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27 giugno 2011

I crediti UBI al setaccio

PROFILI DI CREDITO N.8

A livello consolidato il gruppo UBI ha superato sino dal 2009 il traguardo di 100 miliardi di crediti alla clientela ed è con l’insieme delle sue banche (Popolare Bergamo, Banco di Brescia, Popolare Commercio e Industria, BRE, Carime, Centrobanca, Banca Popolare Ancona, Banco di SanGiorgio e qualche altra minore) il quarto gruppo bancario italiano con 1553 filiali. L’analisi di Imprese+Finanza si concentra sul portafoglio crediti.  Come viene mostrato in tabella 1, la crescita dei crediti deteriorati lordi nel 2010 è stata del 17% a fronte di una modesta crescita del totale dei crediti alla clientela (4%) fornendo una prima impressione che il 2010 sia stato un anno nel quale le banche del gruppo sono state più impegnate ad aprire gli armadi e fare pulizia che non a fare mutui.

tabella 1 -fonte: bilancio consolidato UBI 2010

Impressione avvalorata dal movimento interno alle varie categorie: la crescita delle sofferenze, dei crediti ristrutturati e il forte calo delle partite scadute stanno a testimoniare una notevole attività di revisione delle posizioni e di intervento di riclassificazione. Infatti anche nel piano industriale appena presentato una tavola è interamente dedicata all’andamento del costo del credito e sta a indicare la volontà di contenere le rettifiche su crediti: 

fonte: Piano industriale 2011/2013-2015

Il totale dei crediti deteriorati lordi di UBI è del 7,1% sul totale dei crediti alla clientela, una quota importante ma complessivamente nella media del sistema. Nel 2010 le rettifiche su crediti hanno superato i 700 milioni di euro, pari al 33% del margine di interesse prodotto dai crediti stessi, un valore paragonabile a quelli di Intesa, Monte Paschi e BPM.

fonte: elaborazione Linker su dati bilancio consolidato UBI 2010

Venendo al portafoglio in bonis la classificazione pubblicata in classi di rating interno mostra ben 14 livelli di giudizio. L’anomalia della classe 7 rispetto alla quota di impieghi nelle vicine classi 6 e 8 potrebbe essere spiegata proprio come una linea di demarcazione ‘dubbia’ tra le prime sei classi (buone) e le ultime 7 (negative) che totalizzano oltre il 45% dei crediti.  Se così fosse anche UBI confermerebbe la regola che abbiamo già identificato in altri gruppi bancari: quasi metà dei clienti imprese e corporate devono preoccuparsi più di conservare il credito nelle attuali condizioni che non di incrementarlo. In ogni modo la distribuzione dei rating della clientela UBI mostra la concentrazione del rischio in una zona di confine (rating 6 e 8  assommano ben il 43% del totale) nella quale concedere nuovi finanziamenti è spesso un atto di acume e di coraggio non comune. Le osservazioni fatte sul portafoglio deteriorato avvalorano la tesi che i vertici abbiano lanciato una massiccia campagna di verifica e pulizia dei crediti, tesi che si sposa con una diffusa recente reputazione delle banche del gruppo non proprio favorevole all’espansione degli impieghi.

Il piano industriale 2011/2013-2015 appena presentato si intitola curiosamente ‘Fare banca per bene’ frase che si presta anche a qualche lettura ironica, ma che viene corretta già dalla pag. 4 dove si cita ultimo tra gli obiettivi qualitativi il seguente “il consolidamento della percezione da parte dei clienti, del personale, degli investitori e del Territorio nel suo insieme, di UBI Banca = “Banca di Qualità” e a pagina 8 la Qualità viene citata come ‘fattore competitivo in un’industria sempre più matura’. Concordo al 100%

C’è altro perché nella ricerca di qualità e soluzioni veloci viene citato il programma di ‘Ottimizzazione della normativa interna‘ con la riduzione del numero di circolari dalle esistenti 105.000 a 1.100 per banca! Avevo ragione quando sostenevo nel mio post “Banche povere, bancari infelici” del 28 febbraio, che la riduzione delle circolari era possibile e necessaria. Così come sul tema della formazione sul credito (titolata “educazione alla cultura del credito e gestione della rischiosità del portafoglio crediti” nel piano UBI) questa iniziativa arriva come priorità 2 seconda solo alla formazione commerciale. 

Il piano prevede una crescita media annua del 7,1% nei ricavi da margine di interesse, un valore ambizioso visti i risultati degli ultimi anni e la bassa crescita economica, ma basata in buona parte sul repricing (verso l’alto) dei crediti.  Da notare anche la nuova segmentazione delle imprese che sarà la seguente:

  • PMI da 300.000 a 15.000.000 di fatturato (130.000 clienti)
  • Mid-corporate da 15 a 250 milioni (18.000 clienti) 
  • Large Corporate, oltre i 250 milioni (3.500 clienti)

Curioso notare come negli obiettivi del segmento corporate la crescita degli impieghi nel periodo 2010-2013 sia solo del 2,9% medio annuo, mentra quella della raccolta sia del 14%. Forse non è così strano, crescere sugli impieghi è oggi per molte banche meno importante rispetto a reperire liquidità. Impressionante il calo degli addetti che passano, nonostante i piani di crescita, da 21.700 nel 2007 a 18.700 nel 2015, amara conferma che il settore bancario non assorbe lavoro, ma al massimo esegue ricambi.

Nel complesso l’impressione che ho tratto dai dati di bilancio e dal piano industriale è quello di un gruppo bancario che nel 2010 ha stretto molto viti e bulloni del processo di credito, intervenendo su tutto il fronte del credito deteriorato e sacrificando crescita e ricavi.  Proseguirà su questa linea anche nel 2011 e 2012 avendo compreso la pericolosità delle perdite su crediti proprio nel momento in cui occorre chiedere capitali al mercato.  La riforma della segmentazione del mercato imprese presenta rischi e opportunità, ma la scelta dei limiti di fatturato (0,3-15 e 15-250) è a mio avviso corretta rispetto a tipologie e fabbisogni della clientela. Se anche gli altri obiettivi qualitativi sulla qualità, sulla semplificazione e sulla formazione del personale saranno rispettati con serietà penso che UBI possa ritornare sul mercato con un’immagine meno sbiadita di quella che ha assunto negli ultimi anni.

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