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30 giugno 2011

Gli imprenditori-zombie e le banche

Se non li avessi conosciuti personalmente non avrei mai potuto capire e parlarne seriamente. Quando sul biglietto da visita bancario portavo il titolo di responsabile marketing non sapevo della loro esistenza (non è mica previsto che un responsabile marketing incontri clienti…); è stato solo quando cominciai a scavare nei processi del credito problematico che mi sono accorto della loro esistenza.

Parlo degli ‘imprenditori zombie’, una categoria di piccoli imprenditori che sono costretto a chiamare in questo modo irriverente, perché non saprei come rappresentarli altrimenti, consapevole che qualche lettore si farà una pessima opinione sulla mia sanità mentale.

Chi sono gli imprenditori-zombie?  Sono proprietari-amministratori di piccole aziende, a volte srl a volte snc, che la crisi ha ridotto in una condizione di povertà finanziaria e spinto ad una situazione anomala i cui tratti, assolutamente simili nonostante la diversità delle loro aziende, vanno descritti per essere compresi.

L’impresa-zombie ha un fardello di debiti scaduti spesso superiore al fatturato, che la crisi ha ridotto al 30-50% dei livelli raggiunti 3 o 4 anni prima.  I debiti sono quasi sempre verso fornitori e banche, soprattutto banche e e il loro totale è di dimensioni tali che, anche ad un esame rapido e superficiale , non possono essere riassorbiti neppure in 10 anni di duro lavoro ai fatturati pre-crisi.  Game-over direbbe qualcuno. Ma loro non lo sanno o non ci stanno.

L’arretrato del debito verso più istituti di credito ha innescato nelle banche tutto il repertorio delle tipiche azioni di recupero del credito: la revoca del fido, la messa in mora, decreti ingiuntivi, a volte ipoteche giudiziali anche sui beni personali. Tecnicamente ho già spiegato che l’azienda che è soggetta ad azioni legali di questo tipo ha cessato di essere un ‘cliente’, per assumere la configurazione di ‘una pratica’ dell’ufficio recupero crediti.

Queste imprese, i loro debiti scaduti da tempo verso le banche sono le famose ‘sofferenze’ di cui tanto si parla e che sono arrivate a quasi 100 miliardi di euro. Ecco già la prima osservazione: le sofferenze bancarie sono in parte aziende vive. La banca ha già stimato di avere scarse probabilità di recuperare il credito dopo avere fatto tentativi con le buone e con le lettere degli avvocati. Le sofferenze sono scorie per le banche, al massimo si recupera qualcosa dalle scorie e questi recuperi in banchese sono le ‘riprese’ sulle rettifiche fatte per svalutare il credito.

Mentre la banca, il direttore della filiale ha cancellato dalla sua agenda giornaliera ogni ipotesi di vita commerciale per il cliente defunto, passando la pratica prima a un ufficio crediti e poi a un ufficio legale, l’imprenditore-zombie continua.  E’ sorprendente constatare la differente velocità con cui le banche attivano azioni legali per il recupero del credito a fronte della medesima situazione di insolvenza. Chi è già andato in tribunale a chiedere un decreto, chi è ancora alle letterine di messa in mora, chi non ha ancora fatto nulla. Ma ancora più straordinario constatare che l’insolvenza è vecchia di più di un anno e che è sicuramente seguita a una fase di pre-insolvenza ancora più prolungata.  L’agonia dell’impresa zombie è molto più lenta di quanto si creda,  può essere accelerata solo da istanze di fallimento proposte normalmente da fornitori esasperati anche su piccoli importi. Anche se con l’aria che tira pure i fornitori hanno compreso che tra aspettare una qualche percentuale di pagamento e fare fallire un cliente la prima soluzione è sempre più saggia.

