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12 luglio 2011

PMI e rating cattivi


Tutta l’attenzione di chi segue economia e finanza è giustamente concentrata sui termometri puntuali: l’ormai famoso spread BTP-Bund, l’andamento del mercato borsistico e dei titoli delle principali banche sospesi per eccesso di ribasso più volte.  Sullo sfondo aleggia ancora la polemica diventata istituzionale tra autorità di vigilanza e società di rating sulla validità dei processi di rating e gli effetti degli annunci sulle crisi dei debiti sovrani.

Molto meno rumore sul fatto che gli eventi che toccano l’Italia e le banche italiane alimentano il peso del Rating nei processi con la clientela e lo trasformano nel semaforo principale della concessione del credito per alcune centinaia di migliaia di piccole imprese alle prese con le loro banche storiche. Imprese+Finanza ha fornito tanti elementi di giudizio per capire come l’intero sistema bancario e le singole banche saranno fortemente condizionate dal giudizio di rating (interno) nelle scelte di concessione di nuove finanziamenti.  Li riprendo per chi non ha avuto tempo di leggere i post precedenti:

  • le banche italiane hanno carenza più o meno pronunciata di capitale, causata prevalentemente dagli accantonamenti (rettifiche) su crediti dubbi (vedere “Il credito problematico delle banche per capire l’entità) che sono state costrette ad appostare negli ultimi due esercizi e che purtroppo non sono ancora terminati;
  • il capitale si consuma in misura maggiore tenendo in portafoglio crediti verso clienti rischiosi, o più rischiosi della media. La misura del rischio è fornita inesorabilmente  dal rating attribuito alla singola impresa.  Ne consegue che una parte di clienti (che stimo tra il 25% e il 40%) saranno progressivamente emarginati dal credito, in quanto ritenuti ‘capitalivori‘ neologismo inventato per etichettare i consumatori eccessivi di capitale, che è risorsa scarsa;
  • tutte le banche sono state prese in contropiede dalla dimensione della crisi delle imprese e hanno sul tavolo numerosi dossier di procedure concorsuali inattese, o ristrutturazioni inevitabili, in aggiunta a quanto già concesso per la moratoria.  La diffidenza verso i bilanci e le dichiarazioni o i piani degli imprenditori si è ispessita e lo si capisce dal tenore delle risposte che oggi vengono date a chi chiede nuovo credito. E’ normale e non è finito;
  • i sistemi di rating sono tarati in modo da segnalare sia i fenomeni di medio periodo della crisi (bilanci 2009 e 2010) che gli effetti negativi della crisi di liquidità (insoluti, pagamenti con forte ritardo, sconfini temporanei sui fidi) e peggiorare il rating nei periodi di crisi, causando un irrigidimento nella dotazione di credito di imprese già a corto di liquidità. Praticamente un circolo vizioso.
Qual’è il possibile antidoto per questo tipo di lento avvelenamento delle PMI in difficoltà?  Ammesso che le imprese oggetto di rating deboli e di razionamento del credito abbiano un andamento economico in ripresa o migliore rispetto al 2010, l’unico antidoto possibile per loro è la correzione del rating quantitativo per effetto di fattori qualitativi registrati dal referente bancario.  Questo è il punto critico che è stato oggetto del sondaggio pubblicato sul lato destro del blog: in quale misura i fattori qualitativi positivi possono compensare un giudizio basato solo sui numeri?  Dalle risposte pervenute sino ad ora non posso trarre indicazioni troppo confortanti
Solo nel 18,6% delle 45 risposte pervenute i fattori qualitativi hanno portato a sensibili miglioramenti del rating. Nel 35% dei casi la modifica è considerata lieve, mentre preoccupa la percentuale del 21% che segnala come non vi sia stata alcuna rilevazione (almeno esplicita ritengo) dei fattori qualitativi.  Si può anche vedere il bicchiere mezzo pieno: nel 53% dei casi i fattori qualitativi aiutano a migliorare il rating, almeno per consigliare agli imprenditori di valorizzare e rendere esplicito il lato B delle loro imprese: gli aspetti qualitativi come competenze, brevetti, marchi, portafoglio clienti ecc….  45 risposte non sono quello che si definisce un campione significativo (e per questo manterrò il sondaggio aperto ancora per qualche tempo per raccogliere altri voti), ma sono comunque la conferma di un sospetto su un area critica che aggiunge motivi di preoccupazione alle tante che già sono sul tavolo.
E’ scontato che le nostre PMI non siano a posto sul fronte finanziario (eccesso di leva finanziaria), su quello economico (margini erosi) e che stanno faticosamente cercando le strade per ritornare ai livelli di fatturato pre-crisi. Per molte di loro la capacità di resistenza è stata straordinaria ma la ripresina ha bisogno anche di benzina finanziaria.
Ci sono tutte le premesse perché il perimetro delle PMI in difficoltà continui ad ampliarsi, questa volta per carenza di liquidità e di affidamenti bancari. Dopo avere più volte sottolineato in questo blog che è compito dell’imprenditore prevenire un deterioramento della posizione finanziaria con vari interventi e accorgimenti, va anche detto che le banche devono porsi il problema di non alimentare con eccessiva rigidità il fronte dei crediti dubbi e che la crescita nel peso dei fattori qualitativi sul rating è una delle strade più ovvie da percorrere.
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