obbligazioni che le banche emetteranno saranno molto più costose. Possiamo stimare già ora una crescita del 2% dei tassi applicati alle imprese sulle varie forme tecniche che possono contrattualmente variare. Sarà difficile vedere nuovi finanziamenti con spread inferiori al 2% da qui in poi.
  • la LIQUIDITA‘  sarà ancora molto scarsa a causa dell’effetto interconnesso di i) illiquidità sul mercato interbancario, ii) bassa crescita degli impieghi bancari e iii) lentezza e gravissimi ritardi nel sistema dei pagamenti tra le imprese e dalla Pubblica Amministrazione.
  • l’avvio di POLITICHE CREDITIZIE ancora più rigorose da parte del sistema bancario volte a contenere nel breve termine la crescita dei crediti deteriorati e il costo del capitale che ne deriva.  Le banche stanno chiedendo agli imprenditori di riportare il rapporto tra capitale proprio e indebitamento a livelli nettamente inferiori rispetto a quelli storici (accettati se non incoraggiati dalle stesse banche), idea corretta dal punto di vista finanziario, ma totalmente intempestiva.  Non ci sono capitali e molte imprese possono crescere solo aggiungendo nuovo debito per sostenere investimenti e circolante.
  • la progressiva riduzione dell’area di FINANZA AGEVOLATA per mancanza di fondi pubblici, includendo nel perimetro che si sta estinguendo anche la dotazione del Fondo di Garanzia del MSE, utilizzato sin qui a piene mani da banche e confidi.

Con questo scenario, e non vedo affatto cosa potrebbe modificarlo in meglio, le imprese che stanno lottando con tensioni finanziarie e poca liquidità hanno di fronte un autunno durissimo. Le banche non arriveranno più in aiuto; per quanto all’assemblea ABI il presidente Mussari abbia cercato medaglie dichiarando che il sistema bancario ha evitato numerosi fallimenti delle imprese, la verità è che le banche in questo momento non hanno margini di manovra e sono in un vicolo cieco. Il percorso attuale è obbligato: le banche devono aggiungere capitale, devono remunerare gli azionisti che si sono presi il rischio di sottoscriverlo e quindi devono aumentare considerevolmente i ricavi.  Per farlo devono ridurre drasticamente le perdite su crediti (si veda l’articolo “Banche e accantonamenti pesanti”), aumentare i margini (anche a costo di aumentare i prezzi del credito e dei servizi) e ridurre i costi di personale.  In questa equazione non c’è posto per prestare denaro ai ‘capitalivori’, i quali saranno rapidamente abbandonati al loro destino. E’ un circolo vizioso (vedi figura 1) che rischia di produrre nuove sofferenze perché lo stock di debito detenuto da imprese classificate con rating bassi è molto elevato.  Per quanto stiamo osservando in queste settimane il circolo vizioso è già in funzione e sono parecchie le imprese che si stanno chiedendo cosa stia succedendo dopo avere incassato una serie di rifiuti dalle banche storiche.

fig.1

Non ci sono paracaduti né ammortizzatori, questa crisi cominciata nel 2008 nella finanza, si è trasferita al sistema delle piccole imprese familiari e ora subisce una nuova recrudescenza per la debolezza dei paesi sud europei che colpisce anche l’Italia e per le difficoltà delle banche. Il nemico n.1 rimane la scarsa liquidità del sistema che punisce le piccole imprese. Se dal sistema bancario non può venire alcun aiuto non resta che forzare la mano per ottenere maggiore circolazione del denaro da chi lo sta trattenendo spesso indebitamente come le grandi imprese che ancora pagano i fornitori lentamente e arbitrariamente. L’applicazione immediata della direttiva comunitaria sui tempi di pagamento massimi (30 o 60 giorni) avrebbe un effetto molto positivo e va presa in considerazione dal governo e dalle associazioni degli imprenditori molto più seriamente di quanto sia stato fatto sinora. L’anticipo dei pagamenti arretrati della pubblica amministrazione da parte delle banche, magari con la garanzia dello Stato libererebbe altre decine di miliardi oggi sterilizzati.
La misura per disciplinare e ridurre i tempi di pagamento non è compresa tra i “Nove impegni per la crescita” pubblicati dal Sole 24 Ore il 16/7, invece sono assolutamente convinto che sia una grave dimenticanza.  Questa crisi ha molto a che fare con il livello di liquidità e deve essere fatto tutto il possibile per ripristinare la circolazione del denaro.

Non sono più ottimista, e ne ho motivo, ma neppure disposto a spegnere la luce e smettere di cercare soluzioni.

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