Se da una parte il quadro finanziario dei debiti verso banche e fornitori segnala la morte-finanziaria, dall’altra l’imprenditore come animale-economico è assolutamente vivo. Spesso incurante del rischio di essere dichiarato fallito, testardo nel continuare a produrre, cerca clienti e fattura, muove il PIL nazionale ogni giorno, si nutre di illusioni sulle possibilità di rimettere in sesto la baracca. Ed è questo ciò che colpisce chi incrocia e visita piccole imprese in crisi.  Tecnicamente morti per le banche, assolutamente vivi nel loro quotidiano.

Gli imprenditori-zombie telefonano, viaggiano, prendono aerei per la Cina o per Palermo, acquistano con fatica materie prime, firmano assegni postdatati ai fornitori, passano dodici ore in uffici modesti dentro capannoni gravati da ipoteche di tre gradi successivi.  Cambiano vorticosamente commercialisti perché il precedente ha sempre le colpe di scelte sbagliate, hanno qualche avvocato che si oppone alla pioggia di azioni di recupero, spostano la stessa fattura sulle poche banche ingenue che non hanno ancora bloccato i fidi per anticipo, ignorano i veri margini dei prodotti che vendono, aprono conti attivi su una banca per non farsi sequestrare gli incassi. Resistono a un destino che è quasi sempre inevitabile e conoscono assai poco delle procedure fallimentari come il concordato preventivo, che sarebbero la loro ultima spiaggia.   Qualcuno stringendo gli occhi mi chiede di capire cosa sia quell’articolo sessantasette di cui ha sentito parlare.

Se ci sono 100 miliardi di sofferenze nel nostro sistema bancario, vi posso assicurare che gli imprenditori-zombie sono molti e averne incontrato qualcuno, facendo il mestiere che mi sono scelto è solo normale routine.

Anche questa è l’Italia nel 2011, in preda a una lunga crisi industriale e finanziaria, non è esattamente l’Italia che trovate descritta sulle pagine del Sole 24 Ore che insiste nel celebrare i campioni del made in Italy, la forza dei distretti (negata pure dalle analisi di Banca d’Italia) invoca sgravi fiscali e annuncia riprese che non si sono ancora consolidate, trascurando una funzione educativa nella prevenzione e nella gestione della crisi d’impresa.

Non ci sono ambulanze e terapie per gli zombie, continueranno a vivere ancora per qualche anno prima di entrare nel lungo tunnel delle procedure fallimentari.  Non hanno dimensione e soldi per potersi permettere prestigiosi studi legali e advisor finanziari impettiti che trattino la ristrutturazione del loro debito come accade per le grandi imprese. Sarà difficile che possano pagare le parcelle di un concordato con i loro stessi beni aziendali. Troppo piccoli per il ‘sistema sanitario industriale’. Quanti di loro potevano essere salvati? Erano tutti destinati ad una morte finanziaria che oggi viene accettata con la stessa rassegnazione con cui studiamo la catena alimentare e la selezione delle specie animali?

Non c’è risposta. Di sicuro c’è la certezza che il sistema bancario non ha gli strumenti, i processi e l’attitudine per aiutarli.  Passata una certa soglia l’impresa-zombie è una pratica da tribunali e nulla più.

Solo chi ha incontrato questi imprenditori può rimanere colpito dalla stridente diversità tra fare impresa e fare banca e poi farsi un’opinione. Certamente non troppo tenera sulle capacità imprenditoriali e manageriali della categoria (ma quasi nessuno degli imprenditori ha fatto la Bocconi…) e nello stesso tempo ammirata di fronte all’energia messa nel tentativo di non mollare, di rimanere vivi a qualunque costo.

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  1. una descrizione a dir poco perfetta!!!

  2. A volte mi sento un imprenditore zombie, quando lottando per un obiettivo intermedio e raggiunto,per lasciare il testimone a qualcun altro ,in un primo momento mi sento sollevato per aver “mollato” il fardello ad altra persona, poi con il passare del tempo,nella fase di attesa per il raggiungimento di certi obiettivi e il passar del tempo senza concretizzare molto, mi rimette in una situazione di disagio e ansia.

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